
    Jean-Claude Izzo.
    CHOURMO.
    Il cuore di Marsiglia.



    Traduzione dal francese di Barbara Ferri.
    Titolo originale: "Chourmo".
    Copyright 1996 by Editions Gallimard.
    Copyright 1999 by Edizioni e/o, Roma
    Su concessione edizioni e/o.











    INDICE.

    Nota dell'Autore: pagina 5.

    Prologo. Capolinea Marsiglia, stazione Saint-Charles: pagina 6.
    Capitolo primo.  Nel quale di fronte al mare  la  felicit    un'idea
    semplice: pagina 15.
    Capitolo  secondo.  Nel  quale  quando  si  apre  bocca si dice sempre
    troppo: pagina 28.
    Capitolo terzo. Nel quale dove c' rabbia c' vita: pagina 41.
    Capitolo quarto.  Nel quale  essenziale che  la  gente  si  incontri:
    pagina 57.
    Capitolo  quinto.  Nel  quale  un po' di verit non fa male a nessuno:
    pagina 71.
    Capitolo sesto.  Nel quale nella vita le scelte non determinano tutto:
    pagina 88.
    Capitolo  settimo.  Nel  quale si vorrebbe sbrogliare il filo nero dal
    filo bianco: pagina 102.
    Capitolo ottavo.  Nel quale la storia non  l'unica forma del destino:
    pagina 116.
    Capitolo nono. Nel quale non esiste una bugia innocente: pagina 131.
    Capitolo  decimo.  Nel  quale    difficile  credere alle coincidenze:
    pagina 147.
    Capitolo undicesimo.  Nel quale non c' poi niente di veramente  bello
    da vedere: pagina 161.
    Capitolo  dodicesimo.  Nel quale in piena notte si incrociano vascelli
    fantasma: pagina 176.
    Capitolo tredicesimo.  Nel quale abbiamo tutti sognato di vivere  come
    principi: pagina 194.
    Capitolo quattordicesimo.  Nel quale non siamo cos sicuri che altrove
    non sia peggio: pagina 208.
    Capitolo quindicesimo.  Nel quale anche i rimpianti appartengono  alla
    felicit: pagina 224.
    Capitolo  sedicesimo.  Nel  quale  si ha un appuntamento con le ceneri
    fredde dell'infelicit: pagina 240.
    Capitolo diciassettesimo.  Nel quale a volte meno si spiega meglio  :
    pagina 252.
    Capitolo  diciottesimo.  Nel  quale  non  si pu obbligare la verit a
    venire a galla: pagina 263.
    Capitolo diciannovesimo. Nel quale quando la morte arriva  gi troppo
    tardi: pagina 276.
    Capitolo ventesimo.  Nel quale viene proposta una visione limitata del
    mondo: pagina 292.
    Capitolo ventunesimo. Nel quale si sputa nel vuoto, per disgusto e con
    stanchezza: pagina 307.
    Epilogo.  La notte  la stessa e l'ombra,  nell'acqua,  l'ombra di un
    uomo consumato: pagina 322.

    Nota sull'Autore: pagina 325.
    Note: pagina 326.
















    Nota dell'autore.

    Niente di quello che leggerete  mai esistito. Tranne, ovviamente, ci
    che  vero.  E che avete potuto leggere  sui  giornali,  o  vedere  in
    televisione.  Poche cose, in fin dei conti. E, sinceramente, spero che
    la storia qui raccontata rester al suo posto: nelle pagine di  questo
    libro.  Detto ci,  Marsiglia,  lei s che  reale. Talmente reale che
    vorrei  non  si  cercassero  somiglianze  con   personaggi   veramente
    esistiti.  Neppure con il protagonista.  Quello che dico di Marsiglia,
    la mia citt, sono solo, e sempre, echi e reminiscenze. Dunque, quanto
    si pu leggere tra le righe.











    "Per Isabelle e Gennaro,
    mia madre e mio padre, semplicemente".


    "E' una brutta epoca, ecco tutto".
    Rudolph Wurlitzer.

    In memoria di Ibrahim Ali,
    ucciso il 24 febbraio 1995
    nei quartieri nord di Marsiglia,
    dagli attacchini del Fronte nazionale.


    Prologo.
    Capolinea: Marsiglia, stazione Saint-Charles.

    Dall'alto dei gradini della stazione Saint-Charles,  Guitou,  come  lo
    chiamava ancora sua madre,  contemplava Marsiglia.  La grande citt.
    Sua madre ci era nata,  ma non gliel'aveva mai fatta vedere.  Malgrado
    le promesse. Adesso era l. Solo. Come un adulto.
    E tra due ore, avrebbe rivisto Nama.
    Per questo era venuto.
    Con le mani infilate nelle tasche dei jeans e una Camel tra le labbra,
    scese lentamente la scalinata. Di fronte alla citt.
    In  fondo  alle  scale  gli  aveva detto Nama,  trovi il boulevard
    d'Athnes.  Lo segui fino alla Canabire.  Giri  a  destra.  Verso  il
    Vieux-Port. Ancora a destra, dopo duecento metri, vedrai un grande bar
    all'angolo,  La  Samaritaine.  Ci incontriamo l.  Alle sei.  Non puoi
    sbagliarti.
    Le due ore che aveva davanti lo rassicuravano.  Poteva trovare il bar.
    Essere  puntuale.  Non  voleva  far  aspettare  Nama.  Era ansioso di
    rivederla.  Di prenderla per mano,  di stringerla tra le  braccia,  di
    baciarla.  Quella sera avrebbero dormito insieme.  Per la prima volta.
    La prima volta,  per lei e per lui.  Mathias,  un compagno di liceo di
    Nama,  gli  prestava il monolocale.  Sarebbero stati soli,  loro due.
    Finalmente.
    Questo pensiero lo fece sorridere.  Un  sorriso  timido,  come  quando
    aveva conosciuto Nama.
    Poi fece una smorfia, pensando a sua madre. Senz'altro, al ritorno, se
    la  sarebbe  vista  brutta.  Non  solo  aveva  tagliato la corda senza
    permesso,  a tre giorni dall'inizio della scuola,  ma prima di partire
    si  era  anche  fregato  mille  franchi  dalla cassa del negozio.  Una
    boutique di pret--porter, piuttosto chic, nel centro di Gap.
    Alz le spalle.  Non  sarebbero  stati  mille  franchi  a  mettere  in
    pericolo  il  tran  tran  familiare.  Con  la  madre  tutto si sarebbe
    sistemato.  Come sempre.  Ma era l'altro a preoccuparlo.  Quel  grande
    stronzo  che  pretendeva  di  fargli  da padre.  Gi una volta l'aveva
    picchiato per via di Nama.
    Attraversando i viali di Meilhan,  vide una cabina  telefonica.  Pens
    che  sarebbe  stato  comunque meglio chiamare la madre.  Per non farla
    preoccupare.
    Pos lo zainetto e infil la mano nella tasca  posteriore  dei  jeans.
    Cazzo!  Il  portafoglio,  sparito!  Si palp l'altra tasca,  preso dal
    panico,  poi quella del giubbotto,  anche se  non  era  sua  abitudine
    metterlo  l.  Niente.  Come  aveva fatto a perderlo?  L'aveva ancora,
    uscendo dalla stazione. Ci aveva rimesso il biglietto del treno.
    Si ricord. Scendendo le scale della stazione, un "beur" (1) gli aveva
    chiesto da accendere.  Aveva  tirato  fuori  lo  Zippo.  Nello  stesso
    istante  era  stato urtato,  con una spinta alla schiena,  da un altro
    "beur" che scendeva correndo.  Come un  ladro,  aveva  pensato.  C'era
    mancato  poco  che  perdesse  l'equilibrio,  e si era ritrovato tra le
    braccia dell'altro. Si era fatto fregare alla grande.
    Ebbe una vertigine. Rabbia e preoccupazione.  Non aveva pi documenti,
    scheda  telefonica  e  biglietto  del treno,  ma soprattutto non aveva
    quasi  pi  soldi.   Gli  rimanevano  solo  il  resto  del   biglietto
    ferroviario e del pacchetto di Camel.  Trecentodieci franchi. Merda!
    esclam ad alta voce.
    Tutto bene? gli chiese un'anziana signora.
    Mi sono fatto fregare il portafoglio.
    Ah!  Poverino.  Non c' niente da fare!  Sono disgrazie che  capitano
    tutti  i  giorni.  Lo guard con compassione.  Non deve andare dalla
    polizia. Non deve! Sarebbe ancora peggio!.
    E prosegu, con la piccola borsa stretta al petto. Guitou la segu con
    lo sguardo.  Si mescol alla folla eterogenea dei  passanti,  perlopi
    neri e arabi.
    Marsiglia, non era un granch come inizio!
    Per scacciare la iella,  baci la medaglietta d'oro con la Vergine che
    gli pendeva sul petto ancora abbronzato dall'estate in  montagna.  Sua
    madre  gliel'aveva  regalata  per la comunione.  Quella mattina lei se
    l'era tolta e gliel'aveva messa intorno al collo.  Viene da  lontano
    aveva detto. Ti protegger.
    Non  credeva  in  Dio,  ma  era  superstizioso,  come tutti i figli di
    italiani. E poi baciare la Vergine era come baciare sua madre.  Quando
    era bambino e lei lo metteva a letto,  gli dava un bacio sulla fronte.
    Quel movimento faceva oscillare la medaglietta  sulle  opulente  tette
    della madre, vicino alle sue labbra.
    Scacci quell'immagine,  che come sempre lo eccitava. E pens a Nama.
    I suoi seni,  anche se meno grandi,  erano belli quanto  quelli  della
    madre.  Altrettanto  scuri.  Una  sera,  dietro il fienile dei Reboul,
    aveva infilato la mano sotto il maglione  di  Nama,  baciandola.  Lei
    glieli  aveva  lasciati  accarezzare.   Lentamente,  aveva  alzato  il
    maglione per guardarli.  Le sue mani tremavano.  Ti piacciono? aveva
    chiesto Nama a bassa voce.  Non aveva risposto, solo aperto le labbra
    per prenderli in  bocca,  uno  dopo  l'altro.  Si  eccit.  Stava  per
    incontrare Nama e il resto non aveva molta importanza.
    Se la sarebbe cavata.

    Nama  si svegli di soprassalto.  Un rumore,  al piano di sopra.  Uno
    strano rumore.  Sordo.  Il cuore le batteva  forte.  Tese  l'orecchio,
    trattenendo  il respiro.  Niente.  Silenzio.  Una luce debole filtrava
    attraverso le persiane.  Che ora poteva essere?  Non aveva l'orologio.
    Guitou dormiva tranquillamente.  A pancia in gi. Il viso girato verso
    di lei. Poteva appena sentire il suo respiro. Quel respiro regolare la
    rassicur.  Si sdrai di nuovo e si  strinse  a  lui,  con  gli  occhi
    aperti. Avrebbe volentieri fumato, per calmarsi. Riaddormentarsi.
    Fece  scivolare  delicatamente la mano sulle spalle di Guitou,  poi la
    fece scendere sulla schiena in  una  lunga  carezza.  Aveva  la  pelle
    morbida.  Dolce. Come gli occhi, il sorriso, la voce, le parole che le
    diceva. Come le mani,  quando la toccava.  Quella dolcezza era ci che
    l'aveva  attratta.  Quasi femminile.  I ragazzi che aveva conosciuto e
    con cui aveva flirtato,  Mathias compreso,  erano pi bruschi nel loro
    modo  di  fare.  Al primo sorriso di Guitou,  lei aveva immediatamente
    desiderato di stare tra le sue braccia e di posare la  testa  sul  suo
    petto.
    Aveva voglia di svegliarlo.  Per farsi accarezzare, come prima. Le era
    piaciuto,  le dita sul suo corpo,  lo sguardo stupito che  la  rendeva
    bella. E innamorata. Fare l'amore le era sembrata la cosa pi naturale
    del mondo.  E anche questo le era piaciuto.  Sarebbe stato altrettanto
    bello quando avrebbero ricominciato?  Sarebbe stato  sempre  cos?  Al
    solo  ricordo,  sent dei brividi sulla pelle.  Sorrise,  poi baci la
    spalla di Guitou e si strinse ancora pi forte a lui. Era caldo.
    Si mosse. La sua gamba scivol tra quelle di lei. Apr gli occhi.
    Sei sveglia? mormor, carezzandole i capelli.
    Un rumore. Ho sentito un rumore.
    Hai paura?.
    Non c'era motivo di aver paura.
    Hocine dormiva al piano superiore.  Avevano parlato  un  po'  con  lui
    quando  erano venuti a prendere le chiavi,  prima di andare a mangiare
    una pizza.  Era uno storico algerino.  Uno storico dell'antichit.  Si
    interessava  agli  scavi  archeologici  di Marsiglia.  Un'incredibile
    ricchezza aveva  iniziato  a  spiegare.  Sembrava  appassionante.  Ma
    l'avevano ascoltato distrattamente.  Ansiosi di rimanere loro due,  da
    soli. Ansiosi di dirsi che si amavano. E di amarsi.
    I genitori di Mathias ospitavano Hocine  da  pi  di  un  mese.  Erano
    andati per il week-end nella loro villa di Sanary,  nel Var. E Mathias
    aveva lasciato ai due amici il suo monolocale al pianterreno.
    Era una di quelle belle case ristrutturate del Panier,  all'angolo tra
    rue  Belles-Ecuelles  e rue Puits Saint-Antoine,  vicino a place de la
    Lorette.  Il  padre  di  Mathias,  un  architetto,  aveva  ridisegnato
    l'interno.  Tre piani.  Fino alla terrazza all'italiana sul tetto,  da
    cui  si  dominava  tutta  la  rada,   dall'Estaque  alla  Madrague  de
    Montredon. Sublime.
    Nama  aveva detto a Guitou: Domani mattina andr a prendere il pane.
    Faremo colazione sulla  terrazza.  Vedrai  com'  bello.  Voleva  che
    amasse Marsiglia. La sua citt. Gliene aveva parlato tanto. Guitou era
    stato un po' geloso di Mathias.  Sei stata con lui?. Lei aveva riso,
    ma non gli aveva risposto.  Dopo,  quando gli aveva confessato:  Sai,
    davvero,  la prima volta, lui si era scordato di Mathias.
    La promessa della colazione. La terrazza. Marsiglia.
    Paura di cosa?.
    Fece scivolare la gamba su di lui,  facendola salire fino alla pancia.
    Con il ginocchio gli sfior il  pene,  lo  sent  indurirsi.  Pos  la
    guancia  sul petto da adolescente di Guitou.  Lui la strinse a s.  Le
    accarezz la schiena. Nama rabbrivid.
    La desiderava di nuovo, tanto, ma non sapeva se si poteva fare. Se era
    ci che lei voleva. Non sapeva niente delle ragazze, n dell'amore. Ma
    era follemente eccitato.  Lei sollev lo sguardo verso di  lui.  E  le
    loro labbra s'incontrarono. Guitou l'attir a s e lei gli sal sopra.
    Poi lo sentirono urlare, Hocine.
    L'urlo li pietrific.
    Dio mio disse Nama, quasi senza voce.
    Guitou la spinse via e salt fuori dal letto. S'infil i pantaloni.
    Dove vai? chiese lei senza osare muoversi.
    Non lo sapeva.  Aveva paura.  Ma non poteva restare cos.  Mostrare di
    aver paura. Era un uomo, ora. E Nama lo stava guardando.
    Si era seduta sul letto.
    Vai a vestirti disse Guitou.
    Perch?.
    Non lo so.
    Che succede?.
    Non lo so.
    Dei passi rimbombarono nelle scale.
    Nama corse verso il bagno,  raccogliendo  le  sue  cose  sparse.  Con
    l'orecchio sulla porta,  Guitou ascolt. Altri passi per le scale. Dei
    mormorii. Apr,  senza realizzare veramente cosa stesse facendo.  Come
    spiazzato  dalla sua stessa paura.  Vide prima l'arma.  Poi lo sguardo
    dell'uomo.  Crudele,  tanto crudele.  Tutto il suo  corpo  si  mise  a
    tremare.   Non  sent  lo  sparo.  Sent  solo  un  dolore  lancinante
    invadergli la pancia,  e pens a sua madre.  Cadde.  La  testa  sbatt
    violentemente contro la pietra delle scale. L'arcata sopraccigliare si
    lacer. Scopr il gusto del sangue in bocca. Era schifoso.
    Filiamo   fu   l'ultima  cosa  che  pot  udire.   E  sent  che  lo
    scavalcavano. Come un cadavere.















    Capitolo primo.
    Nel quale di fronte al mare la felicit  un'idea semplice.

    Non c' nulla di pi piacevole,  quando si ha tempo  da  perdere,  che
    farsi uno spuntino, la mattina, di fronte al mare.
    A  proposito  di  spuntini,  Fonfon  aveva  appena sfornato un pur di
    acciughe. Tornavo dalla pesca, felice.  Avevo preso una bella spigola,
    quattro  orate e una decina di cefali.  Il tortino di acciughe aument
    la mia felicit. Ho sempre apprezzato le piccole gioie quotidiane.
    Aprii una bottiglia di rosato di Saint-Cannat.  La qualit dei  rosati
    di  Provenza  mi  stupiva  ogni anno di pi.  Brindammo,  per farci la
    bocca. Quel vino della Commanderie de la Bargemone era una delizia. Si
    sentivano sotto la lingua  le  meravigliose  giornate  di  sole  sulle
    colline  della  Trvarse.  Fonfon mi strizz l'occhio e ci mettemmo a
    spalmare il pur di acciughe sulle fette di pane,  condendolo con pepe
    e aglio tritato. Il mio stomaco si svegli al primo boccone.
    Ehi, accidenti, come fa bene questa cosa!.
    L'hai detto.
    Non si poteva aggiungere altro.  Anche una parola di pi sarebbe stata
    una parola di troppo.  Mangiammo senza parlare.  Con gli  occhi  persi
    sulla  superficie del mare.  Un bel mare autunnale,  blu scuro,  quasi
    vellutato. Non me ne stancavo mai. Ogni volta sorpreso dal fascino che
    esercitava su di me.  Un richiamo.  Ma  non  ero  un  marinaio  n  un
    viaggiatore. Conservavo dei sogni, laggi, oltre l'orizzonte. Sogni da
    adolescente.  Ma non mi ero mai spinto cos lontano. Tranne una volta.
    Nel mar Rosso. Tanto tempo fa.
    Mi avvicinavo ai quarantacinque anni  e,  come  molti  marsigliesi,  i
    racconti  di  viaggi  mi incantavano pi dei viaggi stessi.  Non mi ci
    vedevo a prendere un aereo per Citt  del  Messico,  Saigon  o  Buenos
    Aires.  Facevo  parte  di  una generazione per cui i viaggi avevano un
    significato  preciso.   Quello  dei  piroscafi,   dei   cargo.   Della
    navigazione.  Dei tempi imposti dal mare.  Dei porti. Della passerella
    posata  sulla  banchina,  e  l'ebbrezza  dei  nuovi  odori,  dei  visi
    sconosciuti.
    Mi  accontentavo  di  portare la mia barca,  il "Tremolino",  al largo
    dell'isola Maire e dell'arcipelago di Riou,  e di pescare  per  alcune
    ore,  avvolto dal silenzio del mare.  Non avevo pi niente da fare, se
    non questo.  Andare a pesca,  quando ne avevo voglia.  E giocare  alla
    "belote"  fra  le  tre  e  le quattro di pomeriggio.  Scommettersi gli
    aperitivi a bocce.
    Una vita regolare.
    Ogni tanto andavo a farmi un giro nelle  calanche,  Sormiou,  Morgiou,
    Sugiton,  En-Vau... Ore di marcia, zaino in spalla. Sudavo, respiravo.
    Mi teneva in forma.  Placava i  miei  dubbi,  le  mie  paure.  Le  mie
    angosce. La bellezza mi riconciliava con il mondo. Sempre. E' vero che
    sono belle le calanche.  Ma dirlo non basta, bisogna venirle a vedere.
    Ci si pu accedere solo a piedi o in barca. I turisti se ne guardavano
    bene, ed era meglio cos.
    Fonfon si alz una decina di volte per andare  a  servire  i  clienti.
    Tipi  che,  come  me,  avevano  l'abitudine  di  venire  qui.  Vecchi,
    soprattutto.   Il  suo  cattivo  carattere   non   era   riuscito   ad
    allontanarli.   Nel   suo  bar  non  si  poteva  leggere  neppure  "Le
    Mridional". Solo "Le Provenal" e "La Marseillaise" erano consentiti.
    Fonfon era un vecchio militante della Sfio (2). Era un tipo aperto, ma
    non al punto di tollerare le idee del Fronte nazionale. Certamente non
    nel suo bar,  dove si erano  tenute  cos  tante  riunioni  politiche.
    Gastounet (3), come veniva chiamato familiarmente l'ex sindaco, ci era
    venuto  anche lui una volta,  accompagnato da Milou,  per stringere la
    mano ai militanti socialisti.  Era il 1981.  Poi era  sopraggiunto  il
    tempo delle delusioni. Dell'amarezza, anche.
    Una  mattina  Fonfon  aveva  staccato il ritratto del presidente della
    Repubblica,  che troneggiava sopra la macchina  da  caff,  e  l'aveva
    buttato nel grosso secchio di plastica rossa della spazzatura.  Si era
    sentito il rumore del vetro rotto.  Da dietro  il  bancone  Fonfon  ci
    aveva guardati uno dopo l'altro, ma nessuno aveva aperto bocca.
    Fonfon non aveva comunque riposto la sua bandiera.  N la lingua. Fifi
    Grandi Orecchie, uno dei nostri compagni di "belote", aveva tentato di
    spiegargli, la settimana scorsa, che "Le Mridional" era cambiato. Era
    ancora  un  giornale  di  destra,  d'accordo,  ma  liberale,  diciamo.
    D'altronde  in  tutta  la  regione  le  pagine di cronaca locale erano
    comuni sia al "Provenal" che  al  "Mridional".  Dunque,  fare  tante
    storie...
    Avevano quasi fatto a botte.
    A  me  un  giornale che ha aumentato le vendite incitando a far fuori
    gli arabi fa venire il vomito.  Solo vederlo mi  fa  sentire  le  mani
    sporche.
    Per Dio! Non si pu parlare con te!.
    Bello mio,  questo non significa parlare, ma straparlare. Non mi sono
    fatto un culo cos per ascoltare le tue stronzate.
    Ecco,  ci risiamo! aveva detto Momo,  gettando  un  otto  di  quadri
    sull'asso di fiori di Fonfon.
    A te nessuno ti ha chiesto niente!  Hai fatto la guerra con la feccia
    mussoliniana!  Considerati  fortunato  se  ti  puoi  sedere  a  questo
    tavolo!.
    Belote avevo detto.
    Ma era troppo tardi. Momo aveva gettato le carte sul tavolo.
    Posso andare a giocare da un'altra parte.
    Ecco,  bravo.  Vai da Lucien. L le carte sono blu bianche e rosse. E
    il re di picche ha la camicia nera.
    Momo se n'era andato e non aveva pi rimesso piede  nel  bar.  Ma  non
    and da Lucien.  Non giocava pi alla "belote" con noi, ecco tutto. Ed
    era un peccato, perch gli volevamo bene, a Momo.  Ma Fonfon non aveva
    torto.  Non  bisogna  tenere la bocca chiusa solo perch si invecchia.
    Mio padre avrebbe fatto come lui. Peggio, forse, perch era comunista,
    e oggi nel mondo il comunismo  solo un cumulo di ceneri fredde.
    Fonfon torn con un piatto di fette di pane  strofinate  con  aglio  e
    pomodoro  fresco.  Solo  per  addolcire il palato.  L sopra il rosato
    trov una nuova vivacit.
    Il porto si svegliava lentamente, con i primi raggi di sole caldo. Non
    era lo stesso bordello della Canabire. No, era solo un brusio. Voci e
    musica, qui e l. Macchine in movimento. Motori di barche.  E il primo
    autobus che arrivava per fare il pieno di liceali.
    Finita  l'estate,  Les  Goudes,  ad  appena  mezz'ora dal centro della
    citt,  non era che un villaggio di seicento persone.  Da  quando  ero
    tornato  a  vivere  a  Marsiglia,  una  decina  d'anni circa,  non ero
    riuscito a decidermi ad abitare altrove se non qui, a Les Goudes.  Una
    casetta - due stanze e cucina - che avevo ereditato dai miei genitori.
    Nel tempo libero l'avevo risistemata alla bell'e meglio. Non era certo
    lussuosa,  ma dalla terrazza, scendendo otto gradini, c'era il mare, e
    la mia barca.  E questo era senz'altro meglio di tutte le speranze del
    paradiso.
    Impossibile credere,  per chi non  venuto fin qui,  in questo piccolo
    porto consumato dal sole,  di trovarsi in un quartiere  di  Marsiglia.
    Nella seconda citt di Francia. Qui si sta in cima al mondo. La strada
    finisce  a  meno  di un chilometro,  a Callelongue,  in un sentiero di
    pietra bianca,  dalla vegetazione rada.  E' da l che partivo per fare
    le passeggiate.  Dalla valle della Mounine, e poi il Plan des Cailles,
    che permettono di raggiungere i colli di Cortiou e di Sormiou.
    La barca della scuola sub usc dal passaggio e fece rotta sulle  isole
    di Frioul.  Fonfon la segu con gli occhi,  poi volse lo sguardo verso
    di me e disse con gravit:
    Allora, cosa ne pensi?.
    Penso che ci fotteranno.
    Ignoravo di cosa  stesse  parlando.  Con  lui,  poteva  trattarsi  del
    ministro dell'Interno,  del Fis (4),  di Clinton. Del nuovo allenatore
    dell'Olympique Marsiglia.  O addirittura del papa.  Ma la mia risposta
    era  senz'altro  quella  giusta.  Perch era evidente che ci avrebbero
    fottuti. Pi ci riempivano la testa con il sociale, la democrazia,  la
    libert,  i  diritti  dell'uomo  e  tutte  le  altre manfrine,  pi ci
    fottevano. Vero come due pi due fa quattro.
    S disse. Lo penso anch'io. E' come alla roulette. Tu punti,  punti
    di nuovo, c' un unico numero giusto e perdi sempre. Come un cornuto.
    Ma finch giochi, rimani in vita.
    Per questo,  al giorno d'oggi,  bisogna puntare alto.  Io, bello mio,
    non ho pi molte fiches.
    Finii il bicchiere e lo guardai.  I suoi occhi erano posati su di  me.
    Le  occhiaie  violacee  gli  divoravano  la  parte  alta delle guance,
    accentuando  la  magrezza  del  viso.   Fonfon,   non  l'avevo   visto
    invecchiare.    Non   sapevo   neanche   pi   quanti   anni   avesse.
    Settantacinque, settantasei. Non era poi cos vecchio.
    Tra un po' mi metto a frignare dissi, scherzando.
    Ma sapevo che lui non  scherzava.  Aprire  il  bar  ogni  mattina  era
    diventato  uno  sforzo  notevole.  Non  sopportava pi i clienti.  Non
    sopportava pi la solitudine.  Forse un giorno non avrebbe  sopportato
    pi neanche me, e questo lo preoccupava.
    Voglio smettere, Fabio.
    Con un largo gesto indic il bar. La grande sala con i venti tavolini,
    il  calcetto all'angolo - un pezzo raro degli anni '60 -,  il bancone,
    in fondo alla sala, in legno e zinco, che ogni mattina Fonfon lucidava
    con cura.  E i clienti.  Due  tizi  seduti  al  bancone.  Uno  immerso
    nell'"Equipe"  e l'altro che,  sopra le spalle,  sbirciava i risultati
    sportivi.  Due vecchi,  uno di fronte all'altro.  Uno che leggeva  "Le
    Provenal",  l'altro  "La  Marseillaise".  Tre liceali che aspettavano
    l'autobus raccontandosi le vacanze.
    L'universo di Fonfon.
    Non dire stronzate!.
    Sono sempre stato  dietro  un  bancone  a  servire.  Da  quando  sono
    arrivato  a  Marsiglia  con Luigi,  il mio povero fratello.  Non l'hai
    conosciuto, tu. Abbiamo iniziato a sedici anni. Al bar di Lenche.  Lui
    si   messo a fare lo scaricatore.  Io ho lavorato a Le Zanzi,  al bar
    Jeannot aux Cinq Avenues, e al Wagram, sul Vieux-Port. Dopo la guerra,
    quando ho avuto due soldi, ho cominciato qui.  A Les Goudes.  Si stava
    bene qui. Quarant'anni fa.
    Prima  ci si conosceva tutti.  Un giorno aiutavi Marius a ridipingere
    il suo bar. Il giorno dopo era lui che ti dava una mano a sistemare la
    terrazza.  Andavamo a pesca insieme.  Pescavamo  alla  tartana.  C'era
    ancora  il  marito di Honorine,  il povero Toinou.  Non ti dico quanta
    roba riportavamo!  E si mangiava tutti insieme.  Facevamo delle enormi
    zuppe di pesce a casa di uno o dell'altro. Le donne, i bambini. Venti,
    trenta,  a volte. E come si rideva! I tuoi genitori, l dove sono, che
    Dio li protegga, scommetto che se lo ricordano ancora.
    Me lo ricordo, Fonfon.
    E tu volevi mangiare solo la zuppa  con  i  crostini.  Niente  pesce.
    Piantavi tante di quelle grane alla tua povera mamma.
    Smise di parlare, perso nei ricordi dei bei tempi. Io, da quel verme
    che ero,  mi divertivo ad affogare Magali, sua figlia, nelle acque del
    porto. Avevamo la stessa et. Tutti ci vedevano gi sposati. Magali fu
    il mio primo amore. La prima con cui sono andato a letto. Nel fortino,
    sotto la Maronnaise.  La mattina dopo ci beccammo  un  bel  cazziatone
    perch eravamo tornati dopo mezzanotte.
    Avevamo sedici anni.
    Tutto questo  acqua passata.
    Te l'ho detto. Vedi, avevamo ognuno le proprie idee. Urlavamo, peggio
    delle pescivendole. E io pi degli altri, come puoi ben immaginare. Ma
    cazzo,  avevamo rispetto. Ora, se non pisci addosso a chi  pi povero
    di te, ti sputano in faccia.
    Cosa farai?.
    Chiudo.
    Ne hai parlato a Magali e a Fredo?.
    Ma sei rincoglionito? Da quant' che non vedi Magali da queste parti?
    E i figli? Sono anni che giocano a fare i parigini.  Con la macchina e
    tutto il resto. L'estate preferiscono andarsi ad abbronzare le chiappe
    a Benidorm,  dai turchi,  o alle isole di non so che. Qui, figurati, 
    un posto per poveracci come noi. E Fredo, mah, forse  morto. L'ultima
    volta che mi ha scritto stava andando ad aprire un ristorante a Dakar.
    Da allora i negri se lo saranno mangiato crudo! Vuoi un caff?.
    S, volentieri.
    Si alz. Mi pos la mano sulla spalla e si chin,  sfiorandomi il viso
    con la guancia.
    Fabio,  metti un franco sul tavolo,  e il bar  tuo. Non ho smesso un
    attimo di pensarci.  Non puoi restare cos senza  far  niente,  eh?  I
    soldi  vanno  e vengono ma non durano mai tanto.  Allora,  mi tengo la
    casetta e quando muoio devi solo assicurarti  che  mi  mettano  vicino
    alla mia Louisette.
    Cazzo! Non sei mica morto, ancora!.
    Lo so e questo ti dar un po' di tempo per pensarci.
    E se ne and verso il bancone senza che potessi aggiungere altro.  Del
    resto,  non so cosa avrei potuto dire.  La sua  proposta  mi  lasciava
    senza  parole.  La  sua  generosit,  soprattutto.  Ma  non riuscivo a
    vedermi dietro il bancone. Non riuscivo a vedermi da nessuna parte.
    Avrei visto le cose accadere, come si dice da queste parti.

    In quel momento vidi avvicinarsi Honorine.  Camminava a passo  veloce,
    con  la sporta sotto il braccio.  L'energia di quella piccola donna di
    settantadue anni mi sorprendeva sempre.
    Stavo finendo il secondo caff e leggendo  il  giornale.  Il  sole  mi
    scaldava  dolcemente  la schiena permettendomi di non disperare troppo
    del mondo.  La guerra continuava nella ex Jugoslavia.  Un'altra  stava
    per  scoppiare  in  Africa.  Un'altra  ancora  covava  in  Asia,  alle
    frontiere della Cambogia.  E sicuramente prima o poi sarebbe esplosa a
    Cuba. O in qualche altro posto in Centroamerica.
    Vicino a noi non era certo pi rasserenante.
    Furto   sanguinario   al  Panier  titolava  la  cronaca  locale  del
    "Provenal".  Un articolo breve dell'ultima  ora.  Due  persone  erano
    state uccise. I proprietari, partiti per il week-end a Sanary, avevano
    scoperto  solo  ieri sera i cadaveri degli amici che ospitavano.  E la
    loro  casa  svuotata  di  tutto  ci  che  poteva  essere   rivenduto:
    televisione,  videoregistratore,  hi-fi, c.d... Secondo la polizia, la
    morte delle vittime risaliva alla notte tra venerd e sabato,  attorno
    alle tre.
    Honorine venne dritta verso di me.
    Ero sicura di trovarti qui disse posando a terra la sporta.
    Fonfon apparve all'istante, sorridendo. Si volevano bene quei due.
    Salve Honorine.
    Fammi un caffettino, Fonfon. Ma non troppo ristretto, ne ho gi presi
    parecchi.  Si sedette e avvicin la sedia. Senti, c' qualcuno che 
    venuto a farti visita.
    Mi guard, spiando la mia reazione.
    Dove? Da me?.
    Beh s,  da te.  Non da me.  Chi vuoi che venga a trovarmi,  a  me?.
    Aspettava  che  la interrogassi,  ma aveva una gran voglia di parlare.
    Non ti immagini chi !.
    No.
    Non riuscivo a immaginare chi potesse  venire  a  trovarmi.  Cos,  un
    luned alle nove e mezzo di mattina. La donna della mia vita era dalla
    sua  famiglia,  tra  Siviglia,  Cordoba e Cadice,  e non sapevo quando
    sarebbe tornata. Non sapevo neppure se Lole sarebbe mai tornata.
    Eh! Sar una bella sorpresa.  Mi guard ancora,  con gli occhi pieni
    di malizia. Non ce la faceva pi. E' tua cugina. Tua cugina Angle.
    Glou. La mia bella cugina. Questa s che era una sorpresa. Non vedevo
    Glou  da  dieci  anni.  Dal  funerale  di suo marito.  Gino era stato
    ucciso, una notte, mentre chiudeva il ristorante a Bandol.  Non era un
    delinquente,  e  dunque tutti pensarono a una brutta storia di racket.
    L'inchiesta si perse, come tante altre, in fondo a un cassetto.  Glou
    vendette  il  ristorante,   prese  i  tre  figli  e  se  ne  and  per
    ricominciare una nuova vita.  Da  allora,  non  avevo  pi  avuto  sue
    notizie.
    Honorine si chin verso di me e bisbigli:
    Poveraccia,  non sembra molto in forma.  Ha dei guai,  ci metterei la
    mano sul fuoco.
    Perch dici cos?.
    E' stata gentile. Mi ha dato un bacio,  mi ha sorriso.  Abbiamo fatto
    due  chiacchiere  bevendo  un  caff.  Ma non ho potuto fare a meno di
    notare che aveva il viso sciupato.
    Forse  solo stanca.
    Per me, ha dei guai. E per questo  venuta a trovarti.
    Fonfon torn con tre caff. Si sedette di fronte a noi.
    Ho pensato che ne avresti preso volentieri  un  altro.  Tutto  bene?
    chiese, guardandoci.
    E'  Glou  disse  Honorine.  Te  la  ricordi?.  Annu.  E  appena
    arrivata.
    S, e allora?.
    Ha delle noie dissi.
    Honorine dava giudizi infallibili.  Guardai il mare,  pensando che  la
    tranquillit era senz'altro finita.  In un anno avevo preso due chili.
    Essere tranquillo iniziava a pesarmi. Dunque, con o senza guai,  Glou
    era la benvenuta. Vuotai la tazzina e mi alzai.
    Vado.
    E se prendessi una focaccia, per pranzo? disse Honorine. Si fermer
    a mangiare, no?.






    Capitolo secondo.
    Nel quale quando si apre bocca si dice sempre troppo.

    Glou si volt e tutta la mia giovinezza mi salt addosso.  Era la pi
    bella del quartiere.  Aveva fatto girare la testa a pi d'uno,  me per
    primo.  Aveva accompagnato la mia infanzia, alimentato i miei sogni di
    adolescente. Era stata il mio amore segreto. Inaccessibile.  Glou era
    pi grande. Aveva quasi tre anni pi di me.
    Mi  sorrise,  e  due  fossette le illuminarono il viso.  Il sorriso di
    Claudia Cardinale.  Glou  sapeva  di  assomigliarle.  Quasi  in  ogni
    tratto. Ci giocava spesso con questa somiglianza, arrivava addirittura
    a  vestirsi e pettinarsi come la star italiana.  Non perdevamo nessuno
    dei suoi film. La mia fortuna era che ai fratelli di Glou non piaceva
    il cinema. Preferivano le partite di calcio. Glou veniva a chiamarmi,
    la domenica pomeriggio, per farsi accompagnare. Da noi,  a diciassette
    anni una ragazza non usciva mai sola.  Neanche per andare a trovare le
    amiche. Ci doveva sempre essere un maschio di casa.  E Glou mi voleva
    bene.
    Adoravo stare con lei.  Per strada, quando mi prendeva a braccetto, mi
    sentivo un re!  Durante la proiezione del  "Gattopardo"  di  Visconti,
    stavo  per  impazzire.  Glou  si  era avvicinata e mi aveva mormorato
    all'orecchio:
    Guarda che bella.
    Alain Delon la prendeva tra le braccia. Avevo posato la mano su quella
    di Glou e, quasi senza voce, le avevo risposto:
    Come te.
    Rest con la mano nella mia per tutta la proiezione.
    Non capii niente del film, tanto ero eccitato. Avevo quattordici anni.
    Ma non somigliavo per niente a Delon,  e Glou era mia cugina.  Quando
    la  luce  torn  in sala,  la vita riprese il suo corso e io capii che
    sarebbe stata totalmente ingiusta.
    Fu un sorriso fugace.  Il lampo dei ricordi.  Glou si avvicin.  Feci
    appena  in  tempo  a vederle gli occhi riempirsi di lacrime ed era gi
    tra le mie braccia.
    Sono contenta di vederti dissi, stringendola a me.
    Ho bisogno del tuo aiuto, Fabio.
    La stessa voce roca dell'attrice. Ma non era una replica del film. Non
    eravamo pi al cinema.  Claudia Cardinale si era sposata,  aveva avuto
    dei  figli e viveva e felice.  Alain Delon era ingrassato e guadagnava
    un sacco di soldi.  Noi eravamo invecchiati.  La vita,  come promesso,
    era stata ingiusta con noi. E lo era ancora. Glou aveva dei problemi.
    Ora mi racconti.

    Guitou,  il pi piccolo dei tre maschi,  era fuggito di casa.  Venerd
    mattina. Senza lasciare un biglietto,  niente.  Aveva soltanto fregato
    mille  franchi  dalla cassa del negozio.  Da allora,  silenzio.  Aveva
    sperato che la chiamasse,  come quando andava in vacanza dai cugini di
    Napoli.  Aveva  pensato  che  sarebbe  tornato  il  sabato.  Lo  aveva
    aspettato tutto  il  giorno.  Poi  tutta  la  domenica.  Stanotte  era
    crollata.
    Dove pensi che sia andato?.
    Qui. A Marsiglia rispose, senza esitare.
    I nostri occhi si incrociarono.  Lo sguardo di Glou si perse lontano,
    l dove non era facile essere madre.
    Ti devo spiegare.
    Credo anch'io.
    Rifeci il caff per la seconda volta.  Avevo messo  un  disco  di  Bob
    Dylan.  L'album "Nashville Skyline".  Il mio preferito. Con "Girl from
    the North Country", un duo con Johnny Cash. Una vera meraviglia.
    E' vecchio questo,  sono anni che  non  lo  sentivo.  Ascolti  ancora
    queste cose?
    Aveva detto le ultime parole quasi con disgusto.
    Questo e altro. I miei gusti cambiano poco. Ma posso metterti Antonio
    Machin,   se  preferisci.   "Dos  gardenias  por  amor.  Canticchiai,
    accennando qualche passo di bolero.
    Non la feci sorridere.  Forse  preferiva  Julio  Iglesias!  Evitai  di
    chiederglielo e mi diressi in cucina.
    Ci eravamo messi in terrazza,  di fronte al mare.  Glou era seduta su
    una poltrona di vimini,  la mia preferita.  Con le  gambe  incrociate,
    fumava pensierosa.  Dalla cucina la osservavo con la coda dell'occhio,
    aspettando che uscisse il caff. Da qualche parte in un armadio ho una
    meravigliosa caffettiera elettrica, ma continuo a usare la mia vecchia
    caffettiera italiana. Questione di gusti.
    Glou,  il tempo  sembrava  averla  risparmiata.  Si  avvicinava  alla
    cinquantina e restava una bella donna,  desiderabile. Sottili zampe di
    gallina agli angoli degli occhi, uniche rughe, la rendevano ancora pi
    seducente.  Ma in lei c'era qualcosa che mi disturbava.  Che mi  aveva
    disturbato  dal  momento  in cui si era allontanata dalle mie braccia.
    Sembrava appartenere a un mondo nel quale non avevo mai  messo  piede.
    Un  mondo  rispettabile.  Dove  si respira Chanel numero 5 anche in un
    campo  da  golf.   Dove  le  feste  sono  una  sfilza  di   comunioni,
    fidanzamenti, matrimoni, battesimi. Dove tutto  in armonia, anche tra
    le lenzuola, i copripiumini, le camicie da notte e le pantofole. E gli
    amici,  relazioni  mondane con gente che si invita a cena una volta al
    mese, e che ricambia l'invito.  Avevo visto una Saab nera parcheggiata
    davanti  alla  mia  porta  ed ero pronto a scommettere che il tailleur
    grigio che indossava Glou non era stato comprato ai grandi magazzini.
    Dalla morte di Gino in poi avevo senz'altro perso alcuni episodi della
    vita della mia bella cugina. Morivo dalla voglia di saperne di pi, ma
    non era da l che dovevo cominciare.
    Quest'estate Guitou si  fatto un'amichetta. Un flirt,  ecco.  Era in
    campeggio  con  un  gruppo  di  amici  al  lago di Serre-Ponon.  L'ha
    conosciuta a una festa di paese. A Manse,  credo.  Durante l'estate ci
    sono feste di paese,  con balli,  eccetera. Da quel giorno non si sono
    pi lasciati.
    E' normale, alla sua et.
    S. Ma ha solo sedici anni e mezzo. E lei diciotto, capisci.
    Beh, deve essere un bel ragazzino il tuo Guitou dissi scherzando.
    Di nuovo nessun sorriso.  E non  si  rilassava.  Era  angosciata.  Non
    riuscivo  a  rasserenarla.  Prese la borsa che era ai suoi piedi.  Una
    borsa di Vuitton.  Tir fuori il portafoglio,  lo apr e mi  tese  una
    foto.
    Eravamo in montagna, quest'inverno. A Serre-Chevalier.
    Lei  e  Guitou.  Magro come un chiodo e di una spanna pi alto di lei.
    Capelli lunghi,  scompigliati,  gli ricadevano sulla fronte.  Un  viso
    quasi effeminato.  Quello di Glou.  E lo stesso sorriso. Vicino a lei
    sembrava sbiadito. Tanto lei appariva sicura,  determinata,  tanto lui
    sembrava non debole,  ma fragile.  Sapevo che era l'ultimo, quello che
    lei e Gino non aspettavano pi, e che aveva dovuto viziare moltissimo.
    Ci che mi sorprese  che solo la bocca di  Guitou  sorrideva,  non  i
    suoi occhi. Lo sguardo, perso nel vuoto, era triste. E dal modo in cui
    teneva  gli  sci,  immaginai che tutto ci lo annoiasse terribilmente.
    Non lo dissi a Glou.
    Sono sicuro che,  a diciotto anni,  avrebbe fatto  perdere  la  testa
    anche a te.
    Trovi che somigli a Gino?.
    Ha il tuo sorriso. Difficile resistergli. Lo sai.
    Non colse l'allusione. O non volle. Alz le spalle e mise via la foto.
    Vedi,  Guitou  si illude facilmente.  E' un sognatore.  Non so da chi
    abbia preso.  Passa ore e ore a leggere.  Non gli piace lo  sport.  Il
    minimo  sforzo  sembra costargli tanto.  Marc e Patrice non sono cos.
    Sono pi... terra terra. Pi pratici.
    Capivo. Realisti, si dice oggi.
    Vivono con te, Marc e Patrice?.
    Patrice  sposato.  Da  tre  anni.  Gestisce  un  negozio  che  ho  a
    Sisteron.  Con la moglie.  Le cose gli vanno bene.  Marc  negli Stati
    Uniti,  da un anno.  Sta studiando ingegneria turistica.  E' ripartito
    dieci  giorni  fa.  Si  ferm,  pensierosa.  E' la prima ragazza per
    Guitou. Insomma, la prima di cui sono al corrente.
    Te ne ha parlato?.
    Quando  ripartita,  dopo il  15  agosto,  non  la  finivano  pi  di
    telefonarsi.  Mattina e sera.  Stavano ore al telefono.  La cosa stava
    iniziando a diventare seria. Ho dovuto dirgli qualcosa.
    Cosa speravi?  Che finisse cos?  Un  ultimo  bacino,  arrivederci  e
    grazie?.
    No, ma....
    Credi che sia venuto a trovarla? E' cos?.
    Non lo credo,  lo so.  Prima voleva che invitassi la sua amica per un
    week-end a casa e ho rifiutato.  Poi mi  ha  chiesto  il  permesso  di
    andarla a trovare a Marsiglia e ho detto di no.  E' troppo giovane.  E
    poi, non trovavo fosse giusto, alla vigilia dell'inizio della scuola.
    E cos, trovi che sia meglio? dissi, alzandomi.
    Questa conversazione mi innervosiva. Potevo capire la paura di vederlo
    volare via verso un'altra donna Soprattutto il pi piccolo.  Le  madri
    italiane sono eccellenti in questo. Ma no, c'era dell'altro. Glou non
    mi diceva tutto, lo sentivo.
    Non voglio un consiglio, Fabio, ma un aiuto.
    Se  credi di rivolgerti a uno sbirro,  hai sbagliato indirizzo dissi
    con freddezza.
    Lo so. Ho chiamato il commissariato.  Non sei in servizio da oltre un
    anno.
    Ho dato le dimissioni.  Una lunga storia. Comunque ero solo un misero
    poliziotto di periferia. Nei quartieri nord.
    Sono venuta a trovare te,  non il poliziotto.  Voglio che tu  vada  a
    cercarlo. Ho l'indirizzo della ragazza.
    Ora avevo smesso di capire.
    Aspetta,  Glou.  Spiegami.  Se  hai  l'indirizzo,  perch non ci sei
    andata direttamente? Perch non hai chiamato, almeno?.
    Ho telefonato. Ieri. Due volte. Ho parlato con la madre.  Mi ha detto
    di non conoscere Guitou.  Che non l'aveva mai visto.  E che sua figlia
    non c'era. Che era da suo nonno e che non aveva telefono. Fesserie.
    Forse  vero.
    Pensavo. Cercavo di mettere ordine in tutto quel casino.  Ma ancora mi
    mancavano elementi, ne ero certo.
    A cosa pensi?.
    Che impressione ti ha fatto quella ragazzina?.
    L'ho vista una sola volta.  Il giorno della sua partenza. E' venuta a
    prendere Guitou a casa per farsi accompagnare alla stazione.
    E com'?.
    Cos.
    Cos, come? E' bella?.
    Alz le spalle.
    Mah.
    S o no? Merda! Cos'ha? E' brutta? Inferma?.
    No. E'... No,  bella.
    Beh, si direbbe che ti dispiaccia. Ti sembra seria?.
    Alz di nuovo le  spalle  e,  a  dire  il  vero,  iniziava  proprio  a
    innervosirmi.
    Non lo so, Fabio.
    Lo disse con una punta di panico nella voce.  I suoi occhi diventarono
    sfuggenti. Ci stavamo avvicinando alla verit.
    Come non lo sai? Non le hai parlato?.
    Alex l'ha sbattuta fuori.
    Alex?.
    Alexandre.  L'uomo con cui vivo dopo la...  Poco  dopo  la  morte  di
    Gino.
    Ah! E perch lo ha fatto?.
    E'...  una giovane araba. E... non ci piacciono tanto, tutto qui.
    Eccoci.  Era l che il meccanismo si inceppava.  Improvvisamente,  non
    osai pi guardare Glou.  Mi voltai,  verso il mare.  Come se  potesse
    rispondere di tutto. Mi vergognavo. L'avrei volentieri sbattuta fuori,
    ma  era  mia  cugina.  Suo  figlio  era fuggito,  rischiava di perdere
    l'inizio della scuola, ed era preoccupata.  E questo,  malgrado tutto,
    potevo capirlo.
    Di  cosa  avete avuto paura?  Che la piccola araba potesse sporcarvi?
    Per Dio, ma che cazzo!  Lo sai da dove vieni,  tu?  Ti ricordi chi era
    tuo padre?  Come lo chiamavano? Lui, il mio? Tutti i "nabos" (5)? Cani
    da banchina! S! Non dirmi che non hai sofferto per essere nata l, al
    Panier,  dai cani di banchina!  E mi vieni a parlare di arabi!  Non  
    perch  guidi  la  Saab  e indossi un tailleur da fichetta stronza che
    oggi sei qualcos'altro.  Se facessero  le  carte  d'identit  dopo  un
    prelievo di sangue, sulla tua ci schiafferebbero sopra Araba.
    Si alz, sconvolta.
    Il mio sangue  italiano. Noi italiani non siamo arabi.
    Il sud non  l'Italia.  E' il paese dei vagabondi. Sai come dicono in
    Piemonte? Mau-Mau. Un'espressione per indicare gli arabi,  gli zingari
    e tutti gli italiani da Roma in gi. Cazzo! Glou, non dirmi che credi
    a tutte queste stronzate!.
    Alex ha fatto la guerra d'Algeria. Gliene hanno fatte vedere di tutti
    i colori. Lo sa come sono. Subdoli e....
    Ecco.  E  hai paura che facendo un bocchino a tuo figlio gli attacchi
    l'Aids.
    Sei veramente volgare.
    Certo.  Di fronte alla stronzaggine non posso fare di meglio.  Prendi
    la  borsa  e  togliti di torno.  Manda il tuo Alex dagli arabi.  Forse
    torna a casa vivo, e con tuo figlio.
    Alex non sa niente. Non c'. E' in viaggio. Fino a domani sera.  Devo
    tornare insieme a Guitou entro domani, senno....
    Senn cosa?.
    Si lasci ricadere sulla poltrona e scoppi in lacrime. Mi accovacciai
    davanti a lei.
    Senn cosa, Glou? chiesi ancora, con pi dolcezza.
    Lo picchier di nuovo.

    Ecco  che  apparve  Honorine.  Naturalmente  non si era persa una sola
    parola del mio scazzo con Glou,  ma si era guardata  bene  dal  farsi
    vedere sulla terrazza.  Non si immischiava mai nei miei affari. A meno
    che non fossi io a coinvolgerla.
    Glou e io eravamo persi in un silenzio pesante. Quando si apre bocca,
    si dice sempre troppo.  Dopo ci si deve assumere la responsabilit  di
    ci  che si  detto.  E il poco che Glou mi aveva detto di lei e Alex
    non faceva rima con felicit.
    Si accontentava.  Perch,  aveva aggiunto,  a cinquant'anni una donna,
    bench  affascinante,  non  ha pi molta scelta.  Un uomo conta pi di
    ogni altra cosa. Cos come la sicurezza economica.  E ci valeva anche
    qualche  sofferenza  e  umiliazione.  Anche  qualche  sacrificio.  Per
    questo,  ammise  senza  vergogna,  aveva  trascurato  Guitou.  Per  la
    migliore ragione del mondo. Cio la paura. Paura di litigare con Alex.
    Paura  di  farsi  mollare.  Paura  di restare sola.  Sarebbe venuto il
    giorno in cui Guitou se ne sarebbe andato via di  casa.  Come  avevano
    fatto prima Patrice, poi Marc.
    E' vero, lei e Gino non avrebbero voluto Guitou. Era venuto tanti anni
    dopo.  Sei anni. Un incidente. Gli altri due erano gi grandi. Lei non
    aveva pi voglia di essere madre,  ma donna.  Poi Gino era  morto.  Le
    rimaneva questo bambino. E un'immensa tristezza. Ridivent madre.
    Alex  si  era occupato bene dei suoi figli.  Tra loro funzionava.  Non
    c'erano problemi. Ma,  crescendo,  Guitou inizi a odiare il patrigno.
    Al padre,  che non aveva avuto il tempo di conoscere, attribuiva tutte
    le virt e le qualit del mondo. Guitou inizi ad amare e odiare tutto
    ci che Alex odiava e  amava.  Dopo  la  partenza  dei  due  fratelli,
    l'astio  tra Guitou e Alex era aumentato.  Ogni pretesto era buono per
    uno scontro.  Anche la scelta di un film alla televisione era causa di
    litigio.  Guitou, allora, si chiudeva nella sua stanza con la musica a
    tutto volume. All'inizio, rock e reggae. Da un anno ra e rap.
    Alex inizi a picchiare Guitou. Schiaffi, niente di pi.  Come avrebbe
    fatto  Gino.  I  ragazzini  ogni tanto se li meritano.  E Guitou molto
    spesso. La sberla che si era beccato, quando la ragazzina araba si era
    presentata a casa,  segn l'inizio della degenerazione.  Guitou si era
    ribellato.  Alex lo aveva picchiato.  Forte. Lei si era intromessa, ma
    Alex le aveva detto di restarsene fuori.  Quel ragazzino ne  combinava
    troppe.  Lo  avevamo  gi  sopportato abbastanza.  Ascoltare la musica
    araba, passi. Ma da l a invitare gli arabi in casa... c'era un limite
    che non si poteva superare. Era sempre la stessa storia. Prima avrebbe
    portato lei, poi i fratelli. E dopo tutta la trib.  Glou,  in fondo,
    era abbastanza d'accordo con Alex.
    Adesso era in preda al panico.  Perch era confusa. Non voleva perdere
    Alex,  ma la fuga e il silenzio di  Guitou  accrescevano  i  sensi  di
    colpa. Era suo figlio e lei era sua madre.
    Ho fatto friggere qualche frittella di pur di ceci disse Honorine a
    Glou.  Sono calde calde. Mi tese il piatto e la focaccia che teneva
    sotto il braccio.
    Dall'inizio dell'estate avevo costruito un piccolo  passaggio  tra  la
    sua  terrazza  e  la  mia.  Con una porticina in legno.  Le evitava di
    uscire di casa per venire da me.  Non avevo pi nulla da nascondere  a
    Honorine.  N le mia biancheria sporca,  n le mie storie d'amore. Ero
    come il figlio che il suo Toinou non aveva potuto darle.
    Sorrisi, presi l'acqua e una bottiglia di pastis.  E preparai la brace
    per fare le orate alla griglia. Quando ci sono problemi, la fretta non
    esiste pi.







    Capitolo terzo.
    Nel quale dove c' rabbia c' vita.

    I  ragazzini giocavano benissimo.  Senza fare scena.  Giocavano per il
    piacere di farlo. Per imparare di pi ed essere i migliori, un giorno.
    Il campo di basket,  relativamente nuovo,  aveva mangiato parte  dello
    spazio  del parcheggio,  davanti a due grandi isolati della "cit" (6)
    La Bigotte,  sulle alture di Notre-Dame Limite,  alla frontiera  tra
    Marsiglia  e Septme-les-Vallons.  Una "cit" che dominava i quartieri
    nord.
    Qui,  le cose non sono peggio che altrove.  N meglio.  Cemento in  un
    paesaggio  convulso,  roccioso  e  calcareo.  E  la  citt,  laggi  a
    sinistra.  Lontano.  Qui si  lontani da tutto.  Salvo dalla  miseria.
    Anche  la  biancheria  stesa  ad  asciugare alle finestre lo dimostra.
    Sembra senza colore, malgrado il sole e il vento che la agita.  Bucato
    da disoccupati,  ecco tutto.  Ma,  rispetto a quelli di gi,  c' la
    vista. Magnifica. La pi bella di Marsiglia.  Basta aprire la finestra
    e si ha tutto il mare per s.  Gratis.  Quando non si ha niente, avere
    il mare - il Mediterraneo -  molto.  Come un tozzo di pane per chi ha
    fame.
    L'idea  del  campo di basket era stata di uno dei ragazzini,  chiamato
    OubaOuba.  Non perch fosse un selvaggio negro senegalese,  ma  perch
    davanti  a  un  canestro saltava con pi agilit di un marsupiale.  Un
    vero artista.
    Vedere le macchine che si prendono tutto lo spazio mi  fa  incazzare
    aveva  detto  a  Lucien,  un  tizio  piuttosto  simpatico del Comitato
    sociale.  Casa mia non    grande,  e  vabb.  Ma  questi  parcheggi,
    merda!.
    L'idea  si  era fatta strada.  Una gara di velocit aveva preso il via
    tra  il  sindaco  e  il  deputato,   sotto  lo  sguardo  beffardo  del
    consigliere che non era in campagna elettorale.  Me lo ricordavo bene.
    I ragazzini  non  aspettarono  la  fine  dei  discorsi  ufficiali  per
    occupare  il  loro  campo.  Non  era neppure finito.  Non lo fu mai,
    d'altronde.  E ora il sottile strato di cemento  si  spaccava  in  pi
    punti.
    Li guardavo giocare, fumando. Era strano ritrovarmi qui, nei quartieri
    nord. Era il mio settore. Ma da quando avevo dato le dimissioni non ci
    avevo pi messo piede. Non avevo nessun motivo per venirci. N qui, n
    alla  Bricarde,   n  alla  Solidarit,   n  alla  Savine,   n  alla
    Paternelle... "Cits" dove non c' niente. Niente da vedere. Niente da
    fare.  Neanche andarsi a comprare una Coca Cola,  come al Plan  d'Aou,
    dove almeno una salumeria riusciva a sopravvivere.
    Per  portare  il culo in questi quartieri dovevi abitarci,  essere uno
    sbirro o un educatore.  Per la maggioranza dei marsigliesi i quartieri
    nord sono solo una realt astratta. Luoghi che esistono, ma che non si
    conoscono,  che  non si conosceranno mai.  E che verranno sempre visti
    con gli occhi della televisione. Come il Bronx, ecco. Con i fantasmi
    che l'accompagnano. E le paure.
    Ovviamente,  mi ero lasciato convincere da Glou ad andare  a  cercare
    Guitou. Avevamo evitato di parlarne durante il pranzo. Eravamo tutti e
    due imbarazzati. Lei, per ci che mi aveva raccontato. Io, per ci che
    avevo sentito. Fortunatamente Honorine aveva tenuto banco.
    Mah,  non so come faccia a vivere laggi,  tra quelle montagne. Io ho
    lasciato Marsiglia un'unica volta. Per andare ad Avignone. Louise, una
    delle mie sorelle, aveva bisogno di me.  Come ero triste...  E ci sono
    rimasta  solo  due  mesi.  Era il mare a mancarmi di pi.  Qui,  posso
    restare per ore a guardarlo. Non  mai lo stesso.  Certo,  l c'era il
    Rodano.  Ma  non  uguale.  Non cambia mai.  E' sempre grigio e non ha
    nessun odore.
    Nella vita non si pu sempre scegliere  aveva  risposto  Glou,  con
    grande stanchezza.
    Certo,  il mare non  tutto.  La felicit, i figli, la salute vengono
    al primo posto.
    Glou era sull'orlo delle lacrime.  Si era  accesa  una  sigaretta.  A
    malapena aveva assaggiato l'orata.
    Vacci,  ti  prego  aveva mormorato,  quando Honorine era sparita per
    andare a prendere le tazzine da caff.
    Ero l.  Davanti al palazzo dove abitava la famiglia Hamoudi.  E Glou
    mi  aspettava.  Ci  aspettava,  Guitou  e me.  Ansiosa,  nonostante la
    rassicurante compagnia di Honorine.
    Ha dei problemi, non  vero? mi aveva chiesto in cucina.
    Con il figlio minore.  Guitou.  E' fuggito di casa.  E crede che  sia
    qui, a Marsiglia. Non la stuzzicare troppo, quando vado via.
    Vai tu a cercarlo?.
    Qualcuno deve pur andarci, no?.
    Poteva essere... Non lo so... Vive sola?.
    Ne parliamo dopo, va bene?.
    E'  come  pensavo,  ha  dei  problemi tua cugina.  E non solo con suo
    figlio.
    Accesi un'altra sigaretta.  OubaOuba fece un  canestro  che  lasci  a
    bocca  aperta  i  suoi compagni.  Formavano davvero una bella squadra,
    quei ragazzetti.  E io  non  riuscivo  a  decidermi.  Non  trovavo  il
    coraggio. O piuttosto non ero convinto. Perch sarei dovuto sbarcare a
    casa di quelle persone?  Buongiorno, mi chiamo Fabio Montale. Vengo a
    recuperare il ragazzo.  Tutta questa storia  durata abbastanza.  E tu
    piantala,  tua madre  molto preoccupata.  No,  non potevo farlo. Ci
    che avrei fatto sarebbe stato di portare i due ragazzini a casa mia  e
    poi se la sarebbero vista con Glou.
    Vidi una sagoma conosciuta.  Serge.  Lo riconobbi dall'andatura goffa,
    quasi infantile.  Usciva dal palazzo D4,  di fronte a  me.  Mi  sembr
    dimagrito.  Una fitta barba gli copriva met del viso. And diretto al
    parcheggio.  Con le mani nelle tasche del giubbotto.  Le spalle curve.
    Sembrava piuttosto triste.
    Non  l'avevo  pi visto,  da almeno due anni.  Pensavo addirittura che
    avesse lasciato Marsiglia.  Per diversi anni era stato  educatore  nei
    quartieri nord, poi si era fatto licenziare, un po' anche a causa mia.
    Quando  beccavo  dei  ragazzini  che  avevano  fatto  una cazzata,  lo
    convocavo  in  commissariato,   prima   dei   genitori.   Mi   passava
    informazioni  sulle famiglie,  mi dava consigli.  I ragazzini erano la
    sua vita. Per questo aveva scelto il lavoro di educatore. Era stufo di
    vedere adolescenti finire in galera. Prima di tutto,  aveva fiducia in
    loro.  Con quella specie di fede nell'uomo che hanno alcuni preti.  Un
    po' troppo prete per i  miei  gusti,  del  resto,  lo  era...  Avevamo
    simpatizzato,  senza  diventare amici.  Per questo,  per quel suo lato
    pretonzolo. Non ho mai creduto che gli uomini siano buoni. Ma meritano
    di essere tutti uguali.
    I miei rapporti con Serge diedero adito alle chiacchiere.  E  ai  miei
    capi non piacevano affatto. Un poliziotto e un educatore! Ce la fecero
    pagare.  Prima  a  Serge,  duramente.  A  me  dopo,  con un po' pi di
    eleganza. Non si caccia cos facilmente uno sbirro il cui incarico nei
    quartieri nord  era  stato  volontariamente  programmato  alcuni  anni
    prima.   Mi  ridussero  gli  effettivi  e,   un  po'  alla  volta,  mi
    deresponsabilizzarono.   Senza  pi  crederci,   avevo  continuato   a
    lavorare,  perch  non sapevo far altro che questo,  lo sbirro.  C'era
    voluta la morte di tante persone che amavo,  troppe,  per arrivare  al
    disgusto e liberarmi.
    Che   cosa   Serge  stesse  combinando  l,   non  ebbi  il  tempo  di
    chiederglielo.  Una B.M.W.  nera,  con i vetri fum,  arriv da non so
    dove.  Andava  a passo d'uomo e Serge non ci fece caso.  Quando giunse
    alla sua altezza,  un braccio  sbuc  dal  finestrino  posteriore.  Un
    braccio armato di pistola.  Tre colpi a bruciapelo. La B.M.W. part di
    scatto e spar cos come era venuta.
    Serge era l, steso sull'asfalto. Morto, senza dubbio.

    Gli spari rimbombarono tra i  palazzi.  Le  finestre  si  aprirono.  I
    ragazzini  smisero  di  giocare  e il pallone rotol via.  Il tempo si
    immobilizz in  un  breve  silenzio.  Poi  tutti  scapparono  in  ogni
    direzione.
    E io corsi verso Serge.
    Spostatevi  gridai  a  tutti  quelli  che  si ammassavano davanti al
    cadavere. Come se Serge avesse ancora bisogno di spazio, di aria.
    Mi accovacciai davanti a  lui.  Un  movimento  che  mi  era  diventato
    familiare.  Troppo.  Tanto  quanto la morte.  Gli anni passavano e non
    facevo altro,  appoggiare un ginocchio a  terra  per  chinarmi  su  un
    cadavere.  Merda!  Non poteva ricominciare,  adesso. Ancora. Perch la
    mia strada era piena di cadaveri?  E perch erano  sempre  pi  spesso
    quelli  di  persone  che conoscevo e amavo?  Manu e Ugo,  i miei amici
    d'infanzia e di vita.  Leila,  talmente bella e giovane che non  avevo
    osato vivere con lei. E ora, il mio amico Serge.
    La  morte non mi lasciava pi,  come una specie di iella che un giorno
    mi era piombata addosso. Ma perch? Perch? Cazzo di merda!
    Serge se le era beccate tutte.  Pallottole  di  potente  calibro  .38,
    pensai.  Armi da professionisti. In cosa poteva essersi cacciato, quel
    fesso. Alzai gli occhi verso il D4.  Da chi era andato?  E perch?  La
    persona  che  era  andato a trovare non si sarebbe di certo messa alla
    finestra per farsi vedere.
    L'avevi mai visto? chiesi a OubaOuba, che era sgusciato vicino a me.
    Mai visto prima.
    Le sirene della polizia si fecero sentire all'ingresso  della  "cit".
    Finalmente veloci! I ragazzi si volatilizzarono in un attimo. Rimasero
    solo le donne, i bambini, alcuni vecchi senza et. E io.
    Arrivarono come cow-boys.  Dal modo in cui frenarono,  all'altezza del
    gruppo,  mi convinsi che avevano a lungo studiato Starsky e  Hutch  in
    televisione.  Sicuramente  avevano pi volte provato la scena,  questa
    dell'arrivo,  perch era veramente perfetta.  I quattro  sportelli  si
    aprirono   e  gli  uomini  saltarono  contemporaneamente  fuori  dalla
    macchina.   Tranne  Babar.   Era  il  pi   anziano   poliziotto   del
    commissariato  di  settore e,  ormai,  da tempo non si divertiva pi a
    recitare i remake dei  film  polizieschi.  Sperava  di  arrivare  alla
    pensione  come  aveva  iniziato  la  carriera,  senza fare troppo.  E,
    preferibilmente, vivo.
    Pertin,  chiamato Due Teste dai ragazzini delle "cits",  per via  dei
    Ray-Ban  che  portava fissi,  lanci un'occhiata al cadavere di Serge,
    poi mi guard a lungo.
    Che ci fai qui?.
    Pertin e io non eravamo proprio amici. Pur essendo lui il commissario,
    per sette anni ero stato io ad avere ogni autorit sui quartieri nord.
    Il suo commissariato di  settore  non  era  altro  che  una  fonte  di
    informazioni  per  le  squadre  di  sicurezza  che dirigevo.  A nostra
    disposizione.
    Fin dai primi giorni c'era stata guerra tra Pertin e  me.  In  questi
    quartieri  di  arabi  ripeteva,  c' una sola cosa che funziona,  la
    forza. Era il suo credo. Lo aveva applicato alla lettera per anni. I
    "beurs",  ne acchiappi uno ogni tanto e lo pesti di botte in una  cava
    deserta.  Hanno  sicuramente fatto qualche cazzata che tu non sai.  Tu
    picchi e sei sicuro che quel verme sa perch lo stai  facendo.  Meglio
    di  qualsiasi controllo d'identit.  Evita l'accumulo di scartoffie in
    commissariato. E ti calma la strizza che quegli sporchi arabi ti hanno
    messo addosso.
    Per lui fare bene il proprio lavoro era questo,  aveva dichiarato ai
    giornalisti.  Il  giorno  prima la sua squadra aveva incidentalmente
    ammazzato un "beur" di diciassette anni durante un semplice  controllo
    di  identit.  Nel  1988.  Questa  sbavatura  aveva messo Marsiglia in
    tumulto.  Proprio quell'anno mi spedirono  a  capo  delle  squadre  di
    sicurezza.  Il super-sbirro che doveva riportare ordine e serenit nei
    quartieri nord. Eravamo ai limiti della sommossa.
    Il mio modo di  agire  gli  dimostr,  ogni  giorno  di  pi,  che  si
    sbagliava.  Anche se io stesso,  a mia volta, sbagliavo a voler troppo
    temporeggiare, mediare.  A voler comprendere troppo l'incomprensibile.
    La miseria e la disperazione. Senz'altro non ero abbastanza sbirro. E'
    ci che mi spiegarono i miei capi.  Dopo.  Credo che avessero ragione.
    Dal punto di vista della polizia, voglio dire.
    Dopo le mie dimissioni Pertin  aveva  ripreso  potere  sulle  "cits".
    Regnava  la  sua  legge.  I  pestaggi  nelle  cave abbandonate erano
    ricominciati.  Anche i  rodei  in  macchina.  L'odio.  E  l'escalation
    dell'odio. I fantasmi diventavano realt e qualsiasi cittadino, armato
    di fucile,  poteva sparare a vista su qualsiasi cosa non fosse proprio
    bianca. Ibrahim Ali, un comoriano di diciassette anni, era morto cos,
    una sera del febbraio 1995, correndo dietro all'autobus notturno con i
    suoi amici.
    Ti ho fatto una domanda. Che ci fai qui?.
    Turismo. Mi mancavano i quartieri. La gente, tutto questo.
    Dei quattro sorrise solo Babar. Pertin si chin sul corpo di Serge.
    Merda! E' il tuo amico frocio! E' morto.
    L'ho visto.
    Mi guard, con cattiveria.
    Che ci faceva qui?.
    Non ne ho la minima idea.
    E tu?.
    Te l'ho detto Pertin.  Passavo.  Ho avuto voglia di veder  giocare  i
    ragazzi. Mi sono fermato.
    Il campo di basket era vuoto.
    Quali ragazzi? Nessuno sta giocando.
    La  partita  finita con gli spari.  Sai come sono,  non  che non vi
    vogliano bene ma preferiscono evitare di incrociarvi.
    Lascia stare i commenti, Montale. Me ne fotto. Racconta.
    Gli raccontai.

    Gli raccontai,  per la seconda volta.  In  commissariato.  Pertin  non
    aveva  potuto fare a meno di concedersi questo piccolo regalo.  Avermi
    l seduto di fronte e interrogarmi.  In quel  commissariato  dove  per
    anni  ero  stato  l'unico  a  comandare.  Era una misera vendetta,  ma
    l'assaporava con quella gioia che appartiene  solo  ai  miserabili,  e
    voleva  goderne  il  pi possibile.  Forse una simile occasione non si
    sarebbe pi ripresentata.
    E si spremeva le meningi,  Pertin,  dietro ai  quei  fottuti  Ray-Ban.
    Serge e io eravamo stati amici.  Potevamo esserlo ancora. Serge si era
    appena fatto ammazzare. Senz'altro per una brutta storia. Ero l,  sul
    luogo.  Testimone.  S,  ma perch non complice? Dunque, potevo essere
    una pista.  Non per incastrare chi aveva fatto  fuori  Serge,  ma  per
    incastrare me. Sapevo quanto tutto ci lo rendesse felice.
    Non gli vedevo gli occhi,  ma  esattamente questo che ci avrei letto.
    La stronzaggine non impedisce di ragionare con logica.
    Professione aveva detto con disprezzo.
    Disoccupato.
    Scoppi a ridere.  Carli smise di battere  a  macchina  e  cominci  a
    ridere anche lui.
    No! Passi il tempo a scopare? Come le scimmie e gli arabi?.
    Mi voltai verso Carli.
    Non lo scrivi questo?.
    Scrivo solo le risposte.
    Magari superman si offende! riprese Pertin. Si chin verso di me:
    E di cosa vivi?.
    Ehi! Pertin, dove credi di essere? In televisione? Al circo?.
    Avevo  solo  alzato  il  tono.  Per  rimettere le cose in chiaro.  Per
    ricordare cos'ero, un testimone. Ignoravo tutto di quella storia.  Non
    avevo  niente da nascondere,  a parte il motivo della mia visita nella
    "cit".  La mia versione dei fatti  potevo  raccontarla  cento  volte,
    sempre  nello  stesso modo.  Pertin lo aveva capito rapidamente,  e lo
    faceva veramente incazzare.  Aveva voglia di mollarmi un  ceffone.  Ne
    sarebbe  stato  capace.  Era capace di tutto.  All'epoca in cui era ai
    miei  ordini  informava  gli  spacciatori  quando   stavo   per   fare
    un'incursione.  O  informava la squadra antinarcotici,  se sentiva che
    l'esca  era  appetibile.   Mi  ricordavo  ancora  il   fallimento   di
    un'operazione al Petit-Sminaire,  un'altra "cit" dei quartieri nord.
    Gli spacciatori  operavano  in  famiglia.  Erano  coinvolti  fratelli,
    sorelle,  genitori. Vivevano l, da bravi vicini. I ragazzini pagavano
    con materiale hi-fi  proveniente  dalle  rapine.  Materiale  che  loro
    rivendevano immediatamente,  al triplo. Il guadagno veniva reinvestito
    nella roba. Facemmo cilecca.  La squadra antinarcotici ci riusc tre
    anni dopo, con Pertin a dirigere l'operazione.
    Sorrise. Un sorriso ipocrita. Stavo accumulando punti, e lo sent. Per
    dimostrarmi di essere ancora padrone del gioco,  afferr il passaporto
    di Serge e me lo agit sotto il naso.
    Senti, Montale, lo sai dove abitava il tuo amico?.
    Non ne ho la minima idea.
    Sicuro?.
    Dovrei?.
    Apr il passaporto, e riapparve il suo sorriso.
    Da Arno.
    Merda!  Che cazzo di  storia  era  questa!  Pertin  osservava  le  mie
    reazioni.  Non ne ebbi. Aspettai. L'odio che nutriva per me lo portava
    a fare stronzate, a dare informazioni a un testimone.
    Qui non c' scritto disse agitando il passaporto come un  ventaglio.
    Ma  abbiamo i nostri informatori.  E sanno parecchie cose,  da quando
    non ci sei pi. Non siamo preti, noi. Siamo poliziotti.  La capisci la
    differenza?.
    Capisco risposi.
    Si chin verso di me.
    Dimmi,  quella  schifezzuola  di  zingaro,  non  era  uno  dei vostri
    cocchini?.
    Arno.  Arno Gimenez.  Non avevo mai saputo se con lui avevamo fatto un
    errore.  Diciott'anni,  rapinatore,  furbo,  testardo fino a diventare
    stupido, a volte. Appassionato di moto. L'unico capace di impennare la
    motocicletta con una ragazza a bordo.  E  portarsela  via,  senza  far
    gridare  al  crimine o allo stupro.  Un genio della meccanica.  A ogni
    furto che lo vedeva coinvolto, arrivava Serge, poi io.
    Una sera l'avevamo beccato in un bar, il Balto, all'Estaque.
    Perch non provi a lavorare? aveva detto Serge.
    S, fantastico. Potrei comprarmi la tv,  mettere da parte il gruzzolo
    per  la  pensione  e guardare le Kawasaki sulla strada.  Come fanno le
    mucche con i treni. Esatto. Geniale, ragazzi. Veramente il massimo.
    Ci prendeva per il culo.  Bisogna dire che in tema di  benefici  della
    societ non eravamo proprio degli esperti. Discutere di morale, questo
    lo  sapevamo fare bene.  Dopo,  c'era il buco nero.  Arno riprese: Mi
    chiedono delle moto. Gliele trovo, gliele aggiusto e sono contenti. E'
    meno caro che dai concessionari, e non c' neanche l'Iva, dunque....
    Avevo  immerso  il  naso  nel  bicchiere   di   birra   per   meditare
    sull'inutilit  di  quella  discussione.  Serge voleva ancora piazzare
    qualche frase, ma Arno lo interruppe.
    Per i vestiti c'  Carrefour.  C'  molta  scelta.  Per  la  roba  da
    mangiare,  lo  stesso.  Basta  solo  ordinare.  Ci guard,  beffardo:
    Volete venire con me, una volta?.
    Pensavo spesso al credo di Serge: Dove c' rivolta, c' rabbia.  Dove
    c' rabbia,  c' vita.  Era bello.  Ma ad Arno gli avevamo forse dato
    troppa fiducia.  O non abbastanza.  Senz'altro non abbastanza,  perch
    una  sera,  invece  di venire da noi,  decise di andare a rapinare una
    farmacia, a boulevard de la Libration, sopra la Canabire. Solo, come
    un coglione.  E neanche con una fottuta pistola di plastica.  No,  con
    una  vera,  grossa  e nera,  che spara pallottole vere,  di quelle che
    ammazzano. Tutto questo perch Mira,  sua sorella maggiore,  aveva gli
    ufficiali  giudiziari alle calcagna.  E ci volevano cinquemila franchi
    in contanti perch non si ritrovasse per strada,  lei con i  suoi  due
    ragazzini.
    Arno  si  era  beccato  cinque anni.  Mira era stata cacciata di casa.
    Aveva preso i figli ed era  ritornata  a  Perpignan,  dalla  famiglia.
    L'assistente sociale non aveva potuto far niente per lei,  il comitato
    di  quartiere  neppure.  E  n  Serge  n  io,  per  Arno.  Le  nostre
    testimonianze furono scaricate come la merda nella tazza dei cessi. La
    societ  ha bisogno di esempi,  a volte,  per mostrare ai cittadini di
    avere la situazione in pugno. E fine dei sogni per i bambini Gimenez.
    Eravamo parecchio invecchiati,  Serge e io.  Nella sua prima  lettera,
    Arno  scriveva: Mi rompo il cazzo da morire.  Non ho niente da dire a
    nessuno. C' un tipo, qui,  che non fa che raccontare le sue prodezze.
    Si prende per Mesrine. Che stronzo! L'altro, un arabo, a lui interessa
    solo  fregarti le sigarette,  lo zucchero,  il caff...  Le notti sono
    lunghe.  Ma non  riesco  a  dormire,  anche  se  sono  distrutto.  Una
    stanchezza nervosa. Allora, non smetto di rimuginare.
    Pertin non aveva smesso di fissarmi, felice del suo effetto.
    Come te lo spieghi, eh? Che abitasse da quel figlio di puttana?.
    Sollevai lentamente il sedere dalla sedia,  avvicinando il mio viso al
    suo. Afferrai i Ray-Ban e glieli feci scivolare sul naso.  Aveva occhi
    piccoli. Giallo marcio. Le iene dovevano averli uguali. Guardare fisso
    dentro  quegli  occhi  era  piuttosto  disgustoso.  Non  batt ciglio.
    Restammo cos, per una frazione di eternit.  Con una spinta secca del
    dito gli rimisi a posto i Ray-Ban.
    Ci siamo visti abbastanza. Ho altro da fare. Dimenticami.
    Carli  teneva  le dita sospese sopra la tastiera.  Mi guardava a bocca
    aperta.
    Quando avrai finito di scrivere il rapporto gli dissi, firma per me
    e puliscitici il culo. Mi voltai verso Pertin: Ciao Due-Teste.
    Uscii. Nessuno mi trattenne.










    Capitolo quarto.
    Nel quale  essenziale che la gente si incontri.

    Era gi notte quando tornai alla "cit"  La  Bigotte.  La  casella  di
    partenza.  Davanti al D4.  Sulla strada,  la sagoma del corpo di Serge
    tracciata con il gesso si stava gi cancellando. Nelle torri,  fino al
    telegiornale delle venti,  avevano senz'altro parlato del tizio che si
    era fatto uccidere.  Poi la vita aveva ripreso il suo cammino.  Domani
    avrebbe  fatto  ancora  brutto  tempo al nord e bello al sud.  Anche i
    disoccupati trovavano che fosse fantastico.
    Alzai gli occhi verso i palazzi,  chiedendomi  da  quale  appartamento
    poteva essere uscito Serge, chi fosse venuto a trovare, e perch. Cosa
    diavolo avesse combinato per farsi uccidere cos, come un cane.
    Il  mio  sguardo  si  ferm sulle finestre della famiglia Hamoudi.  Al
    nono.  L dove abitava Nama,  una dei loro figli.  Quella che  Guitou
    amava. Ma, secondo me, i due ragazzi non erano qui. In questo palazzo,
    in  una  stanza  ad  ascoltare  musica.  Neppure in salotto a guardare
    tranquillamente la televisione. Quelle "cits" non erano un luogo dove
    potersi amare.  Tutti i ragazzi  che  ci  erano  nati  e  che  c'erano
    cresciuti  lo sapevano.  Qui,  non c' vita,   la fine.  E l'amore ha
    bisogno di sogni e di futuro.  Il mare,  invece da scaldargli il cuore
    come ai loro genitori, li spingeva ad andarsene.
    Lo sapevo.  Con Manu e Ugo, appena possibile, fuggivamo dal Panier per
    andare a vedere le navi  da  carico  prendere  il  largo.  E  l  dove
    andavano  era  meglio  della miseria che vivevamo nelle stradine umide
    del quartiere. Avevamo quindici anni e ci credevamo. Come sessant'anni
    prima ci aveva creduto mio padre nel porto di Napoli. O mia madre.  E,
    senz'altro,  migliaia  di spagnoli e portoghesi.  Armeni,  vietnamiti,
    africani. Algerini, comoriani.
    Attraversando il parcheggio pensavo a questo.  E poi che  la  famiglia
    Hamoudi  non poteva ospitare un francese.  Come Glou non accettava di
    ricevere in casa un'araba. Le tradizioni erano queste,  e il razzismo,
    non si poteva negarlo, funzionava nei due sensi. Oggi pi che mai.
    Ma  ero  l.  Senza illusioni,  e sempre pronto a credere ai miracoli.
    Trovare Guitou,  riportarlo dalla madre  e  da  uno  stronzo,  il  cui
    alfabeto  si  limitava  alle  cinque dita della mano.  Avevo deciso di
    andarci piano,  se lo avessi trovato.  Non volevo essere brutale.  Non
    con quei due ragazzini.  Credevo nel primo amore.  Alla prima ragazza
    presa tra le braccia, come cantava Brassens.
    Per tutto il pomeriggio avevo pensato a Magali.  Non mi  succedeva  da
    anni.  Era  passato  tanto  tempo  da  quella prima notte nel fortino.
    Avevamo avuto altri appuntamenti.  Ma quella notte non era pi  uscita
    dal  cassetto  dei  ricordi.  Qualsiasi sia l'et,  quindici,  sedici,
    diciassette o anche diciott'anni, la prima volta che si va a letto con
    qualcuno e che si chiude una volta per tutte con la madre,  o  con  il
    padre,    molto  importante.  Non    solo  una  questione  di sesso.
    Determina lo sguardo che, dopo,  poseremo sugli altri,  le donne,  gli
    uomini.  Lo sguardo che poseremo sulla vita. E l'atteggiamento, giusto
    o  meno,  bello  o  brutto,   che  avremo  per  sempre  nei  confronti
    dell'amore.
    Amavo  Magali.  Avrei  dovuto  sposarla.  La mia vita,  ne ero sicuro,
    sarebbe stata diversa.  Anche la sua.  Ma erano in troppi a volere che
    si  realizzasse  ci  che  lei  e  io desideravamo cos tanto.  I miei
    genitori, i suoi, gli zii, le zie...  Non volevamo dargli ragione,  ai
    vecchi,  che sanno tutto, che impongono tutto. Allora avevamo iniziato
    a farci del male, Magali e io. La sua lettera mi arriv a Gibuti, dove
    facevo il servizio militare, nelle truppe coloniali.  Sono incinta di
    tre mesi.  Il padre mi vuole sposare.  A giugno. Ti abbraccio. Magali
    fu la prima cazzata della mia vita. Le altre seguirono.
    Guitou e Nama, non sapevo se si amassero come ci amavamo noi.  Ma non
    volevo che si rovinassero e si distruggessero.  Volevo che riuscissero
    a vivere insieme un week-end, un mese,  un anno.  O sempre.  Senza che
    gli  adulti gli togliessero l'aria.  Senza troppe rotture di coglioni.
    Potevo fare questo per loro.  Lo dovevo a Magali  che,  da  vent'anni,
    rimaneva accanto a un uomo che non aveva mai amato veramente,  come mi
    aveva scritto molto tempo dopo.
    Feci un respiro profondo e salii fino a casa  degli  Hamoudi.  Perch,
    ovviamente, l'ascensore era momentaneamente fuori servizio.

    Dietro la porta,  musica rap a tutto volume. Riconobbi la voce di M.C.
    Solaar. "Prose combat". Un successo. Era diventato un idolo da quando,
    durante i festeggiamenti del primo  maggio,  aveva  partecipato  a  un
    gruppo di scrittura rap con i ragazzi delle "cits".
    Una  donna  url.  Il  volume diminu.  Ne approfittai per suonare una
    seconda volta.
    Suonano grid la donna. Mourad apr.
    Mourad era uno dei ragazzini che avevo visto  giocare,  sul  campo  di
    basket. Lo avevo notato. Giocava con uno spiccato spirito di squadra.
    Ah disse indietreggiando, salve.
    Chi ? chiese la donna.
    Un signore rispose, senza voltarsi. E' un poliziotto?.
    No. Perch?>~.
    Beh....  Mi fiss.  Beh,  per quello che  successo prima, ecco. Il
    francese che si  fatto ammazzare.  L'ho vista parlare con gli sbirri,
    allora credevo... Era come se li conoscesse.
    Sei un buon osservatore.
    Beh, noi non ci parliamo un granch con loro. Li evitiamo.
    Lo conoscevi, il tizio che  morto?.
    L'ho  intravisto.  Ma  gli altri dicono che non lo avevano mai notato
    girare da queste parti.
    Allora non dovresti essere preoccupato.
    No.
    Ma hai creduto che fossi uno sbirro. E hai paura. C' un motivo?.
    La donna apparve nel corridoio.  Era vestita all'europea e portava  ai
    piedi delle pantofole con due grossi pompon rossi.
    Cosa c', Mourad?.
    Buonasera, signora dissi.
    Mourad batt in ritirata, dietro a sua madre. Senza sparire, per.
    Cosa c'? chiese di nuovo, rivolta a me.
    I  suoi occhi,  neri,  erano magnifici.  Esattamente come il suo viso,
    circondato da capelli ricci tinti con  l'henn.  Doveva  avere  appena
    quarant'anni.  Una bella donna,  che si stava arrotondando.  Immaginai
    come doveva essere a vent'anni e potei farmi un'idea di Nama.  Guitou
    aveva buon gusto, mi dissi, con un pizzico di soddisfazione.
    Vorrei parlare a Nama.
    Mourad torn allo scoperto. Era scuro in volto. Guard la madre.
    Non c' disse.
    Posso entrare un attimo?.
    Ha fatto qualcosa di male?.
    E' ci che vorrei sapere.
    Con la punta delle dita si tocc il cuore.
    Lascialo entrare. Non  un poliziotto.
    Raccontai tutta la storia,  bevendo un t alla menta.  Dopo le otto di
    sera non  la mia bibita preferita.  Sognavo  un  bicchiere  di  Clos-
    Cassivet,   un  bianco  all'aroma  di  vaniglia,  che  avevo  scoperto
    recentemente durante uno dei miei giri nell'entroterra.
    Di solito a quell'ora era quello che facevo,  seduto in  terrazza,  di
    fronte  al  mare.  Bevevo  con  piacere  e  impegno.  Ascoltando jazz.
    Coltrane  o  Miles  Davis,  negli  ultimi  tempi.  Riscoprivo.   Avevo
    riesumato  il vecchio "Sketches of Spain" e,  le sere in cui l'assenza
    di Lole diventava troppo pesante,  ascoltavo e riascoltavo  "Saeta"  e
    "Solea".  La  musica portava il mio sguardo fino a Siviglia.  Ci sarei
    andato volentieri a Siviglia, subito, in quel preciso momento.  Ma ero
    troppo  orgoglioso  per  farlo.  Lole  se  ne era andata via.  Sarebbe
    tornata. Era libera, e non dovevo correrle dietro. Era un ragionamento
    da stronzo, e lo sapevo.
    Volendo  convincere  la  madre  di  Nama,  feci  allusione  ad  Alex,
    presentandolo  come un uomo non facile.  Avevo raccontato l'incontro
    tra Guitou e Nama, la fuga di Guitou, i soldi fregati dalla cassa,  e
    il silenzio e la preoccupazione della madre, mia cugina.
    Lo pu capiredissi.
    Capiva,  la  signora  Hamoudi,  ma non rispondeva.  Il suo vocabolario
    francese sembrava limitarsi a: S. No. Forse. Lo so.  Non lo so.  Lo
    sguardo di Mourad non mi lasciava.  Sentivo tra di noi una corrente di
    simpatia. Ma il suo viso rimaneva chiuso. Capii che non era tutto cos
    semplice come avevo immaginato.
    Mourad,  grave, sai.
    Guard la madre che teneva le mani strette alle ginocchia.
    Parlagli, mamma. Non ce l'ha con noi.
    Si volt verso il figlio e lo strinse a s. Come se,  in quel momento,
    qualcuno potesse strapparglielo via. Ma, e lo capii dopo, era il gesto
    di  una donna algerina che si concede il diritto di parlare solo sotto
    la responsabilit di un uomo.
    Non abita pi qui inizi,  con gli occhi bassi.  Da una  settimana.
    Vive da suo nonno. Da quando Farid  andato in Algeria.
    Mio padre precis Mourad.
    Una  decina  di  giorni  fa continu,  sempre senza guardarmi,  gli
    islamisti hanno attaccato il villaggio  di  mio  marito.  Per  cercare
    fucili  da  caccia.  Il  fratello di mio marito vive ancora l.  Siamo
    preoccupati per quello che accade nel nostro paese.  Allora  Farid  ha
    detto vado a prendere mio fratello.
    Non  sapevo  come  ci saremmo sistemati aggiunse dopo aver bevuto un
    sorso di t,  perch non  grande qui.  Per questo Nama   andata  a
    vivere dal nonno.  Si vogliono bene. Aggiunse velocemente, e stavolta
    guardandomi negli occhi: Non perch  non  sta  bene  con  noi,  ma...
    beh...  Gi,  con i ragazzi... E poi Redouane, Redouane  il maggiore,
    ... come dire... pi religioso. Le sta sempre addosso. Perch mette i
    pantaloni, perch fuma, perch esce con le amiche.
    E perch ha amici francesi la interruppi.
    Uno straniero a casa, no,  impossibile, signore. Non va bene per una
    ragazza.  Non si fa.  Come  dice  Farid,  c'  la  tradizione.  Quando
    torniamo  nel  nostro  paese,  non vuole sentirsi dire: "Hai voluto la
    Francia, ma come vedi ha rovinato i tuoi figli".
    Per ora sono i barbuti a rovinarli, i vostri figli.
    Mi  pentii  subito  di   essere   stato   cos   diretto.   Si   ferm
    immediatamente,  guardandosi  intorno,  persa.  Con gli occhi torn su
    Mourad,   che  ascoltava  senza  dire   niente.   Si   sciolse   piano
    dall'abbraccio della madre.
    Non  sta  a me parlare di questo continu.  Noi siamo francesi.  Il
    nonno ha fatto la guerra per la Francia. Ha liberato Marsiglia. Con il
    reggimento dei fucilieri algerini. Ha avuto una medaglia per questo.
    E' stato ferito gravemente precis Mourad. A una gamba.
    La liberazione di  Marsiglia.  Anche  mio  padre  aveva  ricevuto  una
    medaglia.  Un  premio.  Ma  tutto  questo era lontano.  Cinquant'anni.
    Storia antica.  Sulla Canabire rimaneva solo il ricordo  dei  soldati
    americani. Con le scatole di Coca Cola, e i pacchetti di Lucky Strike.
    E  le ragazze che gli si buttavano tra le braccia per un paio di calze
    di  nylon.  I  liberatori.   Gli  eroi.   Dimenticati  i  loro  ciechi
    bombardamenti  sulla  citt.   Dimenticati  i  disperati  assalti  dei
    fucilieri algerini  su  Notre-Dame  de  la  Garde,  per  sgomberare  i
    tedeschi. Carne da cannone, comandata dai nostri ufficiali.
    Marsiglia  non aveva mai ringraziato gli algerini per questo.  Neppure
    la  Francia.  D'altra  parte  nello  stesso  periodo  altri  ufficiali
    francesi    reprimevano    violentemente   le   prime   manifestazioni
    indipendentiste in Algeria.  Dimenticati anche i  massacri  di  Stif,
    dove non furono risparmiati neppure donne e bambini...  Abbiamo questa
    facolt, avere la memoria corta, quando ci fa comodo...
    Francesi, ma anche musulmani riprese. Prima,  Farid andava nei bar,
    beveva birra,  giocava a domino. Ora ha smesso. Prega. Forse un giorno
    andr allo Hadj, in pellegrinaggio alla Mecca.  Da noi  cos,  c' un
    tempo  per tutto.  Ma...  non abbiamo bisogno di persone che ci dicono
    cosa dobbiamo fare o meno. Il Fis, ci fa un po' paura. Questo ha detto
    Farid.
    Quella donna era piena di bont. E di finezza.  Ora si esprimeva in un
    francese molto corretto. Lentamente. Parlava delle cose con dovizia di
    dettagli,  ma senza svelare l'essenziale, da buona orientale. Aveva le
    sue opinioni e le celava dietro quelle del marito. Non avevo voglia di
    metterla alle strette, ma dovevo sapere.
    Redouane l'ha scacciata,  cos?.
    Dovrebbe andarsene disse, alzandosi.  Nama non c'.  E non conosco
    il ragazzo di cui mi ha parlato.
    Devo vedere sua figlia dissi, alzandomi a mia volta.
    Non  possibile. Il nonno non ha telefono.
    Potrei andarci.  Non ci metter molto.  Devo parlarle.  E soprattutto
    devo parlare a Guitou.  Sua madre  preoccupata.  Devo  spiegarglielo.
    Non  ce  l'ho  con  loro.  E...  esitai un attimo,  rimarr tra noi.
    Redouane non lo sapr. Ne parlerete dopo, quando suo marito torner.
    Non  pi con lei intervenne Mourad.
    Sua madre lo guard con aria di rimprovero.
    Hai visto tua sorella?.
    Il ragazzo non  pi con lei.  E' ripartito,  cos mi ha detto Nama.
    Hanno litigato.
    Merda!  Se  era  vero,  Guitou  doveva  starsene  da  qualche  parte a
    rimuginare la storia del primo amore finito male.
    Devo comunque incontrarla dissi,  rivolgendomi alla  madre.  Guitou
    non  tornato a casa. Lo devo trovare. Questo lo pu capire dissi.
    C'era  del  panico  nei  suoi  occhi.  Anche molta tenerezza.  E delle
    domande. Il suo sguardo si perse in lontananza e mi trafisse, cercando
    in me una risposta possibile.  O  una  rassicurazione.  Dare  fiducia,
    quando  si  un immigrato,  era la strada pi difficile da percorrere.
    Chiuse gli occhi per una frazione di secondo.
    Andr  io  dal  nonno.  Domani.  Domani  mattina.   Mi  chiami  verso
    mezzogiorno.  Se il nonno  d'accordo,  allora Mourad l'accompagner.
    Si diresse verso la porta d'ingresso.  Deve andarsene,  Redouane  sta
    per tornare.
    Grazie dissi. Mi voltai verso Mourad. Quanti anni hai?.
    Quasi sedici.
    Continua con il basket. Sei molto bravo.

    Uscendo  dal palazzo,  accesi una sigaretta e andai verso la macchina.
    Con  la  speranza  di  trovarla   ancora   intera.   OubaOuba   doveva
    sorvegliarmi  da  un  bel  pezzo,  perch  venne verso di me prima che
    arrivassi al parcheggio.  Come  un'ombra.  Maglietta  nera,  pantaloni
    neri. E berretto dei Rangers intonato con il resto.
    Salve disse senza fermarsi, ho una dritta per lei.
    Ti ascolto risposi seguendolo.
    Il  tizio  che hanno steso,  dicono che si impicciava di tutto.  Alla
    Savine, alla Bricarde, ovunque. E al Plan d'Aou, specialmente. Qui era
    la prima volta che si vedeva.
    Continuammo   a   camminare   per   l'isolato,    fianco   a   fianco,
    chiacchierando.
    E di che cosa si impicciava?.
    Faceva domande. Sui giovani. Solo sugli arabi.
    Che tipo di domande?.
    Per via dei barbuti.
    E cosa ne sai, tu?.
    Quello che ti ho detto.
    E poi?.
    Il tizio che guidava la macchina,  l'abbiamo visto qualche volta qui,
    con Redouane.
    Redouane Hamoudi?.
    Beh, non  da casa sua che vieni?.
    Avevamo fatto il giro della "cit",  tornavamo verso il  parcheggio  e
    l'auto. Le informazioni si stavano esaurendo.
    Perch mi racconti tutto questo?.
    So chi sei. E anche certi amici miei lo sanno. E che Serge era un tuo
    amico.  Di prima. Di quando eri sceriffo. Sorrise e un quarto di luna
    gli illumin il viso. Era bravo,  quell'uomo.  Ci ha aiutati,  questo
    dicono.   E  anche  tu.   Qui,   molti  ragazzini  dovrebbero  esserti
    riconoscenti. Le madri lo sanno. Ti stimano da queste parti.
    Non ho mai saputo il tuo vero nome.
    Anselme. Non sono mai venuto in commissariato perch non ho mai fatto
    grosse cazzate.
    Continua.
    Ho dei bravi vecchi. Non  cos per tutti. E il basket....  Sorrise.
    E c' il "chourmo". Sai cos'?.
    Lo sapevo.  "Chourmo",  in provenzale, significa la ciurma, i rematori
    della galera. A Marsiglia, le galere, le conoscevamo bene. Per finirci
    dentro non c'era bisogno, come due secoli fa,  di aver ucciso il padre
    o la madre.  No, oggi bastava essere giovane, immigrato o non. Il fan-
    dub  dei  Massilia  Sound  System,  il  gruppo  di  "raggamuffin"  pi
    scatenato che ci sia, aveva ripreso quell'espressione.
    Da  allora,  il  "chourmo"  era  diventato  un gruppo di incontro e di
    supporto  di  fan.   Erano  duecentocinquanta,   trecento   forse,   e
    sostenevano diversi gruppi.  I Massilia,  i Fabulous,  i Bouducon, i
    Black Lions, gli Hypnotik, i Wadada... Insieme avevano fatto uscire un
    incredibile album. "Ragga baletti". Il sabato sera era un vero sballo!
    Il "chourmo" organizzava dei "sound-systems" e,  con i fondi  raccolti
    pubblicava  un notiziario,  distribuiva cassette "live",  e metteva in
    piedi viaggi a basso costo per seguire i gruppi nei loro  spostamenti.
    Anche  allo  stadio funzionava cos,  intorno all'Olympique Marsiglia.
    Con gli Ultras, i Winners o i Fanatics. Ma non era questo lo scopo del
    "chourmo". Lo scopo era che la gente si incontrasse. Si immischiasse
    come si dice a  Marsiglia.  Degli  affari  degli  altri  e  viceversa.
    Esisteva  uno  spirito  "chourmo".  Non  eri  di un quartiere o di una
    "cit".  Eri "chourmo".  Nella stessa galera,  a remare!  Per  uscirne
    fuori. Insieme.
    "Rastafada"!
    Sta  succedendo  qualcosa  nelle  "cits"?  azzardai,  arrivando  al
    parcheggio.
    Succede sempre qualcosa, dovresti saperlo. Pensaci.
    Arrivato all'altezza della mia macchina, prosegu senza salutare.
    Presi una cassetta di Bob Marley dal cruscotto.  Ne tenevo sempre  una
    in macchina,  per momenti come questo.  "So much trouble in the world"
    andava bene per guidare nella notte marsigliese.













    Capitolo quinto.
    Nel quale un po' di verit non fa male a nessuno.

    Arrivato in place des Baumes, a Saint-Antoine, presi la decisione. Per
    tornare a casa,  invece di imboccare l'autostrada del Littoral,  girai
    intorno  alla  rotonda  e  presi  la  strada da Saint-Antoine a Saint-
    Joseph. Direzione le Merlan.
    La conversazione con Anselme occupava i miei pensieri.  Doveva esserci
    qualcosa  sotto  se  era  venuto a parlarmi di Serge.  Avevo voglia di
    sapere.  Di capire,  come sempre.  Una  vera  malattia.  Dovevo  avere
    un'anima da sbirro. Per farmi coinvolgere cos, immediatamente. A meno
    che  non  fossi  "chourmo"  anch'io!  Poco importa.  Un po' di verit,
    pensai, non fa male a nessuno. Non ai morti, in ogni caso. E Serge non
    era una persona qualunque. Era una persona perbene, che rispettavo.
    Avevo una notte di anticipo per andare a ficcare il naso  tra  le  sue
    cose.  Pertin era orgoglioso,  astioso. Ma non era un buon poliziotto.
    Non me lo vedevo  a  perdere  un'ora,  una  sola  ora,  a  rastrellare
    l'appartamento   di   un   morto.   Preferiva   lasciarlo   fare  agli
    scribacchini,  come chiamava i suoi colleghi del commissariato.  Lui
    aveva cose pi interessanti da fare. Giocare ai cow-boys nei quartieri
    nord. Soprattutto la notte. Potevo prendermela comoda.
    In  realt volevo guadagnare tempo.  Come potevo tornarmene a casa con
    le mani in tasca e affrontare lo sguardo di Glou?  E  cosa  le  avrei
    detto?  Che  Guitou  e Nama potevano anche trascorrere un'altra notte
    insieme?  Che non facevano del  male  a  nessuno?  Cose  cos.  Bugie.
    Avrebbero  solo  ferito  il  suo  orgoglio  di  madre.  Comunque aveva
    sofferto di ferite  pi  gravi.  E  io,  a  volte,  non  ho  coraggio.
    Soprattutto davanti alle donne. Quelle che amo, soprattutto.
    A  Merlan-village,   vidi  una  cabina  telefonica.  A  casa  mia  non
    rispondeva nessuno. Chiamai Honorine.
    Non ti abbiamo aspettato.  Ci siamo messe  a  tavola.  Ho  fatto  gli
    spaghetti al pesto. Hai visto il ragazzino?.
    Non ancora, Honorine.
    Si  sta  divorando  il  fegato.  Senti,  prima  di  passartela volevo
    chiederti: cosa ne dici se con le uova dei  muggini  che  hai  portato
    stamattina facessi la bottarga?.
    La bottarga  una specialit di Martigues.  Una specie di caviale. Non
    ne mangiavo da un'eternit.
    Non ti preoccupare, Honorine,  un lavoro faticoso.
    Bisogna, infatti, estrarre i due grappoli di uova,  senza strappare la
    membrana che li protegge,  salarli,  schiacciarli e farli seccare. Per
    la preparazione ci vuole almeno una settimana.
    No. Non  niente. E poi  una buona occasione. Potresti invitare quel
    povero Fonfon a cena. Ho l'impressione che l'autunno lo renda triste.
    Sorrisi.  Era vero che da secoli non invitavo  Fonfon.  E  se  non  lo
    facevo  io  per  loro,  quei due non si invitavano mai.  Come se fosse
    indecente  che  due  vedovi  settuagenari  potessero  aver  voglia  di
    vedersi.
    Bene, ti passo Glou, che sta morendo d'impazienza.
    Ero preparato.
    Pronto.
    Claudia Cardinale in diretta.  Al telefono la sensualit della voce di
    Glou si accentuava.  E mi scese nel corpo con lo stesso calore di  un
    bicchiere di Lagavulin. Dolce e caldo.
    Pronto ripet.
    Dovevo scacciare via i ricordi. Anche quelli che la riguardavano. Feci
    un respiro profondo e tirai fuori il mio discorso.
    Senti,   pi complicato di quanto credessi. Non sono dai genitori di
    lei. N dal nonno. Sei sicura che non sia tornato a casa?.
    No.  A casa ho lasciato il tuo numero di telefono.  Sul suo letto.  E
    Patrice  al corrente. Sa che sono qui.
    E... Alex?.
    Non  chiama  mai  quando    fuori  per lavoro.  In questo caso  una
    fortuna.  E' cos da quando ci conosciamo.  Si fa gli affari suoi.  Io
    non faccio domande.  Ci fu una pausa,  poi riprese: Guitou...  forse
    sono da un amico di lei.  Mathias.  Faceva parte del gruppo di ragazzi
    che  erano  ai campeggio.  Mathias era con lei quando venne a salutare
    Guitou, e....
    Sai qual  il suo cognome?.
    Fabre. Ma non so dove abita.
    L'elenco telefonico di Marsiglia  pieno di Fabre.
    Lo so.  Domenica sera l'ho consultato e ne ho chiamati  diversi  Ogni
    volta  facevo  la  figura  da  scema.  Al dodicesimo ci ho rinunciato,
    esausta. E innervosita. Mi sentivo ancora pi scema di prima.
    Comunque,  ormai  tardi per l'inizio della scuola.  Vedo cosa  posso
    ancora  fare  stasera.  Senn,  domani  cercher  di saperne di pi su
    questo Mathias. E andr dal nonno.
    Un po' di verit,  in mezzo alle bugie.  E la speranza che la madre di
    Nama non mi avesse preso in giro. E che il nonno esistesse veramente.
    Che  Mourad  mi  ci  accompagnasse.  Che il nonno mi ricevesse.  E che
    Guitou e Nama fossero l, o poco lontano...
    Perch non subito?.
    Glou, hai visto che ore sono?.
    S, ma... Fabio, credi che stia bene?.
    Ora  sotto le lenzuola con  una  bella  ragazzina.  Non  si  ricorda
    neanche pi che esistiamo. Pensaci, non era male, no?.
    Avevo vent'anni! E con Gino ci saremmo sposati.
    Ma non era male, no? Questo ti chiedo.
    Ci fu ancora silenzio.  Poi la sentii tirare su con il naso. Non c'era
    niente di  erotico.  Non  era  la  star  italiana  che  recitava.  Era
    semplicemente mia cugina che stava piangendo, come una madre.
    Penso  di  aver  fatto  veramente  una  sciocchezza  con Guitou,  non
    credi?.
    Glou, sei stanca morta. Finisci di mangiare e vai a dormire.  Non mi
    aspettare. Infilati nel mio letto e prova a dormire.
    S sospir.
    Tir di nuovo su con il naso.  In sottofondo, sentii Honorine tossire.
    Un modo per dirmi di non preoccuparmi,  se ne  sarebbe  occupata  lei.
    Honorine non tossiva mai.
    Ti abbraccio dissi a Glou. Vedrai, domani staremo tutti insieme.
    E  riattaccai.  Anche  un po' bruscamente,  perch da alcuni minuti un
    paio di stronzetti in motorino ronzavano attorno  alla  mia  macchina.
    Avevo  quarantacinque  secondi  per  salvare l'autoradio.  Uscii dalla
    cabina urlando.  Pi per sfogarmi che per fargli paura.  Si presero un
    bello spavento,  ma questo non mi aiut a svuotare la testa da tutti i
    pensieri che vi si affollavano.  Passandomi davanti,  a tutto gas,  il
    passeggero  del motorino mi grid un bastardo pezzo di merda che non
    valeva neppure il prezzo della mia misera autoradio.

    Arno abitava  in  localit  Le  Vieux  Moulin,  un  posto  stranamente
    risparmiato  dai  costruttori,  sulla strada del Merlan.  Prima e dopo
    c'erano solo costruzioni da quattro soldi. Case popolari per impiegati
    di banca e medi funzionari.  Ci ero venuto alcune volte con Serge.  Il
    luogo era piuttosto squallido.  Soprattutto di notte.  Dopo le venti e
    trenta non c'erano pi autobus e le macchine passavano raramente.
    Parcheggiai davanti  al  vecchio  mulino,  diventato  un  deposito  di
    mobili.  Di  fronte  c'era  lo  sfasciacarrozze di Saadna,  un lontano
    cugino di Arno.  Arno abitava dietro,  in una catapecchia con il tetto
    in  lamiera.  Saadna  l'aveva  costruita  per  allestirci  una piccola
    officina da meccanico.
    Girai intorno  al  mulino  e  costeggiai  il  canale  delle  acque  di
    Marsiglia. Dopo cento metri formava una curva a gomito, proprio dietro
    lo  sfasciacarrozze.  Superai  una  scarpata di immondizia e mi trovai
    davanti alla bicocca di Arno.  Alcuni  cani  abbaiarono,  ma  non  era
    preoccupante.  Dormivano nelle case e,  come i loro padroni, crepavano
    dalla fifa. Saadna non amava i cani. Non amava nessuno.
    Intorno alla catapecchia  c'erano  ancora  alcune  carcasse  di  moto.
    Senz'altro  rubate.  Di  notte  Arno le aggiustava,  a torso nudo,  in
    pantofole, con una canna tra le labbra.
    Potresti avere grane per questo gli avevo detto una sera che passavo
    da quelle parti.  Solo per assicurarmi che fosse a casa sua e non  per
    mettere  il  naso in qualche truffa alla "cit" Bellevue.  Stavamo per
    fare un'incursione nelle cantine e raccogliere ci  che  trovavamo  in
    giro. Roba, spacciatori e altre porcherie umane.
    Non  rompere  i coglioni,  Montale!  Non ti ci mettere pure tu.  Tu e
    Serge me li fate a  tocchetti.  Questo    lavoro.  Ok.  Non  avr  la
    pensione, ma  la mia vita. Un modo per cavarmela. Lo capisci?. Aveva
    aspirato con rabbia lo spinello,  l'aveva fatto volare via, incazzato,
    poi mi aveva guardato con la chiave inglese in mano. Beh, che c'? Di
    certo non voglio abitare qui per tutta la vita. Quindi,  lavoro.  Cosa
    credi.
    Non  credevo niente.  E,  riguardo ad Arno,  era proprio questo che mi
    preoccupava.  I soldi rubati sono soldi guadagnati.  A vent'anni io,
    Manu  e  Ugo avevamo fatto il nostro ingresso nella vita con le stesse
    idee.  Puoi anche ripeterti che cinquanta milioni sono una bella cifra
    per fermarsi,  ma un giorno o l'altro trovi sempre qualcuno che fa pi
    di quello che ci si aspetta da lui.  Manu  aveva  sparato.  Ugo  aveva
    esultato  perch  era il nostro miglior colpo.  Io avevo vomitato e mi
    ero arruolato nelle truppe coloniali. Voltando pagina, brutalmente. La
    pagina dell'adolescenza,  e dei nostri sogni di viaggi,  di avventure.
    Della gioia di essere liberi, di non lavorare. N Dio n padrone.
    In  un'altra  epoca  mi  sarei  potuto imbarcare su un transatlantico.
    L'Argentina.  Buenos Aires.  Prezzi ridotti.  Solo andata si  poteva
    leggere  sui  vecchi  manifesti delle messaggerie marittime.  Ma,  nel
    1970,  i transatlantici erano gi finiti.  Il mondo era diventato come
    noi,  senza destinazione. Senza futuro. Ero partito. Gratis. A Gibuti.
    Per cinque anni. Ci avevo gi fatto il servizio militare, qualche anno
    prima.  Non era peggio della galera.  O della fabbrica.  Con in  tasca
    "Esilio"  di Saint-John Perse,  per sopravvivere,  per restare sano di
    mente. La copia che Lole ci leggeva sulla Digue du Large, di fronte al
    mare.

    "Avevo, avevo quel piacere di vivere degli uomini, e
    ecco che la terra esala la sua anima straniera..."

    Da piangere.
    Poi ero diventato poliziotto, senza sapere bene perch, n come. Avevo
    perso i miei amici.  Manu e Ugo erano morti.  E Lole  era  in  qualche
    luogo  dove  si  poteva  vivere  senza ricordi.  Senza rimorsi.  Senza
    rancore. Mettersi in regola con la vita significava mettersi in regola
    con i ricordi. Me lo aveva detto Lole, una sera.  La vigilia della sua
    partenza.  Su questo ero d'accordo con lei. Interrogare il passato non
    serve a niente.  E' al futuro che bisogna fare domande.  Senza futuro,
    il presente  solo disordine.  S, certo. Ma io non venivo a patti con
    il passato, era questo il mio problema.
    Oggi non ero pi niente.  Non credevo ai ladri.  Non credevo pi  alle
    guardie.  Chi rappresentava la legge aveva perso ogni senso dei valori
    morali,  e i veri ladri non avevano mai  rubato  per  poter  mangiare.
    Certo, i ministri venivano messi in carcere, ma era solo un caso della
    vita  politica.  Non  si  trattava di giustizia.  Sarebbero riapparsi,
    prima o  poi.  La  politica  si  ripulisce  nel  mondo  degli  affari.
    L'esempio  pi  lampante  la mafia.  Invece,  per migliaia di ragazzi
    delle "cits",  la galera  il grande  salto.  Quando  escono  trovano
    davvero  il  peggio.  Il  meglio  se lo lasciano alle spalle.  L'hanno
    divorato, ed  gi pane vecchio.
    Spinsi la porta.  Non aveva mai avuto  serrature.  D'inverno  Arno  ci
    metteva  una  sedia  per  tenerla chiusa.  D'estate dormiva fuori,  su
    un'amaca cubana. L'interno era come me lo ricordavo. In un angolo,  un
    letto  in  ferro.  Un  tavolo,  due sedie.  Un armadietto.  Un piccolo
    fornello a gas.  Un termosifone elettrico.  Vicino al lavello  c'erano
    alcune stoviglie ad asciugare. Un piatto, un bicchiere, una forchetta,
    un  coltello.  Serge viveva solo.  Non potevo immaginare che invitasse
    una ragazza. Per vivere qui,  bisognava volerlo.  Comunque,  non avevo
    mai saputo che avesse fidanzate. Forse era veramente gay.
    Non  sapevo esattamente cosa fossi venuto a cercare.  Forse un indizio
    che mi indicasse in cosa fosse  coinvolto,  e  che  spiegasse  il  suo
    omicidio. Non avevo grandi speranze, ma provare non mi costava niente.
    Iniziai dall'armadio,  sopra,  sotto.  Al suo interno,  una giacca, un
    giubbotto,  due jeans.  Nelle tasche,  niente.  Il  tavolo  non  aveva
    cassetti.  C'era una lettera aperta che mi infilai in tasca.  Sotto il
    letto, niente.  Neppure sotto il materasso.  Mi sedetti e pensai.  Non
    c'erano nascondigli possibili.
    Vicino al letto, sopra una pila di giornali, due tascabili. "Fragments
    d'un  paradis"  di Jean Giono e "L'homme foudroy" di Blaise Cendrars.
    Li avevo letti.  Li sfogliai.  Nessun foglietto.  Nessun  appunto.  Li
    rimisi  a posto.  Un terzo libro,  rilegato,  che non faceva parte dei
    miei  classici.   "Il  Lecito  e  l'Illecito  nell'Islam"  di  Youssef
    Qaradhawi.  Un ritaglio di giornale riportava l'ordinanza che proibiva
    la vendita e la diffusione del libro per i suoi toni  antioccidentali
    e   per  le  tesi  contrarie  alle  leggi  e  ai  valori  repubblicani
    fondamentali che contiene. Anche qui, nessun appunto.
    Mi cadde l'occhio su un capitolo intitolato: Cosa si deve fare quando
    la donna si mostra orgogliosa e ribelle. Sorrisi,  pensando che forse
    avrei  potuto  imparare  qualcosa su come comportarmi con Lole,  se un
    giorno fosse tornata.  Ma si pu decidere sulla vita di coppia con una
    legge?  Ci  vuole il fanatismo dei religiosi - islamisti,  cristiani o
    ebrei - per esserne convinti. In amore,  io credo solo nella libert e
    nella  fiducia.  Non  semplifica  i  miei rapporti sentimentali.  L'ho
    sempre saputo. Oggi lo provo sulla mia pelle.
    I  giornali  erano  quelli  del  giorno  prima.  "Le  Provenal",  "Le
    Mridional",  "Lib", "Le Monde", "Le Canard enchain". Diversi numeri
    recenti di quotidiani algerini,  "Libert" e "El Watam".  Pi  strano,
    una pila di "Al Ansar",  il notiziario clandestino del Gruppo islamico
    armato.  Sotto i giornali,  in alcune cartelline,  diversi ritagli  di
    giornale:  Processo  di  Marrakech:  un  processo  sullo sfondo della
    periferia  francese,   Una  retata  senza  precedenti  nell'ambiente
    islamico,  Terrorismo: come gli islamisti reclutano in Francia, La
    ragnatela islamica tesse la sua tela in Europa, Islam: la resistenza
    all'integralismo.
    Il libro di Qaradhawi,  i numeri di "Libert",  di "El Watam" e di "Al
    Ansar" erano forse l'inizio di una pista.  Chiss che cazzo combinava,
    Serge,  da quando l'avevo perso di  vista.  Giornalismo?  Un'inchiesta
    sugli islamisti a Marsiglia? C'erano sei cartelline piene di articoli.
    Da sotto il lavello,  presi un sacchetto della F.n.a.c., ci infilai il
    libro e tutte quelle scartoffie.
    Non muoverti! sentii gridare alle mie spalle.
    Non fare lo stronzo Saadna, sono Montale!.
    Riconobbi la voce.  Non avevo voglia di incontrarlo.  Per  questo  ero
    passato dal canale.
    La stanza si illumin.  Grazie all'unica lampadina appesa al soffitto.
    Una luce bianca,  fredda,  violenta.  Il posto mi  sembr  ancora  pi
    squallido.   Mi  voltai  lentamente,  strizzando  gli  occhi,  con  il
    sacchetto della F.n.a.c. in mano.  Saadna mi puntava addosso un fucile
    da caccia.  Fece un passo, trascinando la gamba matta. Una poliomelite
    curata male.
    Sei venuto dal canale,  eh? disse con un  brutto  ghigno.  Come  un
    ladro. Ti sei riciclato nel furto, Fabio?
    Qui non si rischia di diventare ricchi ironizzai.
    Saadna  e  io  ci odiavamo con tutto il cuore.  Era il prototipo dello
    zingaro.  Per lui chiunque non fosse uno  zingaro  era  un  figlio  di
    puttana.  Ogni  volta  che  un  giovane nomade faceva una cazzata era,
    ovviamente, colpa degli altri. Secondo lui li tenevamo sotto il mirino
    da sempre.  Esistevamo solo per  dargli  fastidio.  Un'invenzione  del
    diavolo.  Per  rompere i coglioni a Dio Padre che,  nella sua infinita
    bont,  aveva creato lo zingaro a sua immagine e somiglianza.  Il Rom.
    L'Uomo.  Da allora il diavolo aveva fatto ancor peggio.  Aveva diffuso
    in Francia milioni di arabi, solo per rompere ancora di pi i coglioni
    agli zingari.
    Si  dava  arie  da  vecchio  saggio,   con  barba  e  capelli  lunghi,
    brizzolati.  I  giovani  venivano  spesso a chiedergli consiglio.  Era
    sempre il pi cattivo. Spinto dall'odio e dal disprezzo.  Dal cinismo.
    Attraverso  loro  si  vendicava  della  gamba  matta che si trascinava
    dietro da quando aveva dodici anni.  Se non fosse stato per  l'affetto
    che  aveva  per  lui probabilmente Arno non avrebbe mai fatto cazzate.
    Non si sarebbe ritrovato in prigione. E sarebbe ancora vivo.
    Quando Chano, il padre di Arno,  mor,  Serge e io eravamo intervenuti
    perch gli accordassero un permesso.  Era sconvolto.  Voleva andare al
    funerale.  Avevo  perfino  corteggiato  l'assistente  sociale,  purch
    intervenisse  personalmente.  Pi scopabile dell'educatrice mi aveva
    detto Arno. Il permesso venne accordato,  e poi ritirato per decisione
    del  direttore,  con  il  pretesto  che  Arno  era una testa dura.  Lo
    autorizzarono solo a vedere il padre all'obitorio, per l'ultima volta.
    Tra due guardie.  L,  non vollero togliergli le manette.  Allora Arno
    rifiut  di vedere il padre.  Non volevo che mi vedesse con quelle ai
    polsi ci aveva scritto poco dopo.
    Tornato in carcere, esplose. Fece un casino spaventoso e si ritrov in
    cella di isolamento. Ragazzi,  ne ho piene le palle della merda,  non
    sopporto  pi  che mi si dia del tu,  eccetera eccetera.  Le mura,  il
    disprezzo,  gli  insulti...  Merda!   Ho  guardato  duemila  volte  il
    soffitto, e non ce la faccio pi.
    Uscito dalla cella di isolamento, si era tagliato le vene.
    Saadna abbass gli occhi. E il fucile.
    Le persone oneste passano dall'ingresso principale.  Ti facevi male a
    venirmi a dire buonasera?.  Lanci un'occhiata alla  stanza.  Il  suo
    sguardo si ferm sulla busta F.n.a.c. Cosa hai messo, l dentro?.
    Documenti.  Serge non ne ha pi bisogno. Si  fatto stendere. Davanti
    a me. Oggi pomeriggio. Domani, qui, verranno gli sbirri.
    Stendere, hai detto?.
    Hai idea di cosa stesse combinando Serge?.
    Ho bisogno di un goccio. Seguimi.
    Anche se avesse saputo qualcosa,  Saadna  non  mi  avrebbe  mai  detto
    niente.  Eppure questa volta non si fece pregare per parlare, e non si
    imbarc in spiegazioni tortuose, come faceva di solito quando mentiva.
    Questo fatto avrebbe  dovuto  colpirmi.  Ma  avevo  troppa  fretta  di
    lasciare quella topaia.
    Aveva  riempito  due  bicchieri  lerci di una brodaglia puzzolente che
    chiamava whisky. Non l'avevo toccato. E neppure avevo brindato. Saadna
    faceva parte di quella gente con cui non brindo mai.
    Serge era venuto a  trovarlo,  l'autunno  scorso,  per  chiedergli  di
    andare  ad  abitare da Arno.  Ne ho bisogno,  per un po' aveva detto
    Serge. Ho bisogno di un posto dove nascondermi. Saadna aveva cercato
    di fargli sputare l'osso,  ma invano.  Non rischi niente,  ma meno ne
    sai  meglio  .  Si vedevano poco,  raramente si parlavano.  Quindici
    giorni prima Serge gli aveva chiesto di  assicurarsi  che  nessuno  lo
    seguisse, quando tornava la sera. Gli aveva allungato cento franchi.
    Saadna  non  aveva  una grande simpatia neppure per Serge.  Educatori,
    sbirri,  erano tutti dei fottuti  rotti  in  culo.  Ma  Serge  si  era
    occupato  di  Arno.  Gli  scriveva,  gli mandava dei pacchi,  andava a
    trovarlo. Lo disse con la sua solita cattiveria,  per sottolineare che
    tra Serge e me c'era comunque una differenza.  Non risposi.  Non avevo
    voglia di  fare  l'amicone  con  Saadna.  Erano  fatti  miei  come  mi
    comportavo. E della mia coscienza.
    Era vero,  non avevo scritto molto ad Arno. Ma le lettere non sono mai
    state il mio forte.  L'unica a cui ne  avevo  scritte  tonnellate  era
    Magali.  Quando  era  entrata  in  un istituto di Caen,  per diventare
    maestra.  Le raccontavo di Marsiglia,  di Les Goudes.  Le mancava cos
    tanto.  Ma neppure le parole sono il mio forte.  Mi confondono. Non so
    parlare. Di quello che ho dentro, voglio dire.  Le chiacchiere,  le so
    fare benissimo, come tutti i marsigliesi.
    Andavo  a  trovare  Arno  ogni  quindici  giorni.  Prima  nel  carcere
    minorile, a Luynes, vicino a Aix-en-Provence.  Poi alle Baumettes.  Un
    mese  dopo  l'avevano  trasferito  in infermeria,  perch non mangiava
    niente. E passava il tempo a cacare. Si svuotava.  Gli avevo portato i
    biscotti Ppitos, li adorava.
    Ora ti racconto dei Ppitos mi disse. Un giorno, avevo circa otto o
    nove anni,  gironzolavo con i miei fratelli maggiori.  Avevano fregato
    una sigaretta a un francese e parlavano di sesso. Ero in estasi! Ad un
    tratto Pacho ha detto: "Marco,  quante calorie ha uno yogurt bianco?".
    Ovviamente  Marco  non lo sapeva.  A quindici anni gli yogurt non sono
    certo la tua specialit.  "E un uovo  sodo?"  continu  Pacho.  "Sputa
    l'osso!" dissero gli altri, che non capivano dove volesse arrivare.
    Pacho  aveva  sentito dire che quando si scopa,  si consumano ottanta
    calorie. La quantit contenuta in un uovo sodo o in un Danone. "Perci
    se li mangi" ha detto,  "dovresti poter  ripartire".  Roba  da  matti!
    Marco  non voleva essere da meno: "Io ho sentito dire che,  se non hai
    quelle cose sotto mano,  ti fai fuori quindici Ppitos,  e riparti  lo
    stesso!.  Da allora mangio solo Ppitos! Non si sa mai! Beh, mi dirai
    che  forse  qui  non     proprio   utile.   Hai   visto   la   faccia
    dell'infermiera?!.
    Eravamo scoppiati a ridere.
    Improvvisamente,  ebbi bisogno di aria. Non avevo voglia di parlare di
    Arno con Saadna.  N di Serge.  Saadna sporcava tutto quando  parlava.
    Sporcava ci che toccava,  ci che lo circondava.  E anche chi parlava
    con lui.  Aveva accettato che Serge venisse l,  non per amicizia  nei
    confronti di Arno, ma perch saperlo nella merda glielo faceva sentire
    vicino.
    Non hai neanche toccato il bicchiere disse, quando mi alzai.
    Lo sai, Saadna. Non bevo mai con tipi come te.
    Un giorno lo rimpiangerai.
    E vuot d'un sol colpo il mio bicchiere.

    Una  volta  in macchina,  accesi la lampadina e guardai la lettera che
    avevo portato via. Era stata spedita sabato, dall'ufficio Colbert,  in
    centro.  Sul  retro il mittente,  invece di indicare nome e indirizzo,
    aveva scritto malamente: Hanno distribuito  male  le  carte  e  siamo
    arrivati  a  questo  caos  in  cui  la  vita  non    pi  possibile.
    Rabbrividii.  All'interno,  c'era  solo  un  foglio  strappato  da  un
    quaderno. La stessa scrittura. Due frasi brevi. Le lessi febbrilmente,
    mosso dall'urgenza di un simile richiamo di aiuto.  Non ne posso pi.
    Vieni a trovarmi. Pavie.
    Pavie. Dio mio! Ci mancava solo lei per completare il quadro.













    Capitolo sesto.
    Nel quale nella vita le scelte non determinano tutto.

    Nel mettere la freccia per riprendere a destra rue de la Belle-de-Mai,
    capii di essere seguito. Una Safrane nera mi stava dietro, a una buona
    distanza e con furbizia. A boulevard Fleming,  dopo un semaforo rosso,
    si  era  addirittura  presa il lusso di sorpassarmi.  Sfiorando la mia
    macchina.  Sentii d'essere fissato.  Lanciai un'occhiata,  ma i  vetri
    fum  proteggevano l'autista da sguardi indiscreti.  Intravidi solo il
    riflesso del mio viso.
    La  Safrane  mi  super,   rispettando  scrupolosamente  i  limiti  di
    velocit.  Questo  avrebbe  dovuto  insospettirmi.  Di  notte  nessuno
    rispetta i limiti di velocit.  Neppure io con la mia vecchia  R5.  Ma
    ero   troppo   impegnato  a  mettere  ordine  nei  miei  pensieri  per
    preoccuparmi di un eventuale inseguitore.  E  poi  ero  lontano  mille
    miglia dall'idea che qualcuno potesse pedinarmi.
    Pensai a ci che viene chiamato insieme di circostanze, e fa s che ci
    si  svegli la mattina tranquilli e la sera ci si ritrovi con il figlio
    di una cugina scappato di casa,  un amico che si fa ammazzare sotto  i
    tuoi occhi,  un ragazzino appena conosciuto che vuole fare amicizia, e
    un tizio che non vuoi vedere ma con  cui  sei  costretto  a  fare  due
    chiacchiere.  Con il passato che riaffiora. Magali. Manu, Ugo. E Arno,
    che si faceva ricordare con violenza,  attraverso la sua  ex  ragazza,
    sempre  strafatta.  Pavie,  la  piccola Pavie aveva sognato troppo.  E
    aveva capito troppo in fretta che la vita  un brutto  film,  dove  il
    Technicolor  non cambia la storia.  Pavie che chiedeva aiuto,  e Serge
    che non rispondeva pi, per sempre.
    L'esistenza  fatta cos, di incroci.  Scegli se andare a sinistra o a
    destra  e ti ritrovi su una strada diversa da quella che avevi sperato
    di imboccare.  Non era la prima volta che mi trovavo in una situazione
    del  genere.  A  volte,  avevo  la  sensazione  di  prendere sempre la
    direzione sbagliata. Ma quell'altra, sarebbe stata migliore? Diversa?
    Ne dubitavo.  Ma non potevo esserne sicuro.  Avevo  letto  da  qualche
    parte,  probabilmente in un romanzo da due soldi, che gli uomini sono
    guidati dalla parte cieca che  in loro.  E'  cos,  e  cos  andiamo
    avanti.  Alla cieca.  La scelta  solo un'illusione.  L'inganno che la
    vita ti offre per rendere la pillola meno amara.  Non   lo  scegliere
    che determina le cose, ma la nostra disponibilit verso gli altri.
    Quella mattina, quando Glou era arrivata, mi sentivo uno zombi. Glou
    era stata come la scintilla di una reazione a catena. Intorno a me, il
    mondo  si  era rimesso in movimento.  E si era rimesso a scoppiettare,
    come al solito.
    Accidenti!
    Un'occhiata allo specchietto retrovisore e mi  resi  conto  di  essere
    ancora seguito.  Chi?  Perch? Da quando? Domande senza peso, dato che
    non  avevo  elementi  per  rispondere.   Potevo  solo   supporre   che
    l'inseguimento fosse iniziato dopo che avevo lasciato Saadna.  Oppure,
    dopo aver lasciato Anselme.  O uscendo dal commissariato.  O fuori  da
    casa mia.  No, impossibile, non da casa, non aveva alcun senso. Ma da
    qualche parte dopo la morte di Serge, s, era plausibile.
    Rimisi la cassetta di Bob Marley su "Slave Driver",  per darmi un  po'
    di  coraggio,  e  in  rue  Honorat,  lungo  i  binari  della ferrovia,
    accelerai un  pochino.  La  Safrane  reag  appena  ai  miei  settanta
    chilometri all'ora. Tornai alla velocit normale.
    Pavie.  Aveva assistito al processo di Arno.  Senza protestare,  senza
    piangere,  senza dire una parola.  Orgogliosa,  come Arno.  Poi si era
    rituffata  nella droga e nei furtarelli per procurarsela.  La vita con
    Arno, in fin dei conti, era stata solo una parentesi di felicit. Arno
    era stato per lei un'ancora di salvezza.  Ma l'ancora  era  insaponata
    con la merda. Arno era scivolato, e lei era affogata.
    A  place  d'Aix,  la  Safrane  pass  con il semaforo arancione.  Beh,
    pensai,  sono quasi le undici e ho fame.  E sete.  Presi  rue  Sainte-
    Barbe,  senza mettere la freccia, ma senza neppure accelerare. Poi rue
    Colbert,  rue  Mry  e  rue  Caissererie,   verso  i  Vieux-Quartiers,
    territorio  della  mia  infanzia.  L  dove  avevano  vissuto  i  miei
    genitori, fuggendo dall'Italia. L dove era nata Glou.  L dove avevo
    conosciuto Manu e Ugo.  E Lole, che sembrava riempire le strade con la
    sua presenza.
    A place de Lanche, parcheggiai come andava di moda da queste parti, l
    dove era proibito,  davanti all'ingresso di un palazzo,  con la  ruota
    destra  sul gradino d'ingresso.  Dall'altro lato della strada c'era un
    posto libero,  ma volevo che il mio inseguitore pensasse che fossi  l
    per poco e che quindi non valesse la pena parcheggiare. Facciamo cos,
    da  queste  parti.  Anche per un quarto d'ora,  ci mettiamo in seconda
    fila e inseriamo le quattro frecce.
    La Safrane fece capolino mentre stavo chiudendo a chiave lo sportello.
    Non ci badai molto.  Accesi una  sigaretta,  poi,  con  passo  deciso,
    risalii place de Lanche, presi a destra rue des Accoules, poi ancora a
    destra, rue Fonderie-Vieille. Una rampa di scale da scendere ed ero di
    nuovo  in  rue Caisserie.  Non mi restava altro che tornare a place de
    Lanche per vedere che fine avesse fatto il mio inseguitore.
    Senza alcun pudore aveva occupato il posto che avevo lasciato  libero.
    Una  manovra impeccabile.  Il finestrino del guidatore era abbassato e
    ne uscivano nuvole di fumo.  Tranquillo,  il tipo.  Non mi preoccupavo
    per  lui.  Quelle  macchine  avevano  anche lo stereo.  La targa della
    Safrane era del Var.  Annotai il numero.  Non ci avrei fatto  granch,
    adesso. Ma domani era un altro giorno.
    A tavola, pensai.
    Da Flix, due coppie stavano finendo di cenare Flix stava in fondo al
    ristorante.  Seduto a un tavolo, un pacchetto di Gitanes con filtro da
    un  lato,  un  pastis  dall'altro,   leggeva  "Les  Pieds  Nickels  
    Deauville".  La sua lettura preferita.  Non leggeva altro,  neppure il
    giornale.  Collezionava i "Pieds Nickels" e  i  "Bibi  Fricotin",  ne
    leggeva uno ogni volta che aveva cinque minuti liberi.
    Oh! Cleste grid vedendomi entrare, abbiamo ospiti.
    La moglie usc dalla cucina,  asciugandosi le mani sul grembiule nero,
    che toglieva solo alla chiusura del ristorante.  Aveva messo su  altri
    tre bei chili,  Cleste.  Proprio dove si notavano di pi. Sul petto e
    sul sedere. Solo vederla, faceva venir voglia di mettersi a tavola.
    La sua zuppa di pesce era una delle migliori di  Marsiglia.  Scorfano,
    gallinella,  sampietro,  coda di rospo,  pesce ragno, fragolino, pesce
    cappone,   donzella...   Anche  qualche  granchio  e,   se  possibile,
    un'aragosta.  Solo pesce di scoglio.  Non come tante altre. E poi, per
    quanto riguarda la salsa,  Celeste era  davvero  abile  nell'accostare
    aglio  e  peperoncino alla patata e al riccio di mare.  Ma la zuppa di
    pesce non era mai sul menu.  Bisognava telefonare per sapere quando la
    cucinava. Perch venisse bene doveva essere preparata per almeno sette
    o  otto  persone.  Per  farla  ricca  e  metterci  pi  tipi  di pesci
    possibile. Cos, ci si ritrovava sempre tra conoscenti e amici.  Anche
    Honorine ammetteva le qualit di Cleste.  Beh,  comunque, non  il
    mio mestiere....
    Capita bene disse,  dandomi un bacio.  Stavo cucinando gli  avanzi.
    Vongole  al  sugo,  la  fricassea.  E  stavo per fare i fegatelli alla
    griglia. Vuole qualche sardina marinata, per cominciare?.
    Se la mangiate voi....
    Accidenti!  Perch chiedi,  servi piuttosto!  url  Flix.  Fin  il
    bicchiere  e  pass dietro al banco per servire un giro di pastis.  Ne
    beveva almeno una dozzina a pranzo e una a cena. Ora,  li beveva in un
    bicchiere normale,  con un goccio d'acqua.  Prima,  serviva solo delle
    "mominettes",  un piccolissimo bicchiere riempito quasi esclusivamente
    di liquore.  I giri di "mominettes" non finivano mai.  A seconda degli
    amici presenti, un giro poteva comprendere da otto a dieci pastis. Mai
    di meno. Quando Flix diceva: E' mio, ripartiva un altro giro. Ma al
    Pano e a L'Unic,  prima che diventassero  uno  un  bar  alla  moda  e
    l'altro un rockcaff,  era uguale. Il pastis e la kmia - olive nere e
    verdi,  cetriolini e sottaceti - facevano parte  dell'arte  di  vivere
    marsigliese.  Un'epoca  in  cui la gente sapeva ancora parlare e aveva
    ancora cose da dirsi. Certo,  mettevano sete.  E dovevi avere tempo da
    perdere. Ma il tempo non contava. Non esisteva la fretta. Tutto poteva
    aspettare.   Un'epoca   n   migliore   n   peggiore   della  nostra.
    Semplicemente,  si dividevano gioie e dolori,  senza falsi pudori.  La
    miseria stessa veniva raccontata.  Non si era mai soli. Bastava venire
    da Flix.  O da Marius.  O da Lucien.  E drammi nati in sonni inquieti
    morivano tra i vapori dell'anice.
    Spesso Cleste apostrofava un cliente:
    Ehi! Ti preparo qualcosa?.
    No, torno a mangiare a casa.
    Tua moglie lo sa che torni a mangiare a casa?.
    Eh! Per Dio! Gliel'ho detto stamattina.
    Non ti aspetta pi. Hai visto che ore sono?.
    Oh! Cazzo!.
    Il  cliente  si  sedeva davanti a un piatto di spaghetti alle vongole,
    che mangiava in fretta e furia, per tornare in orario al lavoro.
    Flix pos il bicchiere di  fronte  a  me  e  brind,  con  gli  occhi
    iniettati  di  sangue  fissi  nei  miei.  Era  felice  di vedermi.  Ci
    conoscevamo  da  venticinque  anni.  Ma,  negli  ultimi  quattro,  era
    diventato molto pi paterno nei miei confronti.
    Dominique,   il  loro  unico  figlio,  appassionato  dei  relitti  che
    giacevano nel tratto di mare tra le isole Riou e Maire,  non  era  mai
    risalito da un'immersione.  Flix aveva sentito dire che dei pescatori
    di Sanary lanciavano regolarmente le loro reti sui fondali del plateau
    de Blauquires a venti chilometri dalla costa, tra Tolone e Marsiglia.
    O forse era stato uno scoglio sporgente.  O  qualcos'altro.  Dominique
    non venne mai a raccontarlo.
    Ma  Dominique  aveva  sentito  giusto.  Qualche  mese fa,  del tutto
    casualmente, due sub della Compagnia marittima peritale, Henri Delauze
    e Popof, avevano portato a galla, in quel punto preciso,  a centoventi
    metri  di  profondit,  il relitto intatto del Prote.  Il sottomarino
    francese sparito nel 1943 tra Algeri e  Marsiglia.  La  stampa  locale
    aveva dato ampio spazio alla scoperta,  citando Dominique.  All'ora di
    pranzo mi ero presentato da Flix.  La scoperta del Prote non  ridava
    la  vita  a  suo figlio.  Lo resuscitava,  facendo di lui un pioniere.
    Entrava  nella  leggenda.  Avevamo  festeggiato.  Commossi  fino  alle
    lacrime.
    Salute!.
    Accidenti, che soddisfazione!.
    Da quel giorno non ero pi venuto.  Quattro mesi.  Il tempo, quando si
    resta  fermi,   passa  a  una  velocit  folle.   Me  ne  resi   conto
    all'improvviso.  Dalla  partenza di Lole non avevo pi lasciato la mia
    casetta. E avevo trascurato i rari amici che mi rimanevano.
    Puoi farmi un piacere?.
    S disse.
    Potevo domandargli tutto, tranne di bere dell'acqua.
    Telefona a Jo,  del Bar de la Place.  Una Safrane nera  parcheggiata
    quasi   davanti   al  suo  locale.   Chiedigli  di  servire  un  caff
    all'autista,  da parte del tizio della R5.  Alz  il  ricevitore.  E
    chiedigli  di  vedere  un po' che tipo .  Mi sta attaccato al culo da
    ore, una vera piattola.
    Ci sono sempre pi stronzi in giro. L'hai fatto cornuto?.
    Non me lo ricordo.
    A Jo non dispiacque, a fine giornata,  farsi un po' di risate.  Non mi
    stupiva. Gli scherzi erano tipici di quel locale. Infatti, lo evitavo.
    Un po' troppo grezzo per i miei gusti.  Avevo altre abitudini.  Flix,
    chiaramente. Etienne, in cima al Panier, a rue de Lorette.  E Ange,  a
    place des Treize-Coins, proprio dietro il commissariato centrale.
    E dopo il caff chiese Jo,  lo mettiamo alle strette? Siamo in otto
    nel bar.
    Flix mi guard. Ascoltavo la conversazione. Con la testa,  feci segno
    di no.
    Lascia perdere rispose Flix.  Basta il caff. E' uno che ha appena
    scoperto di avere le corna.
    Un quarto d'ora dopo,  Jo richiam.  Avevamo  gi  finito  un  Coteaux
    d'Aix, un rosso del Domaine des Bates. 1988.
    Oh! Flix! Dovresti stare attento se l'hai fatto cornuto, il tizio.
    Perch?.
    Si chiama Antoine Balducci.
    Flix  mi  interrog  con  lo sguardo.  Non conoscevo nessuno con quel
    nome. E tanto meno sua moglie.
    Non lo conosco disse Flix.
    E' un frequentatore del Rivesalte,  a Tolone.  Quel tizio bazzica nel
    "milieu" (7) del Var. Lo dice Jeannot. Mi ha accompagnato a servire il
    caff.  Tanto  per divertirci un po'.  Jeannot ha fatto il cameriere a
    Tolone. L ha conosciuto Balducci. Per fortuna era buio, cazzo!  Se lo
    riconosceva, magari facevano scintille... Tra l'altro erano due.
    Due? ripet Flix, interrogandomi con lo sguardo.
    Non lo sapevi?.
    No.
    L'altro,  non posso neanche dirti che faccia avesse.  Non si  mosso.
    Non ha  detto  una  parola.  Neppure  un  respiro.  Vedi,  riguardo  a
    Balducci,  credo  che si tratti della first class...  Hai delle grane,
    Flix?.
    No, no... Riguarda... un buon cliente, ecco.
    Beh,  digli di farsi piccolo piccolo.  Secondo  me,  quei  tizi  sono
    armati fino ai denti.
    Riferir. Senti, Jo, spero di non averti creato casini.
    No, Balducci ha riso. Una risata forzata. Ma ha riso. Vedi, quei tizi
    sanno incassare.
    Sono sempre l?.
    Se ne sono andati. "E' offerto?" ha chiesto, indicando il caff. "S,
    signore"  ho detto.  Ha infilato dieci sacchi nella tazza.  Cazzo!  Mi
    sono ritrovato con le mani piene di caff. "La mancia".  Hai capito il
    tipo.
    Ho capito.  Grazie,  Jo.  Passa a prendere l'aperitivo, uno di questi
    giorni. Ciao.
    Cleste port i fegatelli, cotti a puntino, e le patate al prezzemolo.
    Flix si sedette e stapp un'altra  bottiglia.  Con  quel  profumo  di
    timo, rosmarino ed eucalipto, quel vino era un piccolo capolavoro. Non
    stancava mai.
    Mangiando, parlammo del concorso di pesca al tonno che il Club Nautico
    del  Vieux-Port  organizzava  tradizionalmente alla fine di settembre.
    Era la stagione giusta.  A Marsiglia,  a Port-de-Bouc,  a  Port-Saint-
    Louis.  Tre anni fa, al largo di Saintes-Maries-de-la-Mer, avevo preso
    un tonno di 300 chili,  a una profondit di 85 metri.  Tre  ore  e  un
    quarto  di lotta.  Avevo avuto diritto a una mia foto nell'edizione di
    Arles del "Provenal".  Da allora ero membro onorario di La  Rescasse,
    la societ nautica di Les Goudes.
    Mi  stavo  preparando  al  concorso,  come  ogni  anno.  Da  poco  era
    consentito pescare  al  "broum".  Un  metodo  tradizionale  di  pesca
    marsigliese. Con la barca ferma, si attirano i pesci lanciando in mare
    sardine  tritate  e  pane.  Si forma cos una macchia d'olio che viene
    trasportata dalla corrente. Quando il pesce, che nuota controcorrente,
    sente quell'odore,  risale fino alla barca.  Dopo   un'altra  storia.
    Vero sport!
    Allora,  non  hai  fatto  grandi  passi avanti con quella telefonata,
    vero? chiese  Flix,  un  po'  preoccupato,  quando  Cleste  and  a
    prendere i formaggi.
    Mah risposi laconico.
    Avevo dimenticato i tizi della Safrane. Certo, non avevo le idee molto
    chiare.  Chiss  in  cosa avevo ficcato il naso per avere attaccati al
    culo due malavitosi del  Var.  A  Tolone  non  conoscevo  nessuno.  La
    evitavo  da  quasi  trent'anni.  E'  l che avevo fatto il militare di
    leva. Avevo visto i sorci verdi. Avevo cancellato Tolone dalla cartina
    geografica,  per sempre.  E non ero ancora pronto a  cambiare  parere.
    Dopo  le ultime comunali,  la citt si era data al Fronte nazionale.
    Forse non era peggio della vecchia giunta comunale.  Si trattava  solo
    di  una  questione di principio.  Come con Saadna.  Non bevevo mai con
    persone piene di odio.
    Non avrai mica fatto una cazzata? riprese con tono paterno.
    Alzai le spalle.
    Non ho pi l'et per le cazzate.
    Penso che...  Beh,  non  voglio  immischiarmi  in  cose  che  non  mi
    riguardano...  Credevo che te la passassi bene, nella tua casetta. Con
    Lole che ti accudisce amorevolmente.
    Me la passo bene, Flix. Ma senza Lole. Se n' andata.
    Scusami disse,  dispiaciuto.  Da come vi ho visti  l'ultima  volta,
    credevo....
    Lole ha amato Ugo.  Ha amato Manu. Ha amato anche me. Tutto questo in
    vent'anni. Ero l'ultimo.
    Ha amato sempre te.
    Anche Manu me lo ha detto,  una volta.  Pochi  giorni  prima  che  si
    facesse  ammazzare  qui,   su  questo  marciapiede.  Avevamo  mangiato
    l'aioli, te lo ricordi?.
    Viveva con questa paura,  che  gliela  portassi  via,  prima  o  poi.
    Pensava che tra di voi avrebbe funzionato.
    Lole non la si porta via.  Ugo aveva bisogno di lei per vivere. Anche
    Manu. Io, no. Non allora. Oggi s.
    Ci fu silenzio. Flix riemp i bicchieri.
    Dobbiamo finire la bottiglia disse, un po' imbarazzato.
    S...  avrei potuto essere il primo,  e tutto sarebbe stato  diverso.
    Per lei e per me.  Per Ugo e Manu,  anche. Invece sono stato l'ultimo.
    Va bene amarsi.  Ma non possiamo vivere  in  un  museo,  in  mezzo  ai
    ricordi.  Le  persone  che abbiamo amato non muoiono mai.  Viviamo con
    loro. Sempre... Vedi,  come questa citt, vive di tutti quelli che ci
    hanno vissuto. Tutti ci hanno sudato, faticato,  sperato.  Mio padre e
    mia madre sono ancora vivi in queste strade.
    Una citt di esiliati.
    S,    cos.  Questa citt sar sempre e soltanto l'ultimo scalo del
    mondo.  Il suo futuro appartiene a coloro che arrivano.  Mai a  quelli
    che partono.
    Oh! E chi resta, allora?.
    Sono  come  chi  sta  in mare,  Flix.  Non si sa mai se sono morti o
    vivi.
    Come noi, pensai, finendo il mio bicchiere.  Perch Flix lo riempisse
    di nuovo.
    E, ovviamente, lo fece subito.













    Capitolo settimo.
    Nel quale si vorrebbe sbrogliare il filo nero dal filo bianco.

    Ero rientrato tardi,  avevo bevuto parecchio,  fumato troppo e dormito
    male. La giornata non poteva che essere schifosa.
    Eppure c'era un tempo splendido,  come capita solo qui,  in settembre.
    Oltre il Lubron o le Alpilles era gi autunno.  A Marsiglia,  a volte
    sino a fine ottobre, l'autunno conserva un retrogusto di estate. Basta
    una corrente  d'aria  per  ravvivarne  gli  odori  di  timo,  menta  e
    basilico.
    Quella mattina, si sentiva proprio questo. Menta e basilico. Gli odori
    di Lole.  Il suo odore durante l'amore. Mi ero improvvisamente sentito
    vecchio e stanco. E anche triste. Ma sono sempre cos quando ho bevuto
    troppo,  fumato troppo e dormito male.  Non me l'ero sentita di uscire
    in  barca.  Brutto  segno.  Non  mi  succedeva da tanto.  Pure dopo la
    partenza di Lole avevo continuato i miei giri in mare.
    Ogni giorno sentivo la necessit di  allontanarmi  per  un  po'  dagli
    esseri umani.  Rigenerarmi nel silenzio.  Pescare era secondario. Solo
    un omaggio da rendere a quest'immensit. Lontano,  al largo,  imparavo
    di  nuovo  l'umilt.  E  tornavo a terra sempre pieno di bont per gli
    uomini.
    Lole lo sapeva e,  insieme a questa,  sapeva molte altre cose che  non
    avevo  mai  detto.  Mi  aspettava  per  pranzare sulla terrazza.  Poi,
    mettevamo la musica e facevamo l'amore.  Con lo stesso  piacere  della
    prima volta. Con la stessa passione. I nostri corpi sembravano essersi
    promessi  dalla nascita questa festa.  L'ultima volta avevamo iniziato
    ad accarezzarci con "Yo no puedo vivir sin ti". Un disco di zingari di
    Prpignan. Cugini di Lole. Dopo, mi aveva annunciato la sua intenzione
    di partire. Aveva bisogno di altro come io avevo bisogno del mare.
    Con un caff  bollente  in  mano  mi  ero  fermato  davanti  al  mare,
    lasciando lo sguardo andare lontano. L dove anche i ricordi non hanno
    pi vita.  L dove tutto oscilla.  Al faro di Planier,  a venti miglia
    dalla costa.
    Perch non ero  partito  per  non  tornare  pi?  Perch  mi  lasciavo
    invecchiare  in  questa casetta da quattro soldi,  guardando partire i
    cargo? Marsiglia c'entrava sicuramente molto. In questa citt, sia che
    ci nasci o che ci arrivi,  ti ritrovi in poco tempo con  le  suole  di
    piombo.  I viaggi, si preferisce guardarli negli occhi di un altro. Di
    colui che torna dopo aver affrontato  il  peggio.  Come  Ulisse.  Lo
    amavamo  molto  Ulisse,  qui.  E i marsigliesi,  nel corso degli anni,
    tessevano e disfacevano la loro storia come  la  povera  Penelope.  Il
    dramma    che  Marsiglia  non  guardava pi neppure l'Oriente,  ma il
    riflesso di ci che stava diventando.
    E io ero come lei.  E ci che diventavo  era  niente,  o  quasi.  Meno
    illusioni  e  un sorriso in pi,  forse.  Non avevo capito nulla della
    vita, ne ero sicuro. Il faro del Planier, d'altra parte,  non indicava
    pi la strada alle barche. Era fuori servizio. Ma l'orizzonte del mare
    rimaneva il mio unico credo.

    "Torner ad arenarmi nel cuore delle navi".

    Mi  torn  in  mente  questo  verso  di  Louis  Brauquier,   un  poeta
    marsigliese,  il mio preferito.  S,  mi  dissi,  quando  sar  morto,
    m'imbarcher su quel cargo,  destinazione i miei sogni di bambino.  In
    pace, finalmente. Finii il mio caff e uscii per andare da Fonfon.

    Quando lasciai Flix,  all'una di notte,  nessuno mi stava  aspettando
    vicino alla macchina. E nessuno mi aveva seguito. Non sono pauroso, ma
    dopo  la Madrague de Montredon,  all'estremo sud-est di Marsiglia,  la
    strada che porta a Les Goudes di notte    piuttosto  inquietante.  Un
    vero paesaggio lunare, deserto. Le case finiscono intorno alla calanca
    di Samena.  Dopo,  non c' pi niente.  La strada,  stretta e sinuosa,
    costeggia il mare poco sopra gli scogli.  Quei tre chilometri  non  mi
    sembrarono mai cos lunghi. Avevo fretta di tornare.
    Glou  dormiva,  senza  aver spento la lampada sul comodino.  Mi aveva
    senz'altro aspettato. Era raggomitolata, con la mano destra aggrappata
    al cuscino come a una boa.  Il suo sonno somigliava  a  un  naufragio.
    Spensi  la  luce.  Era  tutto  ci  che  potevo fare per lei,  in quel
    momento.
    Mi ero versato un Lagavulin e mi ero sistemato per la notte sul divano
    con "Entro le maree" di Conrad.  Un libro che non smetto di rileggere,
    ogni  sera.  Mi  calma e mi aiuta a prendere sonno.  Come le poesie di
    Brauquier mi aiutano a vivere.  Ma la mia  mente  era  altrove.  Sulla
    terra degli uomini.  Dovevo riportare Guitou da Glou. Tutto qui. Poi,
    avremmo avuto una piccola discussione, anche se, lo sapevo,  lei aveva
    gi  capito  l'essenziale.  Un figlio merita che si vada fino in fondo
    con lui.  Ne ero convinto,  anche  se  nessuna  donna  mi  aveva  dato
    l'occasione di diventare padre.  Non sarebbe stato certo facile tirare
    su un bambino. Non si poteva fare senza dolore. Ma ne sarebbe valsa la
    pena. Se c'era un futuro per l'amore.
    Mi  ero  addormentato  per  svegliarmi  quasi  subito.   Ci  che   mi
    preoccupava era qualcosa di profondo.  Serge, la sua morte. Quello che
    aveva fatto riaffiorare. Arno,  e Pavie,  persa in qualche posto nella
    notte.  E  tutto  ci  che  aveva  scatenato.  Se  due  malavitosi  mi
    pedinavano, era per via di Serge.  Non capivo il nesso tra dei barbuti
    esaltati  e  il "milieu" del Var.  Ma da Marsiglia a Nizza,  tutto era
    possibile.  Ne avevamo viste  di  tutti  i  colori.  C'era  sempre  da
    aspettarsi  il  peggio.  Ma  strano  che  non fossi riuscito a scovare
    un'agendina,  un block-notes o  qualcosa  del  genere  Anche  solo  un
    semplice pezzo di carta.  Forse, pensai, Balducci e il suo amico erano
    passati prima di me.  Ma non ricordavo di aver n visto n  incrociato
    una  Safrane,  arrivando al Vieux-Moulin.  Tutta quella documentazione
    sugli islamisti doveva avere un senso.  Dopo essermi versato un  altro
    Lagavulin, mi ero immerso nei giornali e nei ritagli che avevo portato
    a casa.  All'Islam, oggi, nel suo rapporto con l'Europa, si presentano
    diverse possibilit. La prima, il "Dar el-Suhl",  letteralmente terra
    di  contratto,  chiede che ci si conformi alle leggi del paese in cui
    si vive.  Mentre,  la seconda,  il "Dar el-Islam",  vuole che  l'Islam
    diventi  maggioritario.   Questa  era  l'analisi  di  Habib  Mokni  un
    funzionario del movimento islamico tunisino,  rifugiato in Francia nel
    1988.
    Da allora, il "Dar el-Suhl" era stato rifiutato dai barbuti. L'Europa,
    e pi in particolare la Francia,  erano diventate un luogo,  una base,
    da cui  partivano  azioni  destinate  a  destabilizzare  il  paese  di
    origine.  L'attentato all'hotel Atlas Asni,  a Marrakech,  in Marocco,
    nell'agosto 1994,  aveva la sua origine in una "cit" della Courneuve.
    Questa congiunzione di obiettivi ci faceva precipitare, noi europei, e
    loro  integralisti,  in  una  terza strada,  quella del "Dar el-Harb",
    terra di guerra, secondo i termini coranici.
    Dopo l'ondata di attentati  dell'estate  '95  a  Parigi,  era  inutile
    nascondere  la  testa  sotto  la  sabbia.  Era iniziata una guerra sul
    nostro territorio. Una sporca guerra i cui eroi, come Khaled Kelkal,
    erano cresciuti nelle periferie parigine e lionesi.  I quartieri  nord
    di  Marsiglia  potevano  diventare anche loro un vivaio di soldati di
    Dio? E' a questa domanda che cercava di rispondere Serge.  Ma perch?
    E per chi?
    Sull'ultima pagina dell'articolo di Habib Mokni, Serge aveva scritto a
    margine:  Le vittime pi visibili sono quelle degli attentati.  Altre
    cadono, senza che il nesso sia evidente. Con un evidenziatore giallo,
    aveva sottolineato una citazione del Corano: Fino  a  quando  non  si
    riuscir a sbrogliare il filo bianco dal filo nero. Tutto qui.
    Esausto,  avevo chiuso gli occhi. Ed ero immediatamente precipitato in
    un'immensa matassa di fili neri e fili bianchi.  Per perdermi poi  nel
    pi   complicato  dei  labirinti.   Un  palazzo  di  specchi  che  non
    riflettevano la mia immagine, ma quella degli amici persi, delle donne
    amate. Venivo spinto da una parte all'altra. Un quadro raffigurava dei
    visi,  dei nomi.  Avanzavo come una pallina da  flipper.  Un  violento
    scossone mi svegli, grondante sudore.
    Tilt.
    Glou era di fronte a me. Con gli occhi assonnati.
    Come va? aveva chiesto, preoccupata. Hai urlato.
    Tutto  bene.  Un  incubo.  Succede,  quando dormo in questo schifo di
    divano.
    Aveva guardato la bottiglia di whisky e il bicchiere vuoto.
    E quando esageri con l'alcol.
    Avevo alzato le spalle e mi ero seduto. Con la testa pesante.  Ritorno
    sulla terra. Erano le quattro di notte.
    Mi dispiace.
    Vieni a dormire con me. Starai meglio.
    Mi aveva teso la mano.  Dolce e calda come quando aveva diciotto anni.
    Sensuale e materna.  Guitou aveva senz'altro imparato la  dolcezza  da
    quelle  mani,  quando si posavano sulle sue guance per dargli un bacio
    sulla fronte.  Come avevano fatto a  non  capirsi  quei  due?  Perch,
    accidenti!
    Nel letto,  Glou si era voltata e riaddormentata immediatamente.  Non
    avevo pi osato muovermi, per paura di svegliarla di nuovo.
    Dovevamo avere dodici anni l'ultima volta che avevamo dormito insieme.
    Succedeva spesso, quando eravamo bambini. Quasi ogni sabato, d'estate,
    tutta la famiglia si ritrovava qui,  a Les Goudes.  A noi  bambini  ci
    mettevano  a  dormire per terra,  sui materassi.  Glou e io eravamo i
    primi a infilarci a  letto.  Ci  addormentavamo  tenendoci  per  mano,
    ascoltando  le  risa  e  le  canzoni  dei nostri genitori.  Cullati da
    "Maruzzella",  "Guaglione" e altre  canzonette  napoletane  di  Renato
    Carosone.
    Pi tardi,  quando mia madre si ammal,  Glou veniva a casa due o tre
    sere alla settimana.  Faceva il bucato,  stirava e preparava la  cena.
    Stava  per  compiere  sedici  anni.  A  letto  si  stringeva a me e ci
    raccontavamo storie orribili.  Per farci venire  delle  paure  atroci.
    Allora,  faceva  scivolare  la sua gamba tra le mie,  e ci stringevamo
    ancora pi forte.  Sentivo i suoi seni,  gi  molto  sviluppati,  e  i
    capezzoli duri sul mio petto.  Mi eccitava da morire.  Lo sapeva.  Ma,
    ovviamente, non se ne parlava. Erano cose che appartenevano ai grandi.
    E ci addormentavamo cos, pieni di tenerezza e di certezze.
    Mi ero voltato piano, per rimettere a posto quei ricordi, fragili come
    il cristallo.  Per respingere il desiderio di posarle  la  mano  sulla
    spalla e di prenderla tra le braccia.  Come prima.  Solo per scacciare
    le nostre paure.
    Avrei dovuto farlo.
    Fonfon mi trov sbattuto.
    Beh dissi, non si sceglie sempre la faccia che si vuole.
    Oh, il signore ha dormito male.
    Sorrisi e mi sedetti fuori.  Al mio solito posto.  Di fronte al  mare.
    Fonfon torn con un caff e "Le Provenal".
    Ecco,  te l'ho fatto ristretto.  Non so se ti sveglier, ma almeno ti
    far essere pi educato.
    Aprii il giornale e andai alla ricerca di un articolo sull'omicidio di
    Serge.  Aveva avuto diritto solo a un trafiletto.  Senza commenti,  n
    dettagli.  Non  si diceva neppure che Serge era stato per diversi anni
    educatore  di  strada  nelle  "cits".   Veniva   qualificato   senza
    professione,  e  l'articolo si concludeva con un laconico la polizia
    propende per un regolamento di conti tra  delinquenti.  Pertin  aveva
    sicuramente fatto un rapporto succinto.  Per una storia di delinquenti
    non ci sarebbe stata un'inchiesta.  Ecco che cosa voleva dire.  E  che
    Pertin  avrebbe  tenuto l'affare per s.  Come un osso da rosicchiare.
    L'osso in questione potevo essere io, molto semplicemente.
    Alzandomi  per   andare   a   prendere   "La   Marseillaise",   voltai
    automaticamente  pagina.  Il titolo,  a caratteri cubitali,  in cima a
    pagina 5,  mi paralizz: Il duplice omicidio del Panier:  trovato  il
    cadavere mezzo nudo di un ragazzo non ancora identificato.  Al centro
    dell'articolo,   in  un  riquadro:  Il  proprietario   dell'immobile,
    l'architetto Adrien Fabre,  sconvolto.
    Mi  sedetti,  scioccato.  Forse era solo un cumulo di coincidenze.  Mi
    obbligai a pensare  a  questo,  per  poter  leggere  l'articolo  senza
    tremare.  Avrei dato la vita per non vedere le righe che si stendevano
    sotto i miei occhi.  Poich sapevo cosa avrei scoperto.  Un brivido mi
    scese lungo la schiena.  Adrien Fabre, un architetto molto conosciuto,
    ospitava da tre mesi Hocine Draoui, uno storico algerino,  specialista
    dell'antico Mediterraneo.  Minacciato di morte dal Fis,  come numerosi
    intellettuali algerini,  era  fuggito  dal  suo  paese.  Aveva  appena
    chiesto asilo politico.
    Ovviamente,  si  era  pensato  subito a un'azione del Fis.  Ma per gli
    inquirenti era piuttosto improbabile.  Fino a quel giorno c'era stata,
    ufficialmente,  un'unica  esecuzione  rivendicata,  quella  a  Parigi,
    dell'iman Sahraoui,  l'11 luglio 1995.  Perch lui e non un  altro?  E
    poi,  come  riconosceva  Adrien  Fabre,  Hocine  Draoui  non aveva mai
    accennato a minacce di morte.  Si preoccupava solo per la sorte  della
    moglie, rimasta in Algeria, che avrebbe dovuto raggiungerlo non appena
    fosse stata accolta la sua domanda di asilo.
    Adrien  Fabre  raccontava  della  sua amicizia con Hocine Draoui,  che
    aveva incontrato una prima volta nel 1990,  durante un grande simposio
    sul tema Marsiglia greca e la Gallia. I suoi lavori sulla situazione
    del  porto  -  fenicio  prima,  romano  poi  - dovevano,  secondo lui,
    rinnovare la storia della nostra citt e aiutarla a riscoprire la  sua
    memoria.  Sotto  il  titolo  All'inizio  era  il  mare,  il giornale
    pubblicava degli estratti dell'intervento di Hocine Draoui durante  il
    simposio.
    Considerata  l'ora  dell'omicidio,  la  polizia  sosteneva la tesi del
    furto finito male. Al Panier, i furti erano frequenti.  Ci frenava la
    politica di restauro del quartiere. I nuovi arrivati, perlopi persone
    agiate,  erano i bersagli dei malviventi,  quasi sempre giovani arabi.
    Alcune case erano state visitate tre o quattro volte a pochi mesi di
    distanza,  obbligando cos i nuovi proprietari a lasciare  il  Panier,
    disgustati.
    Era  la  prima volta che la casa dei Fabre veniva derubata.  Avrebbero
    traslocato?  La moglie,  il figlio e lui erano ancora troppo sconvolti
    per pensarci.
    Restava l'enigma del secondo cadavere.
    I  Fabre  non  conoscevano  il  ragazzo,  di  circa  sedici anni,  che
    indossava solo le mutande, ritrovato morto a pianterreno, davanti alla
    porta d'ingresso del monolocale solitamente occupato dal  figlio.  Gli
    investigatori  avevano  perquisito la casa,  trovando solo vestiti: un
    paio  di  jeans,  una  maglietta,  un  giubbotto,   uno  zainetto  con
    l'occorrente  per  il bagno,  e un ricambio,  ma nessun portafoglio n
    documenti d'identit.  Una catenina che portava al collo gli era stata
    strappata con violenza. C'era ancora il segno.
    Secondo Adrien Fabre,  Hocine Draoui non avrebbe mai ospitato qualcuno
    senza  dirglielo,  l'avrebbe  prima  chiamato  a  Sanary.   Era  molto
    rispettoso dei suoi ospiti.
    Chi  era  quel  ragazzo?  Da  dove veniva?  Cosa ci faceva l?  Per il
    commissario Loubet,  incaricato  dell'inchiesta,  solo  rispondendo  a
    queste domande si sarebbe chiarita questa drammatica vicenda.
    Conoscevo le risposte.
    Fonfon!.
    Fonfon arriv, con due caff sul vassoio.
    Non c  bisogno di urlare,  ecco i caff! Ho pensato che un altro non
    ti avrebbe fatto male.  Tieni disse  posandoli  sul  tavolo.  Poi  mi
    guard: Cos'hai? Sei bianco come un lenzuolo!.
    Hai letto il giornale?.
    Non ne ho avuto ancora il tempo.
    Gli misi la pagina del "Provenal" sotto agli occhi.
    Leggi.
    Lesse,  lentamente.  Non  toccavo la tazza,  incapace di fare anche il
    minimo gesto.  Avevo il corpo percorso da brividi.  Tremavo fino  alla
    punta delle dita.
    E allora? disse, alzando la testa.
    Gli raccontai. Glou. Guitou. Nama.
    Cazzo!.
    Mi  guard,  poi  si rituff nell'articolo.  Come se,  leggerlo per la
    seconda volta, potesse cancellare la triste verit.
    Dammi un cognac.
    Di Fabre... inizi.
    L'elenco  pieno, lo so. Vammi a prendere un cognac, vai!.
    Avevo bisogno di scongelarmi il sangue nelle vene.
    Torn con la bottiglia.  Ne bevetti due,  tutti d'un  fiato.  Con  gli
    occhi chiusi,  aggrappandomi con una mano al tavolo.  La schifezza del
    mondo andava pi velocemente di noi.  Potevamo dimenticarla,  negarla,
    ma tanto ci avrebbe raggiunti, sempre.
    Bevetti un terzo cognac. Ebbi un conato di vomito. Corsi in fondo alla
    terrazza e vomitai sugli scogli. Un'onda si infranse, divorando il mio
    rifiuto  del  mondo.  La  sua  disumanit  e  la sua inutile violenza.
    Guardai la schiuma bianca lambire gli anfratti dello scoglio prima  di
    ritirarsi. Mi faceva male lo stomaco. Il mio corpo cercava la bile. Ma
    non avevo pi nulla da vomitare. Solo un'immensa tristezza.
    Fonfon mi aveva portato l'ennesimo caff.  Mandai gi un altro cognac,
    il caff, poi mi sedetti.
    Cosa farai?.
    Niente. Non le dir niente, per ora. E' morto,  non c' pi niente da
    fare.  Che lei soffra ora,  stasera, o domani,  lo stesso. Devo prima
    verificare cos' successo. Devo trovare la ragazzina.  E quel giovane,
    Mathias.
    Mah disse scettico, scuotendo la testa. Non credi che....
    Vedi,  Fonfon,  non  riesco  a  capire.  Quel Mathias ha trascorso le
    vacanze con Guitou,  si sono visti e si sono divertiti  insieme  quasi
    ogni sera.  Perch dice di non conoscerlo?  Secondo me, Guitou e Nama
    pensavano di  trascorrere  il  week-end  nel  suo  monolocale.  Guitou
    venerd sera ha dormito l,  aspettando di incontrare Nama, il giorno
    dopo.  Avr avuto bisogno della chiave o di qualcuno  che  lo  facesse
    entrare.
    Hocine Draoui.
    S.  Sicuramente.  E i Fabre sanno chi  Guitou.  Ci metterei la mano
    sul fuoco, Fonfon.
    Forse la polizia ha voluto mantenere il segreto.
    Non credo. Forse qualcun altro, ma sicuramente non Loubet. Non  cos
    machiavellico.  Se avesse conosciuto l'identit di  Guitou,  l'avrebbe
    rivelata.  Lui  stesso  dice  che  l'identificazione  del cadavere pu
    permettere di chiarire la vicenda.
    Conoscevo bene Loubet.  Era nella squadra anticrimine.  Ne aveva visti
    di cadaveri... Aveva avuto a che fare con casi molto complicati ed era
    riuscito a far luce su questioni difficili. Un buon poliziotto. Onesto
    e  serio.  Uno  di quelli per cui la polizia  al servizio dell'ordine
    repubblicano.  Del  cittadino.   Chiunque  sia.   Non  si  faceva  pi
    illusioni,  ma  teneva  duro.  E  quando dirigeva un'inchiesta nessuno
    aveva interesse a invadere il suo campo. Andava sempre a fondo. Mi ero
    spesso chiesto per quale strano caso fosse ancora in vita.  E  a  quel
    posto  di  lavoro.  Allora?.  Qualcosa  non quadra.  Non credi al
    furto?. Non credo a niente.  S,  avevo creduto che quella giornata
    sarebbe stata schifosa. Era persino peggio.

    Capitolo ottavo.
    Nel quale la storia non  l'unica forma del destino.

    La porta si apr,  e non seppi pi cosa dire.  Mi trovai di fronte una
    giovane asiatica.  Vietnamita,  pensai.  Ma potevo sbagliarmi.  Era  a
    piedi  nudi  e  vestita con un abito tradizionale.  Una tunica di seta
    scarlatta, abbottonata sulla spalla,  che scendeva fino a met coscia,
    pantaloni blu,  corti.  I capelli, lunghi e neri, erano raccolti su un
    lato e nascondevano parte dell'occhio destro.  Il viso era serio e  il
    suo  sguardo  mi rimproverava di aver suonato alla porta.  Apparteneva
    senz'altro a quella categoria di donne che vengono sempre  disturbate,
    qualsiasi ora sia. Eppure erano le undici passate.
    Vorrei parlare con il signore e la signora Fabre.
    Sono io la signora Fabre. Mio marito  in ufficio.
    Ancora una volta rimasi senza parole.  Non avrei mai immaginato che la
    moglie di Adrien Fabre potesse  essere  vietnamita.  E  cos  giovane.
    Doveva avere circa trentacinque anni. Mi chiesi a che et avesse avuto
    Mathias. Ma forse non era sua madre.
    Buongiorno riuscii finalmente ad articolare, senza comunque smettere
    di divorarla con gli occhi.
    Un  atteggiamento  piuttosto insolente,  il mio.  Ma,  ancor pi della
    bellezza, era il suo fascino a colpirmi.  Lo sentii in tutto il corpo.
    Come una corrente elettrica.  A volte succede, per strada. Si incrocia
    lo sguardo di una donna e ci si volta con la speranza  di  incrociarlo
    di nuovo. Senza neanche chiedersi se quella donna  bella, com' fatto
    il suo corpo,  quanti anni ha. Solo per quello che passa attraverso lo
    sguardo, in quell'istante: un sogno,  un'attesa,  un desiderio.  Tutta
    una vita possibile.
    A che proposito voleva vederlo?.
    Aveva appena mosso le labbra e la sua voce aveva lo stesso tono di una
    porta  sbattuta  in  faccia.  Ma la porta rimase aperta.  Con un gesto
    nervoso si tir indietro i capelli, lasciandomi vedere il viso.
    Mi esamin dalla testa ai piedi.  Pantaloni blu,  camicia blu  a  pois
    bianchi,  un  regalo  di Lole,  scarpe di tela bianche.  Facevo la mia
    porca figura col mio metro e settantacinque e le mani  infilate  nelle
    tasche del giubbotto grigio. Honorine mi aveva trovato molto elegante.
    Non le avevo detto niente di quello che avevo letto sul giornale.  Per
    lei e Glou, andavo a cercare Guitou.
    I nostri occhi si incontrarono e restai cos,  senza dire una  parola.
    Il suo viso si contrasse.
    La ascolto disse, secca.
    Potremmo parlarne dentro, forse.
    Di che si tratta?.
    Malgrado  la  sicurezza,  che  doveva  esserle  propria,  stava  sulla
    difensiva. Scoprire due cadaveri, a casa propria, tornando da un week-
    end, non doveva spingere a essere accoglienti. E, anche se avevo fatto
    uno sforzo nell'abbigliamento,  i miei capelli neri un po' mossi e  la
    mia  pelle  olivastra  dovevano  darmi  un'aria da vagabondo.  Lo ero,
    d'altronde.
    Di Mathias dissi, con la maggiore dolcezza possibile.  E dell'amico
    con  cui  ha  trascorso le vacanze quest'estate.  Guitou.  Che  stato
    trovato morto, qui da voi.
    Si chiuse a riccio.
    Chi  lei? balbett, come se quelle parole le ferissero la gola.
    Un parente.
    Entri.
    Indic una scala in fondo all'ingresso,  e  si  scost  per  lasciarmi
    passare. Feci alcuni passi, poi mi fermai davanti al primo scalino. La
    pietra  -  una  pietra bianca di Lacoste - era macchiata del sangue di
    Guitou.  Una macchia scura,  che copriva lo scalino,  come una  fascia
    nera. Anche la pietra era in lutto.
    Qui? chiesi.
    S mormor.
    Avevo fumato diverse sigarette,  guardando il mare, prima di decidermi
    a muovermi. Sapevo cosa avrei fatto, e in quale ordine,  ma mi sentivo
    pesante.  Come il piombo.  Un piccolo soldato di piombo. In attesa che
    una mano lo toccasse per mettersi in moto.  E la mano era il  destino.
    La  vita,  la morte.  Non si sfugge a quel dito che si posa su di noi.
    Chiunque siamo. Nel bene e nel male.
    Il male mi era ormai pi familiare.
    Avevo chiamato Loubet. Conoscevo le sue abitudini. Era un lavoratore e
    si alzava presto. Erano le otto e trenta e rispose al primo squillo.
    Sono Montale.
    Oh! Uno zombi. Mi fa piacere sentirti.
    Era stato uno dei pochi a brindare con me  quando  avevo  lasciato  la
    polizia. Mi aveva colpito. Bere alla mia salute in occasione delle mie
    dimissioni,  cos  come  le elezioni sindacali,  rivelava le divisioni
    all'interno della polizia.  Solo che in questo caso non si trattava di
    un voto segreto.
    Ho le risposte alle tue domande. Per il ragazzino del Panier.
    Cosa? Di che parli, Montale?.
    Della tua inchiesta.  So chi  il ragazzino. Da dove viene e tutto il
    resto.
    Come lo sai?.
    E' il figlio di mia cugina. E' fuggito di casa, venerd.
    Che cazzo ci faceva l?.
    Te lo dir. Ci possiamo vedere?.
    Eccome! Tra quanto puoi essere qui?.
    Preferisco se ci vediamo da Ange. Al Treize-Coins, va bene?.
    O.k..
    Verso mezzogiorno, mezzogiorno e mezzo.
    Mezzogiorno e mezzo! Ehi! Montale, cosa devi fare prima?.
    Andare a pesca.
    Sei uno sporco bugiardo.
    E' vero. A dopo, Loubet.
    Era proprio a pesca che volevo andare.  Ma di informazioni.  Spigole e
    orate  mi  avrebbero  aspettato.  Erano  abituate.  Non  ero  un  vero
    pescatore, ma solo un dilettante.
    Cc - cos si chiamava ed era veramente vietnamita, di Dalat, nel sud,
    l'unica citt fredda del paese - si volt  verso  di  me  e  il  suo
    sguardo si perse di nuovo sotto una ciocca di capelli.  Non li scans.
    Si era seduta su un canap, con le gambe incrociate sotto il sedere.
    Chi altro lo sa?.
    Nessuno mentii.
    Ero controluce, seduto sul divano che mi aveva indicato. Da quello che
    riuscivo a vedere,  i suoi occhi erano diventati due  fessure,  di  un
    nero  brillante  e  duro.  Aveva  riacquistato  sicurezza.  O  almeno,
    abbastanza forza per tenermi a distanza. Pensai che sotto quella calma
    apparente  doveva  celarsi  una  notevole  energia.  Si  muoveva  come
    un'atleta. Cc non stava solo sulle sue, era pronta a saltare, tirando
    fuori  gli artigli.  Dopo il suo arrivo in Francia,  aveva avuto molte
    cose da difendere.  Ricordi,  sogni.  La sua vita.  La sua  vita  come
    moglie di Adrien Fabre. La sua vita come madre di Mathias. Suo figlio.
    Mio figlio come aveva tenuto a precisare.
    Fui  sul punto di farle un sacco di domande indiscrete.  Ma mi limitai
    all'essenziale.  E le spiegai chi ero io.  La mia parentela con Glou.
    La  storia  di Guitou e Nama.  La fuga.  Marsiglia.  Quello che avevo
    letto sul giornale e come avevo fatto il collegamento.
    Perch non ha detto niente alla polizia? chiesi.
    A che proposito?.
    Sull'identit di Guitou.
    Me l'ha rivelata lei ora. Non ne sapevamo niente.
    Non potevo crederle.
    Eppure, Mathias... Lo conosceva, e....
    Mathias  non  era  con  noi,  quando  siamo  tornati  domenica  sera.
    L'avevamo  lasciato  a  Aix,  dai  miei  suoceri.  Quest'anno comincia
    l'universit, e aveva ancora alcune cose da sistemare.
    Era plausibile, ma non convincente.
    E ovviamente non potei  impedirmi  di  ironizzare,  non  gli  avete
    telefonato. Non sa niente della tragedia che  accaduta n che uno dei
    suoi amici delle vacanze  stato ucciso qui?.
    L'ha chiamato mio marito.  Mathias ha giurato di non aver prestato le
    sue chiavi a nessuno.
    E gli avete creduto?.
    Scost la ciocca dei capelli.  Un gesto che voleva farsi  interpretare
    come sincero. Lo avevo capito fin dall'inizio.
    Perch   non   avremmo  dovuto  credergli,   signor  Montale?  disse
    chinandosi leggermente, con il viso proteso verso di me.
    Ero sempre pi affascinato da lei e la cosa mi innervosiva molto.
    Perch se qualcuno avesse alloggiato da voi, Hocine Draoui vi avrebbe
    avvertiti risposi,  con pi durezza di quanto volessi.  E' quanto ha
    detto suo marito ai giornali.
    Hocine  morto disse piano.
    Anche Guitou! gridai.  Mi alzai,  stizzito.  Era mezzogiorno. Dovevo
    saperne di pi, prima di incontrare Loubet. Posso telefonare?.
    A chi?.
    Era balzata in piedi. Di fronte a me. Dritta, immobile.  Mi sembr pi
    alta e con le spalle pi larghe. Sentii il suo respiro sul petto.
    Al commissario Loubet.  E' ora che conosca l'identit di Guitou.  Non
    so se berr la sua storia.  Ma se non altro questo gli  permetter  di
    fare un passo avanti sull'inchiesta.
    No. Aspetti.
    Con le due mani,  si tir indietro i capelli.  Mi fiss.  Era pronta a
    tutto. Anche a cadermi tra le braccia. E non ci tenevo molto.
    Ha delle orecchie meravigliose mi sentii mormorare.
    Sorrise. Un sorriso quasi impercettibile. Mi pos la mano sul braccio,
    e questa volta,  ci fu una scarica elettrica.  Violenta.  La sua  mano
    bruciava.
    Per favore.

    Arrivai in ritardo al Treize-Coins. Loubet beveva un "mauresque" in un
    grande  bicchiere.  Ange,  vedendomi  entrare,  mi  serv  un  pastis.
    Difficile cambiare le proprie abitudini. Per anni quel bar,  dietro al
    commissariato di polizia, mi era servito da mensa. Lontano dagli altri
    sbirri, che avevano un tavolo a rue de l'Evech o a Place des Cantons.
    L dove le cameriere tubavano per rimediare un po' di mancia.
    Ange non era un chiacchierone.  Non correva dietro ai clienti.  Quando
    il gruppo IAM decise di girare da lui il videoclip  del  nuovo  album,
    aveva semplicemente detto: Ehi!  Perch proprio il mio bar?. Con una
    punta di orgoglio, comunque.
    Era appassionato di storia.  Con la S maiuscola.  Tutto  ci  che  gli
    capitava sotto mano,  andava bene.  Decaux,  Castellot.  E,  insieme a
    testi scelti a casaccio, Zvaes,  Ferro,  Rousset.  Tra un bicchiere e
    l'altro, mi dava lezioni. L'ultima volta che ero passato a trovarlo mi
    aveva attaccato un bottone,  con dovizia di particolari, sull'ingresso
    trionfale di Garibaldi nel porto di  Marsiglia,  il  7  ottobre  1870.
    Esattamente  alle  dieci.  Al  terzo  pastis,  gli  avevo  detto che
    rifiutavo l'idea che la Storia fosse l'unica  forma  di  destino.  Non
    sapevo  cosa  volessi  dire,  e  anche oggi non lo so,  ma mi sembrava
    giusto. Mi aveva guardato, stupefatto, e non aveva pi aperto bocca.
    Ti aspettavamo disse  spingendo  il  bicchiere  verso  di  me.  Hai
    pescato bene, Montale?.
    Abbastanza.
    Mangiate qui? chiese Ange.
    Loubet mi guard.
    Dopo dissi stancamente.
    Non  ci  tenevo  molto  ad  andare  all'obitorio.  Ma  per  Loubet era
    indispensabile.  Solo Mathias,  Cc e io sapevamo  che  era  Guitou  a
    essere  stato  trovato  morto.  Non volevo raccontare a Loubet del mio
    incontro con Cc. Non lo avrebbe apprezzato e, soprattutto, si sarebbe
    fiondato a casa sua.  E avevo promesso a Cc di  lasciarle  tempo.  Il
    pranzo.  Perch lei, suo marito e Mathias potessero mettere a punto la
    versione vera di una bugia. L'avevo promesso. Non crea problemi, avevo
    pensato.  Mi vergognavo un po' per essermi  cos  facilmente  lasciato
    sedurre.  Ma  non  mi  si  pu cambiare,  sono sensibile alla bellezza
    femminile.
    Vuotai il bicchiere come un condannato a morte.

    Avevo messo piede all'obitorio solo tre volte durante la mia carriera.
    Appena varcata la soglia  dell'ingresso,  fui  colto  da  un'atmosfera
    glaciale.  Si  passava  dal sole alla luce del neon.  Bianca,  livida.
    Umida. L'inferno non era altro che questo. La morte, fredda.  Non solo
    qui. In fondo a un buco, d'estate, era uguale.
    Evitai  di  pensare  a  quelli  che  avevo  gi sepolto.  Quando avevo
    lanciato la prima manciata di terra sulla bara di mio  padre,  mi  ero
    detto:  Ecco,  ora  sei  solo.  Avevo  avuto difficolt con le altre
    persone,  dopo.  Anche con Carmen,  la donna che allora viveva con me.
    Ero   diventato  taciturno.   E  mi  era  impossibile  spiegarle  che,
    improvvisamente, quell'assenza aveva pi importanza di lei, che era l
    accanto a me,  e del suo amore.  Ero stupido.  Mio  padre  era  stato,
    certo,  un vero padre.  Ma come Fonfon o Flix. Come molti altri. Come
    avrei potuto esserlo io, con semplicit e naturalezza.
    Ci che mi angustiava, a dire il vero, era la morte stessa. Ero troppo
    giovane quando mia madre ci lasci.  Allora,  per la prima  volta,  la
    morte si era infiltrata in me,  come un roditore.  Nella testa,  nelle
    ossa. Nel cuore.  Il roditore aveva continuato la sua strada di merda.
    Il mio cuore,  dopo l'atroce morte di Leila,  era solo una piaga,  che
    non riusciva a guarire.
    Concentrai l'attenzione su un'impiegata che puliva  il  pavimento  con
    uno straccio. Una grossa africana. Alz la testa e le sorrisi. Perch,
    comunque, ci voleva un bel coraggio a lavorare l.
    Per il 747 disse Loubet, mostrando il distintivo.
    Ci  fu  uno  scatto  metallico e la porta si apr.  L'obitorio era nel
    sottosuolo. L'odore, cos particolare, tipico degli ospedali, mi prese
    alla gola.  La luce del giorno filtrava,  giallastra come l'acqua  del
    secchio nel quale la donna delle pulizie sciacquava lo straccio.
    Tutto bene? chiese Loubet.
    Andr bene risposi.
    Guitou  arriv  su una barella cromata,  spinta da un ometto calvo con
    una sigaretta all'angolo della bocca.
    E' per voi?.
    Loubet annu. Il tizio lasci la barella e se ne and senza aggiungere
    una parola.  Loubet alz lentamente il lenzuolo facendolo calare  fino
    al collo. Avevo chiuso gli occhi. Presi fiato, poi, alla fine, guardai
    il cadavere di Guitou. Il figlio prediletto di Glou.
    Lo  stesso della foto.  Ma pulito,  esangue e gelido,  somigliava a un
    angelo.  Dal paradiso alla terra,  in caduta libera.  Avevano avuto il
    tempo di amarsi, lui e Nama? Cc mi aveva detto che erano arrivati il
    venerd sera.  Aveva telefonato a Hocine attorno alle venti. Da allora
    mi galoppavano in testa un mucchio  di  domande:  dove  poteva  essere
    Nama  quando Guitou era stato ucciso?  Era gi andata via?  O era con
    lui?  E cosa aveva visto?  Avrei dovuto aspettare  fino  alle  cinque,
    forse,  per  avere  delle  risposte.  Mourad  doveva accompagnarmi dal
    nonno.
    Era la prima cosa che avevo fatto, dopo aver chiamato Loubet. Andare a
    trovare la madre di Nama.  Non era stata contenta che andassi da lei,
    e  cos  in  fretta.  Redouane  poteva essere l,  e lei ci teneva che
    restasse fuori da questa storia.  La vita  gi abbastanza complicata
    cos  aveva detto.  Era un rischio,  ma avevo le ore contate.  Volevo
    essere in anticipo su Loubet.  Era una  cazzata,  ma  volevo  "sapere"
    prima di lui.
    Quella  donna  era  buona.  Si preoccupava per i suoi figli.  E fu per
    questo che mi decisi a metterle paura.
    Forse Nama  coinvolta  in  una  brutta  storia.  A  causa  di  quel
    ragazzo.
    Il francese?.
    Il figlio di mia cugina.
    Si era seduta lentamente sul bordo del divano,  e si era presa il viso
    tra le mani.
    Cosa ha fatto?.
    Niente. Insomma, non lo so. E' stata l'ultima a vedere il ragazzo.
    Perch non ci lascia in pace?  I figli,  in questo momento,  mi danno
    gi abbastanza preoccupazioni. Volt il viso verso di me. Forse quel
    ragazzo   gi tornato a casa sua.  O ci sta tornando.  Anche Redouane
    era sparito,  pi di tre mesi senza dare notizie.  Poi  tornato.  Ora
    non se ne va pi. E' diventato serio.
    Mi accovacciai davanti a lei.
    Le  credo,  signora.  Ma Guitou non torner pi.  E' morto.  E' stato
    ucciso. E quella notte Nama era con lui.
    Lessi il panico nei suoi occhi.
    Morto? E Nama....
    Erano insieme.  Tutti e  due  nella  stessa...  la  stessa  casa.  E'
    necessario che lei mi racconti.  Se era ancora l quando  successo il
    fatto, deve aver visto qualcosa.
    Povera piccola mia.
    Sono l'unico a saperlo. Se non era l, nessuno sapr niente.  Non c'
    nessuna  possibilit  che la polizia risalga a lei.  Non sanno neanche
    della sua esistenza. Lo capisce? Ecco perch non posso aspettare.
    Il nonno non ha telefono. E' vero, mi deve credere, signore. Dice che
    il telefono serve solo a non vedersi  pi.  Volevo  andarci,  come  le
    avevo promesso. E' lontano, a Saint-Henri. Da qui bisogna prendere non
    so quanti autobus. Non  semplice.
    L'accompagno io, se vuole.
    Non  possibile, signore. Io nella sua macchina. Si saprebbe in giro.
    Qui si sa tutto. E Redouane farebbe di nuovo un sacco di storie.
    Mi dia l'indirizzo.
    No!  disse  categorica.  Oggi pomeriggio Mourad esce da scuola alle
    tre. L'accompagner lui. Lo aspetti al capolinea dell'autobus, a cours
    Joseph Thierry, alle quattro.
    Grazie dissi.
    Sobbalzai.  Loubet mi aveva preso  per  un  braccio  perch  guardassi
    meglio il corpo di Guitou. Aveva fatto scivolare il lenzuolo fino alla
    pancia.
    Si    beccato una .38 special.  Un solo colpo.  A bruciapelo.  Senza
    possibilit di scampo. Con un buon silenziatore,  non fa pi rumore di
    una mosca. Un vero professionista, il killer.
    Mi  girava  la  testa.  Non  per quello che vedevo.  Ma per quello che
    immaginavo.  Guitou nudo,  e l'altro,  con l'arma in  mano.  Lo  aveva
    guardato, quel ragazzino, prima di sparare? Perch non sembrava avesse
    ucciso,  cos, di corsa. No, c'era stato un faccia a faccia. Nella mia
    vita non  avevo  incontrato  tanta  gente  cos.  Qualcuno  a  Gibuti.
    Legionari, par. Reduci di Indocina, di Algeria. Neppure nelle sere di
    grandi sbornie ne parlavano. Si erano salvati la pelle, ecco tutto. Lo
    capivo.  Si poteva uccidere per gelosia, per rabbia, per disperazione.
    Anche questo potevo capirlo. Ma cos, no.
    Venni invaso dall'odio.
    L'arcata sopraccigliare prosegu Loubet,  indicandola con  il  dito,
    si  spaccata quando  caduto. Poi con il dito arriv fino al collo.
    Vedi, questo  pi interessante. Gli hanno strappato la catenina.
    Per  il  suo  valore?  Credi  che  avessero  bisogno  di una catenina
    d'oro?.
    Alz le spalle.
    Forse la catenina poteva servire a identificarlo.
    E che cosa gliene fregava a loro?.
    Per guadagnare tempo.
    Spiegati meglio. Non capisco.
    E' solo un'ipotesi. Che l'assassino conoscesse Guitou.  Hocine Draoui
    aveva al polso uno splendido braccialetto d'oro. Ce l'ha ancora.
    Non  un elemento importante per l'inchiesta.
    Lo  so.  Prendo  atto,  Montale.  Faccio  delle  ipotesi.  Ne  ho  un
    centinaio. Nessuna  importante.  Dunque,  sono tutte valide.  Con il
    dito  torn verso il corpo di Guitou.  Sulla spalla.  Questo livido 
    pi vecchio. Quindici, venti giorni circa. Un bel livido. Vedi,  serve
    ad identificarlo quanto la catenina, e non ci fa fare lo stesso nessun
    passo avanti.
    Loubet  ricopr  il corpo di Guitou,  poi mi guard.  Sapevo che avrei
    dovuto firmare il registro.  E che  non  sarebbe  stata  la  cosa  pi
    difficile da fare.


    Capitolo nono.
    Nel quale non esiste una bugia innocente.

    In  mezzo  a rue Sainte-Franoise,  davanti al Treize-Coins,  un certo
    Jos stava lavando la sua macchina,  una R21 dei colori dell'Olympique
    Marsiglia.  Blu in basso,  bianco in alto.  Con bandierina coordinata,
    attaccata  al  retrovisore,   e  sciarpa  dei  tifosi  sul   cruscotto
    posteriore.  Musica a tutto volume.  I Gipsy Kings. "Bamboleo", "Djobi
    Djoba", "Amor, Amor"... Il best of.
    Sicard,  il  cantoniere,   gli  aveva  aperto  la  presa  d'acqua  del
    canaletto.  Jos aveva a disposizione tutta l'acqua della citt.  Ogni
    tanto veniva al tavolo di Sicard, e si sedeva per bere il pastis senza
    lasciare con gli occhi la sua macchina.  Come se  fosse  un  pezzo  da
    collezione.  Ma forse stava sognando la pin-up che avrebbe rimorchiato
    e portato a fare un giro a Cassis.  Comunque,  dato il sorriso  felice
    che  aveva  stampato  sulle  labbra,  sicuramente  non  pensava al suo
    esattore. E se la prendeva comoda, Jos.
    In questo quartiere succedeva sempre cos,  quando si voleva lavare la
    macchina.  Gli  anni  passavano,  e c'era sempre un Sicard che offriva
    l'acqua in cambio di un pastis. Dovevi essere veramente un coglione di
    Saint-Giniez per andare al lavaggio automatico.
    Ora,  se arrivava una macchina doveva aspettare  che  Jos  finisse  e
    completasse  il  lavoro passando una pelle di daino sulla carrozzeria.
    Sempre con la speranza che un piccione non venisse,  proprio  in  quel
    momento, a cacarci sopra.
    Se  l'autista  era  del  Panier,   si  sarebbe  tranquillamente  preso
    l'aperitivo con Jos e Sicard,  parlando  del  campionato  di  calcio,
    ironizzando,   ovviamente,  sui  pessimi  risultati  del  Paris  Saint
    Germain. E non potevano essere che pessimi,  anche se i parigini erano
    in testa alla classifica. Se era un turista, dopo qualche frettoloso
    colpo  di clacson,  sarebbero potuti arrivare alle mani.  Ma era raro.
    Quando non si  del Panier,  non si viene a  sfottere.  Si  chiude  il
    becco e si fa finta di niente.  Ma non si present nessuna macchina, e
    Loubet e io potemmo  mangiare  tranquilli.  Personalmente,  non  avevo
    niente contro i Gipsy Kings.
    Ange  ci aveva apparecchiato sulla terrazza,  portandoci una bottiglia
    di rosato di Puy-Sainte-Rparade. Sul men, pomodori, patate, zucchine
    e cipolle ripiene.  Avevo fame ed era delizioso.  Mi  piace  mangiare.
    Soprattutto  quando ho dei problemi e ancora di pi quando la morte mi
    passa vicino. Ho bisogno di ingurgitare cibo, verdure,  carne,  pesce,
    dolci.  Di lasciarmi invadere dai sapori.  Non avevo trovato niente di
    meglio per negare la morte. Per salvaguardarmene.  La buona cucina e i
    buoni  vini.  Come  un'arte  della  sopravvivenza.  Fino  a oggi c'ero
    riuscito piuttosto bene.
    Loubet e io restammo in silenzio.  C'eravamo scambiati qualche  parola
    mangiando  un  piatto di affettati.  Rimuginava sulle sue ipotesi.  Io
    sulle mie. Cc mi aveva proposto un t, un t nero.  Credo di poterle
    dare  fiducia  aveva  iniziato.  Le  avevo risposto che nelle attuali
    circostanze non si trattava di fiducia, ma solo di verit.  Una verit
    da  confessare al poliziotto incaricato dell'inchiesta.  L'identit di
    Guitou.
    Non le racconter tutta la mia vita spieg. Ma capir meglio quando
    le avr detto alcune cose.  Sono arrivata  in  Francia  a  diciassette
    anni. Mathias era appena nato. Era il 1977. Mia madre aveva deciso che
    era  ora  di  andarsene.  Il  fatto  che  avessi partorito cont forse
    qualcosa nella sua decisione. Non ricordo.
    Mi lanci un'occhiata furtiva,  poi afferr un pacchetto di Craven A e
    accese  nervosamente  una  sigaretta.  Il  suo sguardo si perse in una
    nuvola di fumo. Molto lontano. Continu.  Le frasi finivano a volte in
    lunghi  silenzi.  La  voce  le  si  smorzava.  Alcune parole restavano
    sospese,  nell'aria,  e sembrava scartarle con  un  gesto  della  mano
    quando  cacciava  via  il  fumo  della sigaretta.  Il suo corpo non si
    muoveva.  Solo i suoi lunghi capelli oscillavano al ritmo della testa,
    che inclinava come alla ricerca di un dettaglio perso.
    L'ascoltavo,  attento.  Non  osavo credere che fossi io il primo a cui
    confidava la sua vita.  Sapevo che alla fine del racconto  ci  sarebbe
    stato  un  favore  da  chiedere.  Ma  ero  sedotto da quell'improvvisa
    intimit. E funzionava.
    Siamo tornati, mia madre,  mia nonna,  le mie tre sorelle minori,  il
    bambino e io. Mia madre ha avuto molto coraggio. Sa, facevamo parte di
    quelli che chiamavano i rimpatriati. La mia famiglia era naturalizzata
    dal 1930.  Ho la doppia nazionalit.  Eravamo considerati francesi. Ma
    l'arrivo in Francia non ebbe  nulla  di  idilliaco.  Da  Roissy  fummo
    portati  in  un  centro di lavoratori a Sarcelles.  Poi ci dissero che
    dovevamo andare via e approdammo a Le Havre.
    Ci abbiamo vissuto quattro armi,  in  due  stanze.  Mia  madre  si  
    occupata  di noi fino a quando non siamo riusciti a cavarcela da soli.
    E' a Havre che ho incontrato Adrien.  Un caso.  Senza  di  lui...  sa,
    lavoro  nella moda.  Ho creato dei modelli e dei tessuti d'ispirazione
    orientale.  L'atelier e il magazzino sono a cours Julien.  E ho appena
    aperto una boutique a Parigi, a rue de la Roquette. E presto ne aprir
    una a Londra.
    Si era tirata su per dire questo.
    La   moda   era  l'ultima  sciccheria  di  Marsiglia.   La  precedente
    amministrazione comunale aveva dato fondo  alle  casse  per  costruire
    l'Espace  Mode-Mditerrane,  sulla  Canabire.  Nei vecchi locali dei
    magazzini Thierry.  Il  Beaubourg  dell'alta  moda.  I  giornali  lo
    avevano  presentato  cos.  Ci  avevo messo piede solo una volta,  per
    curiosit.  Perch non capivo cosa ci si potesse fare  l  dentro.  In
    realt,  non succedeva niente. Ma, mi avevano spiegato, a Parigi dava
    un'altra immagine di noi.
    Da ridere, veramente! Appartenevo a quella razza di marsigliesi che se
    ne frega  dell'immagine  che  si  ha  di  noi  a  Parigi,  o  altrove.
    L'immagine non conta. Per l'Europa, siamo sempre e solo la prima citt
    del terzo mondo.  La preferita,  per chi nutre per lei una particolare
    simpatia.
    L'importante,  per me,  era che si facessero delle cose per Marsiglia.
    Non  per  sedurre Parigi.  Tutto ci che abbiamo guadagnato lo abbiamo
    guadagnato contro Parigi.  Era  ci  che  aveva  sempre  affermato  la
    vecchia borghesia marsigliese, quella dei Fraissinet, dei Touache, dei
    Paquet.  Quella che, nel 1870, come mi aveva raccontato Ange, finanzi
    la spedizione di Garibaldi a  Marsiglia,  per  respingere  l'invasione
    prussiana.  Ma oggi,  quella borghesia non parlava pi, non agiva pi.
    Agonizzava tranquillamente nelle  sontuose  ville  del  Roucas  Blanc.
    Indifferente a ci che l'Europa tramava contro la citt.
    Ah! risposi evasivamente.
    Cc,   donna   d'affari.   Spezzava   l'incantesimo.   Ci   riportava,
    soprattutto, alla realt.
    Non creda, sono solo all'inizio. Due anni soltanto. Ho lavorato duro,
    ma non sono ancora a livello di Zazza of Marseille.
    Conoscevo Zazza. Anche lei si era lanciata nella moda.  E la sua firma
    di  pret--porter  artigianale  iniziava a fare il giro del mondo.  Si
    vedeva la sua foto su tutti i settimanali che  raccontano  Marsiglia
    al  buon  popolo  di Francia.  L'esempio del successo.  Il simbolo del
    Mediterraneo che crea. Ma forse non ero obiettivo.  Possibile.  Ed era
    altrettanto  vero  che  a  Les  Goudes  rimanevano  solo sei pescatori
    professionisti,  e all'Estaque neppure uno.  Alla  Joliettes  i  cargo
    diventavano  sempre pi rari.  Le banchine erano praticamente deserte.
    La  Spezia,   in  Italia  e  Algeciras,   in  Spagna,   avevano  visto
    quadruplicare  il  loro traffico di merci.  Allora,  di fronte a tutto
    questo,  mi chiedevo spesso perch un  porto  non  viene  innanzitutto
    utilizzato e sviluppato come porto? Era cos che vedevo la rivoluzione
    culturale a Marsiglia. Con i piedi nell'acqua, innanzitutto.
    Cc aspettava una mia reazione. Non ne ebbi. Ero in attesa. Ero l per
    capire.
    Tutto  questo per dirle riprese con sicurezza,  senza pi inciampare
    nelle parole, che tengo a tutto ci che ho costruito. E quello che ho
    costruito  per Mathias. Tutta la mia vita  per lui.
    Non ha mai conosciuto il padre? la interruppi.
    La misi fuori strada.  I capelli le ricaddero sugli  occhi,  come  uno
    schermo.
    No... Perch?.
    Neppure  Guitou.  Da questo punto di vista fino a venerd notte erano
    uguali.  E suppongo che i rapporti tra Mathias e Adrien non siano  dei
    pi facili.
    Cosa l'autorizza a pensarlo?.
    Perch ieri ho sentito una storia simile.  Quella di Guitou.  E di un
    tizio che pretende di fargli da padre. E del vero padre,  idealizzato.
    La complicit con la madre....
    Non la seguo.
    No?  Eppure    semplice.  Suo  marito non sapeva che Mathias avrebbe
    prestato  il  suo  appartamento  per  il  weekend.  Non    nelle  sue
    abitudini,  suppongo.  Lei  era  l'unica  a saperlo.  E Hocine Draoui,
    ovviamente.  Che ha condiviso il segreto.  Pi complice di lei che  di
    suo marito.
    Avevo esagerato.  Spense la sigaretta con violenza e si alz in piedi.
    Se avesse potuto buttarmi fuori lo avrebbe fatto.  Ma aveva bisogno di
    me. Mi si piazz di fronte, con la stessa sicurezza di prima. Diritta.
    Fiera.
    Lei    un  cafone.  Ma  quello  che  dice    esatto.  Con  una sola
    differenza: Hocine ha accettato questa...  questa complicit come dice
    lei,  solo per amicizia di Mathias. Credeva che la ragazza, Nama, che
     venuta spesso qui,  fosse l'amica di  Mathias.  La  sua...  ragazza,
    voglio dire. Non sapeva che ci sarebbe stato l'altro giovane.
    Ecco,  ora  ci  siamo  dissi.  I  suoi occhi mi fissarono e percepii
    l'estrema tensione che c'era in lei.  Non era obbligata a raccontarmi
    la sua vita, per dirmi semplicemente questo.
    Non capisce proprio niente.
    Non voglio capire niente.
    Sorrise, per la prima volta. E le donava.
    "Non voglio capire niente" sembra una replica di Bogart!.
    Grazie, ma ci non mi dice cosa ha intenzione di fare, ora.
    Lei cosa farebbe al mio posto?.
    Chiamerei suo marito. Poi la polizia. Come le ho detto prima. Dica la
    verit a suo marito, trovi una bugia plausibile per la polizia.
    Ne ha una da propormi?.
    Centinaia. Ma io non so mentire.
    Non  vidi  arrivare  lo schiaffo.  Me l'ero meritato.  Perch lo avevo
    detto? C'era troppa tensione tra noi. Rischiavamo di fulminarci. E non
    volevo. Bisognava interrompere la corrente.
    Mi dispiace.
    Le do due ore. Poi il commissario Loubet suoner alla sua porta.
    Me ne ero andato,  per raggiungere  Loubet.  Fuori,  lontano  dal  suo
    fascino,  mi  ero  ripreso.  Cc  era  un  mistero.  La  sua storia ne
    nascondeva un'altra. Lo intuivo. Non si mente con innocenza.

    Il mio sguardo incroci quello di Loubet. Mi osservava.
    Cosa ne pensi di questa storia?.
    Niente. Sei tu lo sbirro, Loubet. Hai tutte le carte in mano, io no.
    Non rompere i coglioni,  Montale.  Hai sempre avuto un parere,  anche
    con le tasche vuote. E ora, so che stai pensando a qualcosa.
    Cos, a naso, penso che non ci sia alcun nesso tra la morte di Hocine
    Draoui  e  quella di Guitou.  Non sono stati uccisi nello stesso modo.
    Credo che Guitou si sia trovato l nel momento sbagliato,  ecco tutto.
    Che  ucciderlo si sia reso indispensabile,  ma che sia stato un errore
    da parte loro.
    Non credi al furto finito male.
    Ci sono sempre delle eccezioni. Posso ripetere l'esame, capo?.
    Sorrise.
    Anch'io la penso cos.
    Due rasta attraversarono la terrazza,  portandosi dietro un  odore  di
    fumo.  Uno dei due, ultimamente, aveva recitato in un film, ma non ci
    si era montato la testa come si dice qui.  Entrarono  nel  bar  e  si
    sedettero al banco.  L'odore di fumo mi solletic il naso.  Erano anni
    che avevo smesso di farmi gli spinelli. Ma l'odore mi mancava. A volte
    lo cercavo fumando le Camel.
    Cosa sai di Hocine Draoui?.
    Tutto quello che lascia pensare che i barbuti siano  andati  l  solo
    per  farlo  fuori.  Prima  di  tutto,  era  amico  intimo  di Azzedine
    Medjoubi, il drammaturgo assassinato di recente.  Poi,   stato membro
    per alcuni anni del P.a.g.s.,  il Partito dell'avanguardia socialista.
    Attualmente  era  soprattutto  un  militante  attivo  del   Fais,   la
    federazione degli artisti, intellettuali e scienziati algerini. Il suo
    nome  citato nel gruppo di preparazione di un convegno del Fais,  che
    si terr a Tolosa tra un mese.
    Un tipo veramente in gamba, questo Draoui.  E' venuto una prima volta
    in Francia, nel 1990. C' rimasto un anno, facendo spesso su e gi. E'
    tornato  alla  fine  del  1994,  dopo  essere  stato  pugnalato  in un
    commissariato di Algeri.  Da qualche tempo il suo nome era nella lista
    delle persone da sopprimere. La sua casa  sorvegliata ventiquattr'ore
    su  ventiquattro dall'esercito.  In Francia ha vissuto un po' a Lille,
    poi a Parigi con dei visti turistici.  In seguito  stato aiutato  dai
    comitati di sostegno agli intellettuali algerini a Marsiglia.
    Ed  qui che ha conosciuto Adrien Fabre.
    Si erano gi incontrati nel 1990, durante un simposio su Marsiglia.
    E' vero. Lo diceva il giornale.
    Avevano simpatizzato. Anche perch, da anni, Fabre milita nei Diritti
    dell'Uomo. Sicuramente ha contribuito.
    Non sapevo che fosse un militante.
    Solo  nei  Diritti  dell'Uomo.  Pare  che  non  abbia  altri  impegni
    politici.  Non ne ha mai avuti.  Solo nel 1968.  Aveva partecipato  al
    movimento  del  22  marzo.  Qualche lancio di sassi contro gli sbirri.
    Come ogni buon studente di quegli anni.
    Lo guardai. Loubet aveva una laurea in legge.  Aveva sognato di essere
    avvocato.  Era diventato poliziotto. Ho preso l'indirizzo che rendeva
    di pi nel campo amministrativo.  aveva detto un giorno,  scherzando.
    Ma, ovviamente, non gli avevo creduto.
    Sei stato sulle barricate?.
    Sono sempre andato a letto con molte ragazze disse,  sorridendo.  E
    tu?.
    Non sono mai stato studente.
    Dove eri nel '68?.
    A Gibuti.  Nelle truppe coloniali...  Comunque,  non facevano per noi
    quelle cose.
    Vuoi dire tu, Ugo e Manu?.
    Voglio  dire  che  non esiste una vera rivoluzione che,  per esempio,
    puoi prendere  a  modello.  Non  sapevamo  molto,  ma  questo  s,  lo
    sapevamo. Sotto ai sassi non c'era la spiaggia, come si diceva allora.
    Ma  il  potere.  I  pi puri finiscono sempre al governo e ci prendono
    gusto. Il potere corrompe solo gli idealisti.  Noi eravamo dei piccoli
    delinquenti.  Ci piacevano il denaro facile, le ragazze e le macchine.
    Ascoltavamo Coltrane.  Leggevamo poesie.  E attraversavamo il porto  a
    nuoto.  Il piacere e l'apparenza. Non chiedevamo di pi alla vita. Non
    facevamo male a nessuno e stavamo bene.
    E sei diventato poliziotto.
    Nella vita non mi sono concesso molte scelte.  Ci ho creduto.  E  non
    rimpiango nulla. Ma lo sai bene... Non faceva per me.
    Restammo  in  silenzio fino a quando Ange non ci port i caff.  I due
    rasta si erano seduti a un tavolino sulla terrazza e  guardavano  Jos
    che  finiva di lavare la macchina.  Come se fosse un marziano,  ma con
    una punta di ammirazione. Il cantoniere guard l'ora:
    Ehi!  Jos!  Ho finito di  lavorare  disse  vuotando  il  bicchiere.
    Senti, devo chiudere l'acqua!.
    Si sta bene qui riprese Loubet, allungando le gambe.
    Accese  un  "cigarillo"  e  aspir  il  fumo con piacere.  Mi piaceva,
    Loubet. Non era una persona facile,  ma non faceva mai brutti scherzi.
    E  poi  adorava  mangiare,  e  per  me era essenziale.  Non do nessuna
    fiducia a chi mangia poco e qualsiasi cosa.  Morivo  dalla  voglia  di
    interrogarlo su Cc.  Di saperne di pi. Non lo feci. Fare una domanda
    a Loubet era come un boomerang, ti ritornava sempre contro.
    Non avevi finito su Fabre.
    Mah...  Famiglia borghese.  Ha cominciato con poco.  Oggi  uno degli
    architetti  pi  noti  di  Marsiglia,  e  anche  di  tutta  la  Costa.
    Soprattutto nel Var.  Ha un  grosso  studio.  E'  specializzato  nelle
    grandi  imprese.  Nel privato come nel pubblico.  Molti tra quelli che
    sono stati eletti, fanno capo a lui.
    Ci che mi disse in seguito su Cc non mi aiut  granch.  Cosa  avrei
    voluto  sapere  di  pi?  Dettagli,  essenzialmente.  Solo per farmene
    un'idea pi precisa.  Un ritratto freddo.  Senza emozioni.  Non  avevo
    smesso un attimo di pensare a lei,  durante il pranzo.  Non mi piaceva
    sentirmi sotto l'influenza di qualcuno.
    Una bella donna precis Loubet.
    Poi mi guard con un sorriso tutt'altro che  innocente.  Sapeva  forse
    che l'avevo gi incontrata?
    Ah, s risposi evasivamente.
    Sorrise ancora,  guard l'orologio,  si chin verso di me spegnendo il
    "cigarillo".
    Ti devo chiedere un favore, Montale.
    Dimmi.
    L'identit di Guitou ce la teniamo per noi. Per qualche giorno.
    Non mi sorprese. Guitou, in quanto errore degli assassini,  rimaneva
    una  delle  chiavi dell'inchiesta.  Appena sarebbe stato ufficialmente
    identificato,  qualcosa  si  sarebbe  mosso  tra  quegli  stronzi  che
    l'avevano ucciso. Per forza.
    E cosa racconto a mia cugina?.
    E' la tua famiglia. Saprai cosa fare.
    Facile a dirsi.
    In  realt,  mi  andava bene cos.  Fin dal risveglio avevo cercato di
    scacciare dalla testa il momento in cui avrei dovuto affrontare Glou.
    Come avrebbe reagito, lo potevo immaginare. Non molto bello da vedere.
    E difficile da vivere. In seguito sarebbe dovuta venire a identificare
    il corpo. Le solite formalit.  Il funerale.  Sapevo gi che,  allora,
    sarebbe  precipitata  in  un altro mondo.  Quello del dolore.  Dove si
    invecchia, definitivamente. Glou, mia bella cugina.
    Loubet si alz,  posandomi la mano sulla spalla.  La sua  stretta  era
    ferma.
    Un'ultima cosa,  Montale.  Per quanto riguarda Guitou,  non farne una
    questione personale.  So cosa provi.  E ti  conosco  abbastanza  bene.
    Allora, non dimenticarlo,  la mia inchiesta. Sono poliziotto e tu no.
    Se vieni a sapere qualcosa chiamami. Il conto  mio. Ciao.
    Lo seguii con gli occhi mentre risaliva rue du Petit-Puits.  Camminava
    con passo sicuro,  la testa alta e le spalle larghe.  Era come  questa
    citt.
    Accesi  una  sigaretta  e  chiusi gli occhi.  Sentii immediatamente la
    dolcezza del sole sul viso.  Era bello.  Credevo solo a questi momenti
    di  felicit.  Alle  briciole  dell'abbondanza.  Avremo  solo  ci che
    riusciremo a mietere,  qui e l.  Questo mondo non aveva pi sogni.  E
    neppure  speranza.  E  si potevano uccidere ragazzini di sedici anni a
    torto e senza motivo. Nelle "cits", all'uscita di una discoteca.  O a
    casa  di qualcuno.  Ragazzini che non sapranno mai niente della fugace
    bellezza del mondo. E delle donne.
    No,  per  quanto  riguardava  Guitou,  non  ne  facevo  una  questione
    personale. Era pi di questo. Come un colpo apoplettico. Una voglia di
    piangere.  Quando  sei  sull'orlo  delle  lacrime mi aveva detto mia
    madre,  se sai fermarti in tempo,  saranno gli altri a piangere.  Mi
    accarezzava la testa.  Dovevo avere undici o dodici anni. Era a letto,
    incapace di muoversi.  Sapeva che  sarebbe  morta  presto.  Anche  io,
    credo.  Ma  non  avevo  capito  il senso di quelle parole.  Ero troppo
    giovane. La morte, la sofferenza,  il dolore,  non erano reali.  Avevo
    trascorso  una  parte  della  vita a piangere,  l'altra a rifiutare di
    farlo.  E  mi  ero  fatto  fregare  alla  grande.  Dal  dolore,  dalla
    sofferenza. Dalla morte.
    "Chourmo" dalla nascita,  avevo imparato l'amicizia,  la fedelt nelle
    strade del Panier,  sulle banchine della Joliette.  E l'orgoglio della
    parola data sulla Digue du Large,  guardando un cargo partire.  Valori
    primari. Cose che non si spiegano. Quando qualcuno era nella merda, si
    poteva essere solo della stessa famiglia. Era semplice. C'erano troppe
    madri che si preoccupavano e soffrivano in  questa  storia.  E  troppi
    ragazzini anche, tristi, allo sbando, gi persi. E Guitou morto.
    Loubet avrebbe capito.  Non potevo restarne fuori.  D'altronde, non mi
    aveva fatto promettere  niente.  Solo  dato  un  consiglio.  Convinto,
    senz'altro,  che  sarei  andato  oltre.  Con la speranza che andassi a
    ficcare il naso  l  dove  lui  non  poteva  mettere  il  suo.  Volevo
    crederci,  perch  era proprio ci che contavo di fare.  Immischiarmi.
    Solo per  essere  fedele  alla  mia  giovinezza.  Prima  di  diventare
    vecchio,  definitivamente.  Perch  tutti  invecchiamo,  per le nostre
    indifferenze,  le nostre rinunce,  le nostre vigliaccherie.  E per  la
    disperazione di sapere tutto questo.
    Invecchiamo tutti dissi ad Ange, alzandomi.
    Non fece nessun commento.












    Capitolo decimo.
    Nel quale  difficile credere alle coincidenze.

    Avevo due ore davanti, prima dell'appuntamento con Mourad. Sapevo cosa
    fare.  Cercare  di  vedere  Pavie.  Il  biglietto  lasciato a Serge mi
    preoccupava. Evidentemente era ancora nella merda. Il rischio,  adesso
    che  Serge  era  morto,  era  che  si aggrappasse a me.  Ma non potevo
    abbandonarla. Ci avevo creduto in Pavie e Arno.
    Decisi  di  tentare  al  suo  ultimo  indirizzo.  Rue  des  Mauvestis,
    dall'altro lato del Panier. Forse, pensai, avrebbe potuto chiarirmi le
    idee  sulle  attivit di Serge.  Se era riuscita a raggiungerlo voleva
    dire che si vedevano ancora.
    Il Panier somigliava a un gigantesco cantiere. La ristrutturazione era
    al suo apice.  Chiunque poteva comprarsi una casa per un tozzo di pane
    e,  tra l'altro, risistemarla completamente grazie ai crediti speciali
    del Comune.  Si abbattevano case,  addirittura pezzi interi di strade,
    per  costruire  graziose piazzette e dare luce a quel quartiere che ha
    sempre  vissuto  nell'ombra  dei  suoi  vicoli.  Il  giallo  e  l'ocra
    cominciavano  a  dominare.  Marsiglia italiana.  Gli stessi odori,  le
    stesse risate,  gli stessi scoppi di  voci  delle  strade  di  Napoli,
    Palermo  o  Roma.  Anche  lo  stesso fatalismo rispetto alla vita.  Il
    Panier sarebbe rimasto il  Panier.  Non  si  poteva  cambiare  la  sua
    storia.  Cos  come  quella  della citt.  Qui,  in ogni epoca,  erano
    sbarcate  persone  senza  un  soldo  in  tasca.   Era   il   quartiere
    dell'esilio.  Degli immigrati,  dei perseguitati, dei senzatetto e dei
    marinai. Un quartiere di poveri.  Come il Grands-Carmes,  dietro place
    d'Aix. O il cours Belsunce, e i vicoli che salgono lentamente verso la
    stazione Saint-Charles.
    La  ristrutturazione  voleva  cancellare  il  cattivo  nome  di queste
    strade.  Ma i marsigliesi non venivano a passeggiare da queste  parti.
    Neppure quelli che c'erano nati.  Appena si erano fatti quattro soldi,
    erano passati dall'altra  parte  del  Vieux-Port.  Verso  Endoume  e
    Vauban.  Verso Castellane,  Baille,  Lodi.  O anche pi lontano, verso
    Saint-Tronc,  Sainte-Marguerite,  Le Cabot,  La Valbarelle.  E se ogni
    tanto, ancora, si avventuravano a riattraversare la Canabire, era per
    andare al centro commerciale della Bourse.  Non andavano oltre. Oltre,
    non era pi la loro citt.
    Io ero cresciuto in quei vicoli,  dove Glou era  la  pi  bella  del
    quartiere.  Con Manu e Ugo.  E Lole,  che seppure pi giovane di noi,
    divent presto la principessa dei nostri sogni.  Il mio cuore rimaneva
    da  quel  lato  di  Marsiglia.  In  quel  calderone dove bolle il pi
    sorprendente concentrato di esistenza,  come diceva Gabriel  Audisio,
    l'amico di Brauquier.  E mai niente sarebbe cambiato. Ero un esiliato.
    I tre quarti degli abitanti della citt potevano dire la stessa  cosa.
    Ma non lo facevano.  Non abbastanza per i miei gusti.  Eppure,  essere
    marsigliese significava questo. Sapere che non si  nati qui per caso.
    Se hai cuore mi spieg  un  giorno  mio  padre,  non  puoi  perdere
    niente, dovunque vai. Puoi solo trovare. Lui aveva trovato Marsiglia,
    come un colpo di fortuna.  E passeggiavamo sul porto, felici. In mezzo
    ad altri uomini che parlavano di Yokohama,  di Shanghai  o  di  Digo-
    Suarez.  Mia  madre  lo  prendeva  a  braccetto e lui mi dava la mano.
    Portavo ancora i  pantaloni  corti,  e  sulla  testa  un  berretto  da
    pescatore.  Era l'inizio degli anni Sessanta.  Gli anni felici. Tutti,
    la sera,  si ritrovavano l,  a ciondolare lungo le banchine.  Con  un
    gelato  al  pistacchio.  O  un  sacchetto  di mandorle o di noccioline
    salate.  O  ancora,  meraviglia  delle  meraviglie,  un  pacchetto  di
    giuggiole.
    Anche  dopo,  quando la vita divent pi dura e dovette vendere la sua
    splendida Dauphine, continu a pensare la stessa cosa. Quante volte ho
    dubitato di lui?  Della sua morale di  immigrato.  Striminzita,  senza
    ambizioni,  credevo.  Pi tardi, avevo letto "I Fratelli Karamazov" di
    Dostoevskij.  Verso la fine del romanzo,  Alesa  diceva  a  Krasotkin:
    Sai,  Kolja,  in futuro sarai sicuramente molto infelice. Ma benedici
    la vita nel suo insieme.  Parole che risuonavano nel  mio  cuore,  la
    voce di mio padre. Ma era troppo tardi per dirgli grazie.

    Afferravo  con  le  dita la rete metallica che circondava il cantiere,
    davanti alla Vieille-Charit.  Un grosso buco  al  posto  di  rue  des
    Pistoles  e  di  rue  Rodillat.  Era  stato  progettato  un parcheggio
    sotterraneo, ma come sempre, appena si scava intorno al Vieux-Port, il
    costruttore aveva trovato i resti dell'antica Focea.  Nel cuore  della
    citt  fortificata.  I  greci  avevano  costruito  tre  templi su ogni
    collina.  Quella di Moulins,  di Carmes e  di  Saint-Laurent.  Con  un
    teatro proprio vicino all'ultimo tempio,  e un'agor,  l dove ora c'
    place de Lanche.
    Perlomeno era quanto affermava Hocine Draoui,  nell'estratto  del  suo
    intervento al simposio su Marsiglia. Il "Provenal" lo aveva riportato
    vicino  all'intervista ad Adrien Fabre.  Draoui,  per sostenere questa
    tesi,  si era rifatto ad alcuni  scritti  antichi,  in  particolare  a
    Strabone,  un  geografo  greco.  La  maggior  parte  dei resti di quei
    monumenti non sono mai stati ritrovati.  Ma,  commentava il  giornale,
    l'inizio  degli  scavi  a  place  Jules  Verne,  vicino al Vieux-Port,
    sembrava confermare le sue tesi.  Da l fino alla Vieille-Charit  era
    un   sorprendente   viaggio  attraverso  un  millennio.   Sottolineava
    l'eccezionale influenza  di  Massilia  e,  soprattutto,  rimetteva  in
    discussione l'idea del suo declino dopo la conquista di Cesare.
    La  realizzazione  del  parcheggio  era  stata immediatamente sospesa.
    Ovviamente,  la societ responsabile dei  lavori  aveva  digrignato  i
    denti.  Era gi successo nel centro della citt.  Al Centre Bourse, il
    negoziato era stato lungo e difficile.  Le mura di  Massilia  venivano
    alla  luce  per  la  prima  volta.  L'immondo bunker di cemento si era
    comunque imposto,  in cambio della salvaguardia di un Giardino  delle
    vestigia.  Niente  e  nessuno  pot  impedire  la  realizzazione  del
    parcheggio a place du Gnral de Gaulle,  a due passi dal  Vieux-Port.
    Qui,  davanti alla Vieille-Charit,  doveva essere iniziato il braccio
    di ferro.
    Quattro giovani archeologi,  tre ragazzi e una ragazza,  si davano  da
    fare  all'interno  dello  scavo.  Senza fretta.  Alcune vecchie pietre
    erano state ripulite dalla terra giallastra,  come le mura della citt
    delle  nostre  origini.  Non  usavano  pi  n  zappa  n piccone.  Si
    limitavano a fare progetti,  a posizionare ogni pietra.  Ero pronto  a
    scommettere la mia bella camicia a pois che,  anche qui, avrebbe vinto
    il cemento.  Come altrove,  una volta terminati i  rilievi,  avrebbero
    datato  il  loro  passaggio  con  una  bottiglia  di  Coca Cola o di
    Kronenbourg.  Tutto  sarebbe  andato  perso,  tranne  la  memoria.   I
    marsigliesi  si  sarebbero accontentati.  Sanno tutti cosa c' sotto i
    loro piedi,  e la storia della citt se la portano nel  cuore.  E'  il
    loro segreto e nessun turista glielo potr rubare.
    Anche  Lole aveva abitato l,  fino a quando non era venuta ad abitare
    da me.  Sul lato di rue des Pistoles che non era  stato  demolito.  La
    facciata  della  casa  era  fatiscente,  ricoperta di graffiti fino al
    primo piano. Il palazzo sembrava abbandonato.  Tutte le persiane erano
    chiuse.  Fu  alzando  gli  occhi  verso  le  sue  finestre che vidi il
    cartello del cantiere del  parcheggio.  Un  nome  soprattutto.  Quello
    dell'architetto Adrien Fabre.
    Una coincidenza, pensai.
    Ma  non  credevo  alle coincidenze.  N al caso.  A niente del genere.
    Quando qualcosa accade, c' sempre una ragione, un senso.  Di che cosa
    potevano   discutere   l'architetto  del  parcheggio  e  l'amante  del
    patrimonio marsigliese?,  mi  chiesi  risalendo  rue  du  Petit-Puits.
    Andavano veramente cos d'accordo come sosteneva Fabre?
    Il  rubinetto  delle  domande  era aperto.  L'ultima era ineluttabile:
    poteva essere stato Fabre a uccidere prima Hocine Draoui e poi  Guitou
    proprio  perch  avrebbe  potuto  identificarlo?   Era  possibile.   E
    confermava la mia sensazione  che  Fabre  ignorasse  la  presenza  del
    ragazzino  in  casa  sua.  Ma  pur senza conoscerlo,  mi era difficile
    immaginare che  potesse  aver  ucciso  Hocine,  poi  Guitou.  No,  era
    impossibile.  Gi  non  doveva  essere  facile  premere  una  volta il
    grilletto, ma farlo di nuovo, e poi contro un ragazzino, era veramente
    un'altra cosa. Una cosa da assassini. Da veri assassini.
    Comunque,  per mettere la casa a soqquadro dovevano  essere  stati  in
    parecchi. Era evidente. Forse Fabre aveva solo aperto la porta. Meglio
    cos.  Ma  aveva  un  alibi  di  ferro,  che  Cc  e Mathias avrebbero
    confermato.  Erano insieme a Sanary.  E' vero che di  notte,  con  una
    buona  macchina,  il tragitto si faceva in meno di due ore.  Ma perch
    Fabre avrebbe dovuto farlo?  Questa era  una  buona  domanda.  Ma  non
    potevo fargliela,  cos,  direttamente. N nessun'altra del resto. Per
    ora.

    Sulla cassetta della posta c'era ancora il nome di Pavie.  Il  palazzo
    era  vetusto  come  quello  dove  aveva  vissuto  Lole.  Le mura erano
    fatiscenti e c'era puzza di piscio di gatto.  Al  primo  piano  bussai
    alla porta. Nessuna risposta. Bussai ancora, chiamando:
    Pavie!.
    Girai  la  maniglia.  La porta si apr.  Aleggiava un odore di incenso
    indiano. Nessuna luce filtrava da fuori. Buio totale.
    Pavie ripetei pi piano.
    Trovai l'interruttore ma nessuna lampada  si  accese.  Feci  luce  con
    l'accendino.  Vidi una candela sul tavolo,  l'accesi,  sollevandola di
    fronte a me. Mi tranquillizzai.  Pavie non c'era.  Per un attimo avevo
    pensato  al  peggio.  Una  decina  di  candele erano sparse nell'unica
    stanza dove viveva. Il letto, un materasso a terra,  era rifatto.  Non
    c'erano piatti sporchi n sul lavandino n sul tavolinetto vicino alla
    finestra.  Era, anzi, molto pulito. Questo mi rassicur completamente.
    Forse Pavie stava male, ma reggeva il colpo. Per una drogata, l'ordine
    e la pulizia erano un buon segno.
    Erano solo parole, lo sapevo.  Illusioni.  Quando hai avuto la scimmia
    sulle spalle per molto tempo, i momenti di depressione sono frequenti.
    Peggio di prima,  o quasi. Pavie aveva smesso una prima volta quando
    aveva conosciuto Arno.  Aveva voluto Arno a tutti  i  costi.  Gli  era
    stata  dietro.  Per mesi.  Ovunque lui andasse,  lei era l.  Anche al
    Balto,  Arno non riusciva pi a bersi una birra  in  pace.  Una  sera,
    erano in gruppo,  a tavola. C'era anche Pavie, appiccicata a lui. Arno
    aveva finito il bicchiere e le aveva detto:
    Io, anche col preservativo, non mi scopo una ragazza che si fa.
    Aiutami.
    Aveva risposto solo questo. C'erano solo loro due al mondo.  Gli altri
    non contavano pi.
    Lo vuoi veramente? chiese Arno.
    Voglio te. Solo questo voglio.
    O.k..
    La  prese  per  mano  e  uscirono  dal bar.  La port da lui dietro lo
    sfasciacarrozze di Saadna, e la rinchiuse l.  Un mese.  Due mesi.  Si
    occup solo di lei,  trascurando tutto il resto. Anche le moto. Non la
    lasciava un attimo.  Ogni giorno la portava nelle calanche della  Cte
    Bleue.  Carry,  Carro,  Ensues, La Redonne. L'obbligava a camminare da
    una cala all'altra, a nuotare.  Amava la sua Pavie.  E lei non era mai
    stata amata cos.
    Dopo,  ci era caduta di nuovo.  Dopo la morte di Arno.  Perch, in fin
    dei conti, la vita era solo una schifezza.
    Serge e io avevamo ritrovato Pavie al Balto.  Davanti a un  caff.  Da
    quindici  giorni  non  riuscivamo  a  beccarla.  Un ragazzino ci aveva
    informati: Va a scopare nelle cave con chiunque. Per trenta franchi.
    Il prezzo di un cattivo buco.
    Quel giorno, al Balto, si pu dire che ci stesse aspettando.  Come una
    speranza.  L'ultima.  Ultimo salto, prima del tuffo. In due settimane,
    era invecchiata di vent'anni. Guardava la televisione,  accasciata sul
    tavolo.  Le  guance scavate,  lo sguardo vuoto.  I capelli appiccicati
    alla testa. I vestiti lerci.
    Che ci fai qui? le chiesi, stupidamente.
    Lo vedi, guardo la televisione. Aspetto il telegiornale.  Pare che il
    papa sia morto.
    Ti abbiamo cercata dappertutto disse Serge.
    Ah,  s? Posso prendere lo zucchero? chiese, quando Rico, il padrone
    del bar,  port il caff a Serge.  Non siete  delle  vere  e  proprie
    saette.  Soprattutto tu,  sbirro. Potremmo sparire tutti e non sareste
    capaci di ritrovarci. Perch dobbiamo cercarvi, mi chiederai? Eh?.
    Smettila! dissi.
    Quando mi avrai pagato un panino.  Vedi,   da ieri che non mando gi
    niente.  Io non sono come voi.  Non c' nessuno che mi nutre. A voi, 
    lo stato che vi fa mangiare.  Se non ci fossimo noi  a  fare  cazzate,
    sareste a pezzi.
    Il panino arriv e Pavie si azzitt. Serge inizi.
    Ti proponiamo due soluzioni,  Pavie. O entri di tua spontanea volont
    all'Edouard Toulouse,  negli Alti Pirenei,  o Fabio e io  ti  facciamo
    ricoverare.  Per problemi di salute.  Sai come funziona.  Troveremo un
    buon motivo.
    Erano gi diversi giorni che se ne discuteva.  Non ne ero  entusiasta.
    Ma  non  avevo  trovato  niente  di meglio da contrapporre all'idea di
    Serge.  Per decenni l'ospedale psichiatrico    servito  da  casa  di
    riposo per gli anziani indigenti. D'accordo? Beh, oggi  l'unico posto
    ad  accogliere tutti i vagabondi di vent'anni.  Alcolizzati,  tossici,
    malati di Aids... E' l'unico asilo sicuro. Mi segui?.
    Seguivo,  certo.  E capivo ancor meglio i  nostri  limiti.  Lui  e  io
    insieme non eravamo Arno. Non avevamo abbastanza amore. N altrettanta
    disponibilit.  Esistevano  migliaia di Pavie,  e noi eravamo solo dei
    funzionari del male minore.
    Avevo detto amen al prete.
    Ho rivisto Lily riprese Pavie,  con  la  bocca  piena.  Aspetta  un
    bambino. Si sposer. E' un sacco felice. I suoi occhi, per un attimo,
    brillarono,  come una volta. Come se fosse stata lei, la futura mamma.
    Il suo uomo  fichissimo.  Ha  una  G.T.I.  E'  bello.  Ha  i  baffi.
    Somiglia a....
    Scoppi a piangere.
    Di,  su  disse  Serge  passandole  il  braccio intorno alle spalle.
    Siamo qui.
    Sono d'accordo,  far come dite voi mormor.  Senn,  lo so che  ci
    lascio le penne. E ad Arno non piacerebbe. Non  vero?.
    No, non gli piacerebbe avevo detto.
    S, erano solo parole. Ancora, sempre.
    Da  allora  non  aveva  smesso di andare e tornare dagli Alti Pirenei.
    Appena si faceva vedere al  Balto  con  una  brutta  faccia,  Rico  ci
    chiamava, e andavamo l. Avevamo fatto questo accordo con lui. E Pavie
    aveva capito.  L'ancora di salvezza. Non era una soluzione, lo sapevo.
    Ma non avevamo  soluzioni.  Solo  questa.  Ricorrere  all'istituzione.
    Sempre.
    L'ultima  volta  che  avevo  visto Pavie era un po' pi di un anno fa.
    Lavorava al reparto di frutta  e  verdura  di  un  supermercato,  alla
    Valentine,  nella periferia est.  Sembrava stesse meglio. In forma. Le
    avevo proposto di andare a bere qualcosa insieme, la sera dopo.  Aveva
    immediatamente accettato,  entusiasta.  L'avevo aspettata tre ore. Non
    era venuta all'appuntamento. Se non ha voglia di vedere la tua faccia,
    mi ero  detto,  vuol  dire  che  sta  bene.  Ma  non  ero  tornato  al
    supermercato per accertarmene. Lole aveva occupato i miei giorni, e le
    mie notti.
    Con  una candela in mano,  stavo frugando in tutti gli angoli nascosti
    della stanza. Sentii una presenza dietro di me. Mi voltai.
    Che ci fai qui?.
    Un nero, alto, stava nel vano della porta.  Genere buttafuori.  Appena
    ventenne.  Ebbi  voglia  di  rispondere che avevo visto la luce ed ero
    entrato. Ma non ero sicuro che gli piacesse scherzare.
    Cercavo Pavie.
    E chi sei?.
    Un amico. Fabio.
    Mai sentito parlare di te.
    Sono anche amico di Serge.
    Si rilass. Forse avevo una speranza di uscire di l sulle mie gambe.
    Lo sbirro.
    Speravo di trovarla dissi,  senza raccogliere.  Per molti  sar  lo
    sbirro fino alla fine dei miei giorni.
    Mi ripeti il tuo nome?.
    Fabio. Fabio Montale.
    Montale,  ecco.  Ti  chiama solo cos.  Lo sbirro o Montale.  Io sono
    Randy. Sono il vicino. Del piano di sopra.
    Mi tese la mano. Misi la mia in una morsa. Cinque dita nella macina.
    Spiegai in due parole che dovevo parlare a Pavie.  Riguardo  a  Serge.
    Aveva qualche grana, precisai, ma senza soffermarmi sui dettagli.
    Non lo so dov'.  Stanotte non  tornata.  La sera,  viene su da noi.
    Abito con i miei genitori,  i miei due  fratelli  e  la  mia  ragazza.
    Abbiamo tutto il piano per noi. Ci siamo solo noi nel palazzo. Pavie e
    la signora Guttierez a pianterreno.  Ma lei non esce pi.  Ha paura di
    essere cacciata via.  Dice di voler morire qui.  Siamo noi a farle  le
    commissioni.  Anche  quando  non  rimane  a  mangiare,  Pavie  passa a
    salutarci. A dirci che  in casa, ecco.
    E le succede spesso di non tornare?.
    Non pi, da un sacco di tempo.
    Come sta?.
    Randy mi guard. Cercava di capire che tipo fossi.
    Mah, si sforza. L'aiutiamo come possiamo. Ma... c' ricascata qualche
    giorno fa, se  questo che vuoi sapere.  Ha smesso di lavorare e tutto
    il resto.  Rose, la mia ragazza, ha dormito con lei l'altra notte, poi
    ha fatto un po' di pulizie. Non era un granch pulito.
    Capisco.
    E allora, rimisi insieme i pezzi. Come investigatore non valevo ancora
    un cazzo. Andavo avanti per intuizione, ma senza mai darmi il tempo di
    riflettere. Nella fretta,  avevo saltato dei passaggi.  La cronologia,
    gli orari. Questo tipo di cose. L'a.b.c. degli sbirri.
    Hai il telefono?.
    No.  Ce n' uno in fondo alla strada.  Una cabina,  voglio dire.  Che
    funziona senza monete.  Alzi la cornetta e  funziona.  Anche  per  gli
    States!.
    Grazie, Randy. Ripasser.
    E se Pavie torna?.
    Dille di non muoversi. Anzi, di rimanere a casa vostra.
    Ma  se non mi sbagliavo,  questo era l'ultimo posto dove Pavie sarebbe
    venuta. Anche strafatta.  La vicinanza della morte allunga la speranza
    di vita.











    Capitolo undicesimo.
    Nel quale non c' poi niente di veramente bello da vedere.

    Mourad ruppe il silenzio.
    Spero che mia sorella ci sia.
    Un'unica frase. Laconica.
    Avevo appena lasciato rue de Lyon, per tagliare attraverso i quartieri
    nord e raggiungere Saint-Henri,  dove abitava suo nonno. Saint-Henri 
    proprio prima dell'Estaque.  Vent'anni fa era ancora  un  piccolissimo
    villaggio. Da dove si dominava l'avamporto nord e il bacino Mirabeau.
    Borbottai un anch'io, leggermente nervoso. Avevo una gran confusione
    in  testa.  Una vera insalata russa!  Da quando era salito in macchina
    Mourad non aveva aperto bocca.  Gli  avevo  fatto  delle  domande.  Su
    Nama,  su  Guitou.  Si  era limitato a rispondere s e no.  E dei
    vaghi non so.  All'inizio avevo creduto che mi tenesse il  muso.  Ma
    no, era preoccupato. Lo capivo. Lo ero anch'io.
    S,  anch'io ripetei con maggiore dolcezza questa volta,  spero che
    ci sia. Mi lanci uno sguardo di traverso. Solo per dire: o.k., siamo
    sulla stessa lunghezza d'onda. Lo speriamo, ma non ne siamo sicuri,  e
    ci mette strizza non sapere. Era veramente carino quel ragazzetto.
    Misi su una cassetta di Lili Boniche.  Un cantante algerino degli anni
    '30. Un mescolatore di generi. Le sue rumbe, i suoi paso doble, i suoi
    tanghi avevano fatto ballare tutto il Maghreb.  Avevo scovato una gran
    quantit di suoi dischi al mercato delle pulci di Saint-Lazare. A Lole
    e  a me piaceva andarci la domenica,  verso le undici.  Poi andavamo a
    prendere l'aperitivo, in un bar dell'Estaque,  e si finiva da Larrieu,
    davanti a un vassoio di frutti di mare.
    Quella  domenica  aveva  trovato  una bella gonna lunga,  rossa a pois
    bianchi.  Una gonna da zingara.  La sera avevo  avuto  diritto  a  uno
    spettacolo di flamenco.  I Los Chunghitos. "Apasionadamente". Un album
    torrido. Proprio come la fine della notte.
    Lili Boniche ci aveva accompagnato fino a che non eravamo stati  vinti
    dal sonno.  Sul terzo disco scoprimmo "Ana Fil Houb". Una versione, in
    arabo,  di "La mia storia  la storta di  un  amore"!  Un  motivo  che
    fischiettavo sempre.  Questo e "Besame mucho". Brani che mia madre non
    smetteva di canticchiare.  Ne avevo diverse versioni.  Questa qui  era
    bella quanto quella della messicana Tish Hinojosa e cento volte meglio
    di quella di Gloria Lasso. Era il massimo. La vera felicit.
    Sempre  fischiettando,  mi  rimisi  a  pensare  a  ci  che  mi  aveva
    raccontato Rico,  il proprietario del Balto.  Nel sentirmi  dire  cos
    apertamente  certe  cose  mi sarei preso a schiaffi.  Quella settimana
    Pavie era andata ogni  pomeriggio  al  Balto.  Prendeva  una  birra  e
    mangiucchiava le briciole di un panino al prosciutto.  Aveva la faccia
    dei brutti giorni, come diceva Rico.  Allora aveva telefonato a Serge.
    Da  Saadna.  Ma  Serge  non era venuto,  e neppure il giorno dopo,  n
    quello dopo ancora.
    Perch non mi hai chiamato? avevo chiesto.
    Non so pi dove beccarti, Fabio. Non sei neppure sull'elenco.
    Mi ero fatto togliere dalla lista degli abbonati. Col Minitel,  rischi
    di  trovarti  in  casa  cinquanta  milioni di rompicoglioni.  Amavo la
    tranquillit e gli amici che mi restavano conoscevano il mio numero di
    telefono. Non avevo pensato alle situazioni di emergenza.
    Serge era andato al Balto. Dopo la lettera di Pavie. Sicuramente.
    A che ora?.
    Verso le due e mezza. Aveva l'aria preoccupata. Non parlava.  Non era
    in forma,  ecco tutto.  Hanno preso un caff.  Saranno rimasti, non lo
    so, un quarto d'ora,  venti minuti.  Parlavano a bassa voce,  ma Serge
    sembrava  incazzarsi  con Pavie.  Lei teneva la testa bassa,  come una
    bambina. Poi ho visto Serge sospirare. Sembrava esausto.  Si  alzato,
    ha preso Pavie per mano e sono usciti.
    E  questo  era  il punto dolente: non avevo assolutamente pensato alla
    macchina di Serge.  Come sarebbe arrivato  alla  Bigotte,  altrimenti?
    Dovevi  essere  un  immigrato  per andarci in autobus.  Anzi,  in quel
    momento non ricordavo neppure se un autobus ci saliva fino a  lass  o
    se bisognava farsi la strada a piedi!
    Aveva sempre la vecchia Ford Fiesta?.
    S.
    Non  mi  ricordavo  di  averla  vista al parcheggio.  Ma non ricordavo
    granch. Solo la mano che impugnava l'arma.  E gli spari.  E Serge che
    cadeva senza dire addio alla vita.
    Senza neppure dire addio a Pavie.
    Lei doveva essere l, in macchina. Non lontano. Non lontano neppure da
    me.  E doveva aver visto tutto, Pavie. Erano usciti insieme dal Balto.
    Direzione  la  Bigotte,   dove  Serge  doveva   incontrare   qualcuno.
    Senz'altro  le  aveva  promesso  di  accompagnarla di nuovo negli Alti
    Pirenei. Dopo. E l'aveva lasciata l, in macchina.
    L'aveva aspettato. Da brava.  Finalmente tranquilla,  perch Serge era
    l con lei.  Come sempre. Per accompagnarla in ospedale. Per aiutarla,
    ancora una volta, a rifare un passo verso la speranza. Un altro passo.
    Forse quello buono. Questa volta ce l'avrebbe fatta.  Doveva crederci,
    Pavie. S, l in macchina, ci credeva con tutte le sue forze. E, dopo,
    la vita sarebbe tornata.  Gli amici.  Il lavoro. L'amore. Un amore che
    l'avrebbe guarita da Arno. E da tutte le schifezze della vita. Un tipo
    con una bella faccia, una bella macchina e un po' di grana,  anche.  E
    le avrebbe dato un meraviglioso bambino.
    Dopo, non c'era pi stato un dopo.
    Serge  era  morto.  E  Pavie  aveva  tagliato  la corda.  A piedi?  In
    macchina? No, non aveva la patente. A meno che... forse s. Dio santo!
    Quella fottuta macchina era sempre lass? E dov'era Pavie, ora?
    La voce di Mourad dette un taglio ai miei pensieri.
    Il suo tono di voce mi sorprese. Triste.
    Mio padre,  prima,  ascoltava anche lui questa musica.  A  mia  madre
    piaceva molto.
    Perch? Non l'ascolta pi?.
    Redouane dice che  peccato.
    Questo cantante? Lili Boniche?.
    No, la musica. La musica va con l'alcol, le sigarette, le donne.
    Ma tu ascolti il rap?.
    Non quando c' Redouane. Lui....

    "O Dio, abbi piet di me
    che possa vedere ci che amo
    e che dimentichi la mia pena..."

    Lili Boniche ora cantava "Algeri, Algeri".
    Mourad tacque di nuovo.
    Feci il giro della chiesa di Saint-Henri.
    A destra disse Mourad. Poi la prima a sinistra. Il nonno abitava a
    impasse  des  Roses.  Qui  c'erano solo case a uno o due piani.  Tutte
    rivolte verso il mare. Spensi il motore.
    Senti,  non hai mica visto una vecchia Ford Fiesta al parcheggio?  E'
    blu. Blu scuro.
    Non credo. Perch?.
    Niente. Vedremo pi tardi.

    Mourad suon una volta, due volte, tre volte. La porta non si apr.
    Forse  uscito dissi.
    Esce solo due volte a settimana. Per andare al mercato.
    Mi guard, preoccupato.
    Conosci i vicini?.
    Alz le spalle.
    Lui credo di s. Io....
    Risalii  la  strada  fino  alla  casa  vicina.   Detti  alcune  rapide
    scampanellate. Non fu la porta ad aprirsi,  ma la finestra.  Dietro le
    sbarre  apparve  la  testa  di  una  donna.  Una grossa testa piena di
    bigodini.
    S?.
    Buongiorno signora  dissi  avvicinandomi.  Ero  venuto  dal  signor
    Hamoudi. Sono con suo nipote. Ma non risponde.
    Strano.  A mezzogiorno abbiamo fatto un po' di pulizia in giardino. E
    dopo va sempre a farsi un riposino. Secondo me dev'essere in casa.
    E' malato, forse?.
    No, no, sta che  una meraviglia. Aspetti, le apro.
    Dopo pochi secondi ci fece entrare.  Si era  messa  un  fazzoletto  in
    testa  per  nascondere  i  bigodini.   Era  enorme.  Camminava  piano,
    ansimando come se avesse salito sei piani di corsa.
    Sto attenta prima di aprire.  Con tutta la  droga  e  gli  arabi  che
    girano si rischia di essere aggrediti anche in casa.
    Ha ragione dissi,  senza riuscire a trattenere un sorriso.  Bisogna
    essere prudenti.
    La seguimmo in giardino.  Il suo e quello del nonno erano divisi da un
    muretto, alto appena un metro.
    Ehi! Signor Hamoudi grid. Signor Hamoudi, c' qualcuno per lei!.
    Posso passare dall'altra parte?.
    Beh,  faccia  pure.  Santa  Madre!  Speriamo che non gli sia successo
    niente.
    Aspettami qui dissi a Mourad.
    Scavalcai il muretto.  Il giardino era identico a quello della vicina,
    tenuto  altrettanto  bene.  Arrivato ai gradini,  Mourad mi raggiunse.
    Entr per primo in salotto.
    Il nonno Hamoudi era per terra.  Con la testa  sanguinante.  L'avevano
    colpito brutalmente.  Gli stronzi, andandosene, gli avevano ficcato in
    bocca la sua medaglia militare.  Gliela tolsi e gli sentii  il  polso.
    Respirava  ancora.  Era solo svenuto.  Un miracolo.  Ma gli aggressori
    forse non volevano ucciderlo.
    Vai ad aprire alla signora dissi  a  Mourad.  Si  era  inginocchiato
    vicino al nonno.  E telefona a tua madre.  Dille di venire subito. Di
    prendere un taxi. Non si mosse. Era di gesso. Mourad!.
    Si alz, lentamente.
    Morir?.
    No. Di! Muoviti!.
    La vicina arriv. Era grossa, ma si muoveva rapidamente.
    Santa Vergine! gemette in un enorme sospiro.
    Non ha sentito niente?. Scosse la testa. Neppure un grido?.
    Scosse di nuovo la testa.  Sembrava aver perso la parola.  Era  l  in
    piedi,  a torturarsi le mani.  Ripresi il polso del vecchio, lo tastai
    da ogni parte.  Poi vidi una panchetta in un angolo della  stanza.  Lo
    sollevai.  Non  pesava  pi  di  un  sacco  di foglie secche.  Lo feci
    stendere, mettendogli un cuscino sotto la testa.
    Mi trovi una bacinella,  un asciugamano e dei cubetti di ghiaccio.  E
    veda se pu preparare qualcosa di caldo. Caff o t.
    Quando Mourad torn, stavo pulendo il viso del nonno. Aveva sanguinato
    dal naso. Il labbro superiore era spaccato. Il viso pieno di lividi. A
    parte il naso,  forse,  non aveva nulla di rotto.  Sembrava l'avessero
    colpito solo al viso.
    Mia madre sta arrivando.
    Si sedette accanto al nonno e gli prese la mano.
    Andr tutto bene. Poteva andare peggio.
    C' la cartella di Nama nel corridoio balbett Mourad.
    Poi scoppi in lacrime.
    Che cazzo di vita, pensai.
    Ed  ebbi  un  unico  desiderio,   che  il  nonno  si  riprendesse  per
    raccontarci.   Non  sembrava  un  atto  di  delinquenza,   una  banale
    aggressione. Era un lavoro da professionisti. Il nonno ospitava Nama.
    Nama aveva trascorso la notte di venerd con  Guitou.  E  Guitou  era
    morto. E anche Hocine Draoui.
    Nama  aveva  sicuramente  visto  qualcosa.  Era in pericolo.  Ovunque
    fosse.

    Non c'era da preoccuparsi per il nonno.  Il  medico  che  avevo  fatto
    chiamare  conferm  che  non  aveva niente di rotto.  Neppure il naso.
    Aveva solo bisogno di riposo.  Scrisse la  ricetta  consigliando  alla
    madre  di  Mourad  di sporgere denuncia.  Certo,  rispose,  lo avrebbe
    fatto. E Marinette, la vicina, propose di accompagnarla.  Ma che roba
     questa,  venire a uccidere la gente in casa.  Ma, questa volta, non
    fece alcuna allusione a tutti quegli arabi che ammazzano la gente. Non
    era il caso. Ed era una brava donna.
    Mentre il nonno beveva il t,  io  trangugiai  una  birra  offerta  da
    Marinette.  In  un  attimo.  Solo  perch  le idee fossero a una buona
    temperatura.  Marinette torn a casa.  Bastava chiamarla,  se avessimo
    avuto bisogno.
    Avvicinai una sedia al letto.
    Se la sente di parlare un po'?.
    Annu.  Le  labbra  gli  si  erano  gonfiate.  Sul  viso c'erano segni
    violacei e rossi. L'uomo che l'aveva colpito portava un anello enorme,
    alla mano destra, aveva detto. Lo aveva colpito solo con quella mano.
    Il viso del nonno mi era familiare.  Un viso  emaciato.  Zigomi  alti.
    Labbra  carnose.  Capelli  ricci  e grigiastri.  Mio padre,  cos come
    avrebbe potuto essere oggi. Da giovane, come l'avevo visto sulle foto,
    assomigliava a un tunisino.  Siamo carne della stessa carne  diceva.
    Il Mediterraneo. Allora per forza siamo tutti un po' arabi, rispondeva
    quando lo prendevano in giro su questo argomento.
    Hanno portato via Nama?.
    Scosse la testa.
    Lei  entrata quando mi stavano picchiando.  Tornava da scuola. Erano
    sorpresi di vederla qui.  Ha cacciato un urlo ed   scappata.  Uno  di
    loro le  corso dietro.  L'altro mi ha colpito con violenza,  al naso.
    Ho sentito che stavo svenendo.
    Una macchina,  tra quei vicoli,  non aveva nessuna possibilit  contro
    una  ragazzina  a  piedi.  Sicuramente Nama ce l'aveva fatta.  Ma per
    quanto tempo? E dove poteva essere andata? Questa era un'altra storia.
    Erano in due?.
    S.  Uno mi teneva seduto sulla sedia.  L'altro  mi  faceva  domande.
    Quello  con  l'anello.  Mi  aveva  infilato  la medaglia in bocca.  Se
    gridavo me la faceva ingoiare,  ha detto.  Ma non ho gridato.  Non  ho
    detto niente.  Mi vergognavo,  signore. Per loro. Per questo mondo. Ho
    vissuto abbastanza, credo.
    Non dire cos piagnucol Mourad.
    Dio mi pu anche riprendere.  Di questi tempi,  non c' pi niente di
    veramente bello da vedere su questa terra.
    Cosa volevano sapere?.
    Se  Nama tornava qui tutte le sere.  In che liceo andava.  Se sapevo
    dove fosse stata venerd sera.  Se avevo mai  sentito  parlare  di  un
    certo Guitou...  Comunque, non sapevo niente. A parte che vive qui con
    me, non so neppure dov' il suo liceo.
    Non faceva che confermare i miei timori.
    Nama non le ha raccontato niente?.
    Il vecchio scosse la testa.
    Quando  rientrata, sabato....
    Che ore erano?.
    Le sette, circa. Mi ero appena alzato.  Ero sorpreso di trovarla qui.
    Sarebbe  dovuta  tornare  domenica  sera,   mi  aveva  avvertito.  Era
    spettinata.  Aveva lo sguardo sconvolto.  Sfuggente.  Si   chiusa  in
    camera.  Per tutto il giorno non si  mossa di l. La sera, ho bussato
    alla porta per dirle di venire a mangiare. Ha rifiutato. "Non mi sento
    bene" ha risposto. Pi tardi  scesa.  Per andare a telefonare.  Le ho
    chiesto cos'era che non andava.  "Oh! Lasciami stare, te ne prego!" ha
    detto. E' tornata un quarto d'ora dopo. Ed  risalita in camera, senza
    dire una parola.  Il giorno dopo si  alzata tardi.  E' scesa per fare
    colazione.  Era  pi gentile.  Si  scusata.  Era triste per via di un
    amico, mi ha spiegato. Un ragazzo di cui era molto innamorata.  Ma era
    finita.  Ora  stava  meglio.  Mi  ha  dato  un bel bacio sulla fronte.
    Ovviamente non le ho creduto.  Le si leggeva  negli  occhi  che  stava
    male.  Che non diceva la verit.  Non ho voluto infastidirla, capisce.
    Sentivo che era grave.  Ho pensato a una  pena  d'amore.  L'amichetto,
    eccetera eccetera.  Pene della sua et. Le ho semplicemente detto: "Me
    ne puoi parlare se vuoi, d'accordo?". Ha fatto un sorrisetto.  Triste.
    "Sei  gentile,  nonno.  Ma  ora  non  ne ho voglia".  Era sul punto di
    piangere. Mi ha dato un altro bacio ed  tornata in camera sua.
    La sera  scesa di nuovo per telefonare.  C' stata pi a  lungo  del
    giorno prima. Direi anche parecchio, perch mi sono preoccupato quando
    non la vedevo tornare. Sono uscito in strada per controllare. Ha fatto
    finta di mangiare qualcosa e poi  andata a dormire. Ecco, il luned 
    andata a scuola....
    Non ci va pi a scuola interruppe Mourad.
    Lo guardammo tutti e tre.
    Non va pi a scuola! grid la madre.
    Non ne ha pi voglia. E' troppo triste, mi ha detto.
    Quando l'hai vista? gli chiesi.
    Luned. All'uscita di scuola. Mi aspettava. Dovevamo andare insieme a
    un  concerto,  la  sera.  A  vedere Akhnaton.  Il cantante degli IAM.
    Cantava da solo.
    Cosa ti ha detto?.
    Niente, niente... Quello che le ho detto l'altra sera.  Che tra lei e
    Guitou era finita. Che se n'era andato. E che era triste.
    E non voleva pi andare al concerto?.
    Doveva  vedere  un  amico di Guitou.  Era urgente.  Mi sono detto che
    forse tra di loro non era poi  cos  finita.  Che  ci  teneva  a  quel
    Guitou.
    E non era andata a scuola?.
    No.  Ha detto che, per qualche giorno, non ci sarebbe andata. Per via
    di tutto quello che era successo,  ecco.  Che non aveva la  testa  per
    ascoltare i professori.
    Lo conosci questo amico?.
    Alz le spalle.  Poteva essere solo Mathias.  Immaginai il peggio. Che
    avesse visto, per esempio, Adrien Fabre. E che avesse raccontato tutto
    a Mathias. In che stato dovevano essere quei due!  Cosa avevano fatto,
    dopo? A chi ne avevano parlato? A Cc?
    Mi voltai verso il nonno.
    Apre sempre la porta, quando suonano?.
    No. Guardo prima dalla finestra, come tutti, qui.
    Allora perch ha aperto?.
    Non lo so.
    Mi  alzai.  Avrei  bevuto volentieri un'altra birra.  Ma Marinette non
    c'era pi. Il nonno cap.
    C' della birra in  frigo.  Sa,  io  la  bevo.  Una  ogni  tanto.  In
    giardino. E' buona. Mourad, vai a prendere una birra per il signore.
    Lascia dissi. La prendo io.
    Avevo bisogno di sgranchirmi le gambe.  In cucina bevetti direttamente
    alla bottiglia.  Un lungo sorso.  Mi rilass  un  po'.  Poi  presi  un
    bicchiere,  lo  riempii  e tornai in salotto.  Li guardai tutti e tre.
    Nessuno si era mosso.
    Senta, Nama  in pericolo. In pericolo di vita.  Le persone che sono
    venute qui sono pronte a tutto.  Hanno gi ucciso due persone.  Guitou
    non aveva ancora diciassette anni.  Lo capisce questo?  Allora  glielo
    chiedo di nuovo, perch ha aperto a quegli uomini?.
    Redouane... inizi il nonno.
    E' colpa mia interruppe la madre di Mourad.
    Mi  guard  dritto  in faccia.  Erano belli i suoi occhi,  contenevano
    tutta la pena del mondo.  Invece di quel lampo di orgoglio che  brilla
    quando le madri parlano dei figli.
    Colpa sua?.
    Ho  raccontato  tutto a Redouane.  L'altra sera.  Dopo la sua visita.
    Sapeva che lei era venuto.  Sa sempre tutto di quello che succede.  Ho
    l'impressione  che  siamo sempre sorvegliati.  Voleva sapere chi fosse
    lei e che cosa volesse da noi.  Se aveva a che fare  con  quell'altro,
    che aveva chiesto di lui nel pomeriggio, e....
    Sentii di andare in tilt.
    Quale altro, signora Hamoudi?.
    Aveva parlato troppo. Era nel panico.
    L'altro.
    Quello che hanno steso. Il tuo amico. Stava cercando Redouane.
    Basta o continuo? mi chiesi.
    Nella  mia  mente  uno schermo con su scritto Game over.  Cosa stavo
    dicendo  l'altro  giorno  a  Fonfon?  Finch  giochi  sei  in  vita.
    Continuai a giocare. Solo per vedere.




    Capitolo dodicesimo.
    Nel quale in piena notte si incrociano vascelli fantasma.

    Tutti e tre mi guardavano in silenzio.  I miei occhi andarono dall'uno
    all'altro.
    Dove poteva essere Nama? E Pavie?
    Avevano visto la morte in diretta,  dal vivo,  e si  erano  date  alla
    fuga. Sparite. Volatilizzate.
    Le palpebre del nonno si chiudevano. I calmanti avrebbero presto fatto
    effetto.  Lottava contro il sonno.  Fu lui, comunque, a fare lo sforzo
    di parlare. Per concludere e per poter dormire, finalmente.
    Credevo fosse un amico di Redouane,  quello che mi ha  parlato  dalla
    finestra.  Voleva  vedere  Nama.  Gli  ho risposto che non era ancora
    tornata.  Mi ha chiesto se poteva aspettarla con  me,  che  non  aveva
    fretta. Non aveva l'aria... Faceva una buona impressione. Ben vestito,
    con abito e cravatta. Allora ho aperto.
    Ha degli amici cos, Redouane?.
    Una  volta  mi  venne  a trovare con due persone,  vestite anche loro
    perbene.  Pi grandi di lui.  Uno di loro credo che abbia una ditta di
    macchine.   L'altro,   un  negozio  verso  place  d'Aix.  Mi  si  sono
    inginocchiati  davanti.  Mi  hanno  baciato  la  mano.   Volevano  che
    partecipassi  a  una  riunione  religiosa.  Per parlare ai giovani del
    nostro paese. Mi hanno detto che era un'idea di Redouane. Mi avrebbero
    ascoltato se avessi parlato di  religione.  Avevo  combattuto  per  la
    Francia.  Ero un eroe. Quindi potevo spiegarglielo, ai ragazzi, che la
    Francia non era la salvezza. Al contrario, la Francia toglie loro ogni
    rispetto.  Con la droga,  l'alcol e tutto il resto...  E anche  quella
    musica, che oggi ascoltano tutti.
    Il rap precis Mourad.
    S, fanno troppo chiasso, quelle musiche. A lei piacciono?.
    Non    la  mia preferita.  Ma  un po' come i jeans,  s'incolla alla
    pelle.
    S,  probabilmente   una  cosa  della  loro  et,  ecco...  Ai  miei
    tempi....
    Lui  disse Mourad,  indicandomi,  ascolta delle vecchie cose arabe.
    Come si chiama quel cantante?.
    Lili Boniche.
    Oh.  Il nonno sorrise e si fece pensieroso.  Perso l dove era bello
    vivere.  I suoi occhi tornarono su di me.  Cosa stavo dicendo? Ah s.
    Secondo gli amici di Redouane dovevamo salvare i nostri figli. Era ora
    che i nostri giovani tornassero verso Dio.  Che imparassero di nuovo i
    valori.  La  tradizione.  Il  rispetto.  Per  questo chiedevano il mio
    intervento.
    Non si deve rimproverare a Redouane  di  essersi  avvicinato  a  Dio
    interruppe  la  madre di Mourad.  E' la sua strada.  Mi guard.  Ha
    fatto  molte  sciocchezze  prima.  Allora...  preferisco  che  preghi,
    piuttosto che se ne vada in giro con dei brutti tipi.
    Non dico questo le rispose il nonno.  Lo sai bene. Gli eccessi sono
    da condannare.  Troppo alcol o troppa religione,    la  stessa  cosa.
    Fanno  male.  E  sono  quelli  che  hanno  fatto  le peggiori cose che
    vogliono imporre il proprio modo di vedere! Di vivere. Non lo dico per
    Redouane. Anche se... in questi ultimi tempi....
    Da noi riprese dopo  aver  respirato  profondamente,  da  noi,  tua
    figlia, la ucciderebbero. Ora  cos, laggi. L'ho letto sul giornale.
    Se cantano, se sono felici, le violentano, le nostre ragazze. Non dico
    che  Redouane  farebbe cose del genere,  ma gli altri...  Questo non 
    l'Islam. Eppure, Nama  una brava ragazza. Come questo qui aggiunse,
    indicando Mourad.  Io non ho mai fatto niente contro  Dio.  Quel  che
    dico  che non si costruisce la propria vita con la religione,  ma con
    il cuore. Mi guard Questo ho detto a quei signori. E l'ho ridetto a
    Redouane quando  venuto, stamattina.
    Non le ho raccontato la verit,  prima riprese la madre  di  Mourad.
    Redouane,  quella  sera,  mi  ha  detto di non immischiarmi in queste
    storie. Che l'educazione di sua sorella spetta agli uomini. A lui. Pu
    immaginare mia figlia....
    L'ha minacciata disse Mourad.
    Avevo paura per Nama,  soprattutto.  Redouane se n' andato come  un
    pazzo, in fretta e furia. Voleva riportarla a casa. La storia con quel
    ragazzo  ha  fatto  traboccare  il  vaso.  Redouane  ha  detto che era
    abbastanza.  Che aveva vergogna per  sua  sorella.  Che  meritava  una
    lezione. Oh! Non so che altro....
    Si prese la testa tra le mani.  Affranta. Divisa tra il ruolo di madre
    e quello di donna che obbedisce agli uomini
    E cos' successo con Redouane? chiesi al nonno.
    Niente. Nama non ha dormito qui stanotte. Ero molto preoccupato. Era
    la prima volta che faceva cos.  Non dirmi niente  e  lasciarmi  senza
    notizie.  Venerd  sapevo  che passava il week-end da amici.  Mi aveva
    pure lasciato un numero di  telefono  dove  raggiungerla  in  caso  di
    bisogno. Le ho dato sempre fiducia.
    Ha idea di dove sia potuta andare?.
    Io  un'idea  me l'ero fatta,  ma avevo bisogno di sentirlo da un'altra
    voce.
    Ha chiamato stamattina. Per non farmi restare in pensiero. E' rimasta
    a Aix. A casa di un vecchio compagno di scuola, credo. Uno che era con
    lei in vacanza
    Mathias? Le dice qualcosa?.
    S, forse  questo il nome.
    Mathias! disse Mourad. E' simpaticissimo. E' un vietnamita.
    Un vietnamita? chiese la madre di Mourad.
    Aveva perso il controllo della situazione.  La vita dei figli  le  era
    sfuggita di mano. Redouane, Nama. Anche Mourad, sicuramente.
    Solo da parte di madre.
    Lo conosci? gli chiesi.
    Un po'.  Per un periodo sono stati insieme lui e mia sorella.  Andavo
    al cinema con loro.
    Mi ha di nuovo detto che era  preoccupata,  che  non  si  sentiva  in
    forma. Che dovevo cercare di capirla riprese il nonno. Ma non potevo
    saperlo,  io.  Che  dramma.  Perch...  perch  lo  hanno  ucciso quel
    ragazzo?.
    Non lo so. Nama  l'unica a poter raccontare cos' successo.
    Che tristezza la vita.
    E con Redouane com' andata stamattina?.
    Gli ho detto che sua sorella era uscita prima. Non mi ha creduto.  In
    tutti  i  modi,  non  avrebbe creduto a niente.  Solo ci a cui voleva
    credere.  O sentire.  E' voluto andare in  camera  della  sorella  per
    assicurarsi che non fosse l. E vedere se aveva dormito veramente qui.
    Ma non l'ho lasciato fare. Allora ha iniziato a urlarmi contro. Gli ho
    ricordato che l'Islam insegna a rispettare i vecchi.  Gli anziani.  E'
    la prima regola. "Non ho nessun rispetto per te" mi ha risposto.  "Sei
    un sacrilego! Peggio dei francesi". Ho preso il mio bastone e gliel'ho
    mostrato.  "Sono  ancora  capace  di darti una bella lezione".  E l'ho
    cacciato.
    Malgrado tutto questo, ha aperto a quell'uomo.
    Pensavo che se avessi parlato con lui,  avrebbe potuto far  ragionare
    Redouane.
    Li aveva gi visti insieme?.
    No.
    Era un algerino?.
    No.  Quando  l'ho  visto,  l  fuori,  con quegli occhiali scuri,  ho
    pensato che fosse un tunisino. Mi fidavo, allora.
    Non era arabo?.
    Non lo so. Ma non parlava arabo.
    Mio padre era italiano e  lo  prendevano  per  tunisino,  quando  era
    giovane.
    S,  forse  poteva  essere  italiano.  Ma  di  gi.  Verso Napoli.  O
    siciliano. E' possibile.
    Com'era fisicamente?.
    Circa la sua stessa et. Un bell'uomo.  Un po' pi basso di lei e pi
    grosso.  Non grasso,  ma robusto. Qualche capello grigio. Baffi sale e
    pepe... E... portava quel grosso anello d'oro.
    Allora doveva essere italiano dissi sorridendo. O corso.
    No,  non era corso.  L'altro s.  Quello che mi    saltato  addosso,
    quando  ho  aperto la porta.  Ho visto solo la pistola che mi ha messo
    sotto il mento. Mi ha spinto indietro e sono caduto.  Lui,  s,  aveva
    l'accento corso. Non posso dimenticarlo.
    Era esausto.
    La  lascio  dormire.  Torner  forse a farle alcune domande.  Se sar
    necessario. Non si preoccupi. Si sistemer tutto.
    Sorrise, felice. Non chiedeva altro, ora.  Solo un po' di conforto.  E
    la sicurezza che per Nama sarebbe andato tutto bene.  Mourad si chin
    su di lui e lo baci sulla fronte.
    Resto con te.

    Alla fine fu la madre che rimase  a  vegliare  il  nonno.  Sicuramente
    sperava che Nama tornasse.  Ma, soprattutto, non aveva nessuna voglia
    di ritrovarsi faccia a faccia con Redouane.  Le fa un po'  paura  mi
    confid Mourad al ritorno.
    E' diventato matto. Obbliga mia madre a mettersi il velo quando lui 
    a casa.  E a tavola, lo deve servire a occhi bassi. Mio padre non dice
    niente. Dice solo che gli passer.
    Da quando  cos?.
    Da un po' pi di un anno. Da quando  uscito di galera.
    Quanto c' stato?.
    Due anni. Aveva rapinato un negozio di stereo,  a Chartreux.  Con due
    amici. Erano strafatti.
    E tu?.
    Mi guard dritto negli occhi.
    Sono  in  squadra  con Anselme,  se  questo che vuoi sapere.  Per il
    basket non si fuma, non si beve. E' una regola. Nessuno della squadra.
    Senn,  Anselme ci butta fuori.  Spesso vado da  lui.  A  mangiare,  a
    dormire. Si sta bene.
    Si perse nel silenzio.  I quartieri nord,  con le migliaia di finestre
    illuminate,  assomigliavano  a  delle  barche.  Navi  perse.  Vascelli
    fantasma. Era l'ora peggiore. Quella in cui si rincasa. Quella in cui,
    in  quei  blocchi  di  cemento,  si  sa di essere veramente lontani da
    tutto. E dimenticati.
    Avevo i pensieri sottosopra.  Dovevo assimilare tutto  ci  che  avevo
    appena  sentito,  ma  ne  ero incapace.  La cosa che mi turbava di pi
    erano quei due tizi che stavano addosso a Nama.  Quelli  che  avevano
    picchiato il nonno.  Erano stati loro a uccidere Hocine e Guitou? Loro
    ad avermi seguito? Un corso.  L'autista della Safrane?  Balducci?  No,
    impossibile.  Come  potevano sapere che anch'io cercavo Nama?  E cos
    presto?  Capire  chi  ero,  eccetera  eccetera.  Impensabile.  Avevano
    sicuramente  a  che fare con Serge.  Era chiaro: gli sbirri mi avevano
    portato in commissariato e loro mi avevano seguito.  Ero l quando era
    stato ucciso.  Potevo essere un amico di Serge. Suo complice in non so
    che cosa.  Come sperava Pertin,  d'altra parte.  Forse volevano  farmi
    fuori. O semplicemente sapere cosa covavo. S.
    A  Notre-Dame-Limite  feci  una  frenata che distrasse Mourad dai suoi
    pensieri. Avevo appena visto una cabina telefonica.
    Solo due minuti.
    Marinette rispose al secondo squillo.
    Mi rincresce disturbarla ancora dissi dopo essermi presentato.  Ma,
    per  caso,  oggi  pomeriggio,  non  ha  notato  una  macchina  un  po'
    particolare?.
    Quella degli aggressori del signor Hamoudi?.
    Andava al sodo, Marinette. In quei quartieri,  come nelle "cits",  si
    nota tutto. Soprattutto una macchina nuova.
    No.  Mi stavo facendo la messa in piega, dunque sono rimasta in casa.
    Ma Emile, mio marito, s. Gli ho raccontato tutto.  Allora mi ha detto
    che uscendo aveva visto una grossa macchina.  Verso le tre. Qui, sulla
    nostra strada. Lui stava andando da Pascal.  Il bar all'angolo.  Emile
    gioca  alla  "belote"  tutti  i  pomeriggi.  Poveretto,   un modo per
    occupare il tempo. Si immagini se non l'ha notata la macchina!  Non se
    ne  vedono  tutti  i  giorni!  Solo  in televisione si vedono cose del
    genere.
    Una macchina nera?.
    Aspetti un attimo. Emile! Era nera la macchina? grid al marito.
    S. Nera. Una Safrane lo sentii rispondere. E d al signore che non
    era di qui la macchina, era del Var.
    Era nera.
    Ho sentito.
    Avevo sentito, s. E mi erano venuti i brividi.
    Grazie Marinette.
    E riattaccai meccanicamente.
    Stravolto.
    Non ci capivo niente, ma non c'erano pi dubbi,  erano gli stessi.  Da
    quanto  tempo  mi  stavano  alle  calcagna,  quei  due stronzi?  Buona
    domanda.  Riuscire a rispondere avrebbe  illuminato  la  mia  lanterna
    magica.  Ma non avevo risposte. Era chiaro che li avevo portati fino a
    casa degli Hamoudi.  Il giorno prima.  Prima o dopo  il  mio  giro  in
    commissariato.  La sera, se non avevano insistito oltre non era perch
    pensavano  che  fossi  pi  furbo  di  loro.   No,   avevano  pensato,
    giustamente,  che non sarei andato da nessun'altra parte, che mi sarei
    fermato da Flix. E... merda! Sapevano anche dove abitavo?  Accantonai
    la domanda. Per evitare di farmi venire l'angoscia.
    Dunque, riprendiamo. Quella mattina si erano presentati alla Bigotte e
    avevano  aspettato che qualcuno si muovesse.  E Redouane si era mosso.
    Per andare dal nonno.  Come sapevano che era lui?  Semplice.  Allunghi
    dieci  franchi  a  qualsiasi  ragazzino  che sta l a gironzolare ed 
    fatta.
    Passiamo velocemente a casa tua dissi a Mourad.  Prendi le tue cose
    e per qualche giorno vai a stare dal nonno.
    Che succede?.
    Niente. Preferisco che non dormi l, ecco tutto.
    E Redouane?.
    Gli lasciamo un biglietto. Anche lui dovrebbe fare la stessa cosa.
    Non posso andare da Anselme, piuttosto?.
    Come vuoi. Ma telefona a Marinette. Per farlo sapere a tua madre.
    La ritroverai mia sorella?.
    Mi piacerebbe, s.
    Ma non ne sei sicuro, vero?.
    Di cosa potevo essere sicuro?  Di niente.  Ero partito alla ricerca di
    Guitou come si va al mercato.  Con le mani  in  tasca.  Senza  fretta.
    Guardando qua e l. L'unica urgenza era l'angoscia di Glou. Non certo
    mettere  fine  alla  storia  d'amore  tra due ragazzini.  E Guitou era
    morto.  Ammazzato a bruciapelo  da  due  killer.  Strada  facendo,  un
    vecchio  amico  si  era  fatto  stendere  da  altri  assassini.  E due
    ragazzini si stavano nascondendo. Tutti e due in grosso pericolo.
    Su questo non c'erano dubbi.  Dovevo riuscire a rintracciare Mathias e
    proteggere anche lui.
    Ti  accompagno  su dissi a Mourad,  una volta arrivati alla Bigotte.
    Devo fare alcune telefonate.

    Cominciavo a preoccuparmi disse  Honorine.  Non  hai  chiamato  per
    tutto il giorno.
    Lo so, Honorine. Lo so, ma....
    Puoi parlare. Ho letto il giornale.
    Perfetto!
    Ah!.
    Come possono accadere simili mostruosit?.
    Hai  letto  il  giornale?  le  chiesi  per  non  rispondere alla sua
    domanda.
    Da Fonfon.  Sono andata a invitarlo.  Per  domenica.  A  mangiare  la
    bottarga.  Te lo ricordi, no? Mi ha detto di non parlare di Guitou. Di
    lasciarti in pace. Senti, ma lo sai cosa stai facendo, eh?.
    No, non lo sapevo bene neppure io.
    Ho visto la polizia, Honorine dissi per rassicurarla E Glou, anche
    lei ha letto il giornale?.
    Certo che no!  A  pranzo  non  ho  neanche  sentito  il  telegiornale
    regionale.
    Ti sembra molto preoccupata?.
    Beh....
    Passamela, Honorine. E non aspettarmi. Non so a che ora torner.
    Io ho gi mangiato. E Glou non c' pi.
    Non c' pi? Se n' andata?.
    No,  no.  Insomma,  non sta pi a casa tua.  Ma  sempre a Marsiglia.
    Oggi pomeriggio l'ha chiamata il suo... amico.
    Alexandre.
    Ecco. Lo chiama Alex. Era appena tornato a Gap. A casa loro. Ha letto
    il biglietto sul letto del ragazzo. Allora,  in quattro e quattr'otto,
    ha ripreso la macchina ed  venuto a Marsiglia.  Si sono incontrati in
    citt. Verso le cinque. Sono in albergo. Mi ha chiamata per dirmi dove
    potevi contattarla. Hotel Aliz. E' al Vieux-Port, no?.
    S. Sopra al New York.
    Aprendo un qualsiasi giornale,  Glou poteva apprendere della morte di
    Guitou.  Come era successo a me.  Di Fabre con un figlio che si chiama
    Mathias non dovevano essercene a palate.  E ancora meno di  Fabre  nel
    cui appartamento era stato ammazzato un ragazzino di sedici anni.
    La presenza di Alexandre cambiava molte cose. Potevo pensare qualsiasi
    cosa  di  quel  tizio,  ma  era l'uomo che Glou amava.  Che si voleva
    tenere.  Stavano insieme da dieci anni.  L'aveva aiutata a  tirare  su
    Patrice e Marc.  E Guitou, malgrado tutto. Avevano la loro vita, e non
    perch erano razzisti potevo negare tutto questo.  Glou si appoggiava
    a quell'uomo, e anch'io dovevo farlo.
    Dovevano sapere di Guitou.
    Forse.
    Ora la chiamo, Honorine. Ti abbraccio.
    Senti....
    Dimmi.
    Come stai, tu?.
    Bene. Perch?.
    Perch ti conosco. Lo sento dalla voce che non sei in forma.
    Sono un po' nervoso,  vero. Ma non preoccuparti.
    Certo che mi preoccupo, soprattutto quando mi dici cos.
    Ti abbraccio.
    Santissima donna!  L'adoravo. Il giorno in cui morir, in fondo al mio
    buco,  lei che mi mancher pi di tutti. L'inverso era pi probabile,
    ma preferivo non pensarci.

    Loubet era ancora in ufficio.  I Fabre avevano  riconosciuto  di  aver
    mentito a proposito di Guitou. Bisognava credergli, ora. Ignoravano la
    presenza  del giovane a casa loro.  Il loro figlio,  Mathias,  l'aveva
    invitato e gli aveva dato le chiavi.  Venerd,  prima di  partire  per
    Sanary. Si erano conosciuti durante l'estate. Avevano simpatizzato, si
    erano scambiati i numeri di telefono...
    Ecco,  e quando sono tornati,  Mathias non era con loro. Ma ad Aix. E
    non hanno voluto scioccarlo con questa tragedia... Chiacchiere.  Ma si
    fanno progressi.
    Pensi che non sia vero?.
    La  storia  "dell'ora  dir  la  verit"  mi lascia sempre perplesso.
    Quando si mente una volta, gatta ci cova. O non mi hanno detto tutto o
    Mathias nasconde qualcosa.
    Cosa te lo fa pensare?.
    Perch il tuo Guitou non era solo nel monolocale.
    Ho capito dissi candidamente.
    C'era un preservativo tra le lenzuola.  E non  era  vecchio  come  il
    cucco.  Il giovane era con una ragazza.  Se  fuggito di casa,  forse,
    era per vedere lei.  Queste sono cose  che  Mathias  dovrebbe  sapere.
    Penso  che me lo dir,  domani,  quando lo incontrer.  Un ragazzino a
    quattr'occhi con uno sbirro non bluffa a lungo. E mi piacerebbe sapere
    chi  la ragazza. Perch ne avr di cose da raccontare. Non credi?.
    S, s....
    Pensaci, Montale. Sono a letto,  tutti e due.  Figurati se la ragazza
    se ne va, la mattina, da sola, e per giunta a piedi! Io non ci credo.
    Forse aveva un motorino.
    Di, non dire cazzate!.
    Va bene, hai ragione.
    Forse... riprese.
    Non lo lasciai finire. E iniziai a fare il finto tonto.
    Sarebbe potuta rimanere l, nascosta. E' cos?.
    S, qualcosa del genere.
    Un  po'  tirata  per  i  capelli come ipotesi,  no?  I tizi ammazzano
    Draoui.  Poi il  ragazzo.  Avranno  senz'altro  controllato  se  c'era
    qualcun altro in giro.
    Montale,  sai bene che anche per i professionisti del crimine ci sono
    giorni in cui si fanno delle cazzate. Probabilmente quello  stato uno
    di quei giorni.  Contavano di fare fuori Hocine Draoui,  senza  troppo
    problemi.  Invece  c' l'intoppo: Guitou.  Chiss cosa cazzo ci faceva
    nudo nel corridoio. Forse era uscito per il rumore. Ha avuto paura.  E
    si  scatenato tutto.
    Uhm  feci fingendo di riflettere.  Vuoi che faccia alcune domande a
    mia cugina su Guitou? E su una possibile fidanzatina a Marsiglia?  Una
    madre dovrebbe saperlo.
    Montale,  mi  sorprende  che tu non l'abbia gi fatto.  Al tuo posto,
    avrei iniziato da l.  Spesso quando un giovane scappa di casa    per
    una ragazza. O per un buon amico. Lo sai questo, no? O hai dimenticato
    di  essere  stato un poliziotto?.  Risposi con il silenzio.  Riprese:
    Ancora non capisco che pista hai  seguito  per  mettere  le  mani  su
    Guitou.
    Montale nei panni dell'idiota del villaggio!
    Questo  il problema quando si mente.  O prendi il coraggio a due mani
    e dici la verit.  O continui a mentire fino a  che  hai  trovato  una
    soluzione.  La mia soluzione era di mettere Nama e Mathias al sicuro.
    Nasconderli. Fino a quando le cose non sarebbero state pi chiare.  Mi
    ero  gi fatto un'idea sul posto.  Avevo fiducia in Loubet,  ma non in
    tutta la polizia.  Gli sbirri e il "milieu" avevano per  troppo  tempo
    inciuciato  insieme.  Checch  se  ne  dicesse,  il  telefono tra loro
    continuava a funzionare.
    Vuoi interrogare Glou? provai a chiedere per togliermi d'impaccio.
    No, no.  Fallo tu.  Ma non tenere le risposte per te.  Io cercher di
    guadagnare tempo.
    O.k. dissi serio.
    Poi,  mi torn in mente il viso di Guitou.  Un viso d'angelo.  Come un
    lampo rosso negli occhi. Il suo sangue.  La sua morte che mi schizzava
    addosso.  Come avrei potuto, ora, chiudere gli occhi senza vedere quel
    corpo?  Il suo corpo all'obitorio.  Non era mentire o dire la verit a
    Loubet che mi turbava.  Erano gli assassini.  Quei due pezzi di merda.
    Volevo che mi capitassero tra le  mani.  Avere  di  fronte  chi  aveva
    ammazzato  Guitou.  S,  faccia  a  faccia.  Avevo abbastanza odio per
    sparare.
    Non avevo altro in mente. Solo questo.
    Uccidere.
    "Chourmo"! Montale. "Chourmo"!
    Che cazzo di vita!
    Oh! Ci sei?.
    Stavo pensando.
    Evita di farlo, Montale. Porta solo cattivi pensieri.  Se vuoi il mio
    parere,  questa storia puzza da morire.  Non dimenticare che non hanno
    ucciso Hocine Draoui per niente.
    Pensavo proprio a questo.
    Te l'ho detto.  Evita di farlo.  Ti trovo a casa se avessi bisogno di
    te?.
    Non mi muovo. Salvo per andare a pesca, come gi sai.












    Capitolo tredicesimo.
    Nel quale abbiamo tutti sognato di vivere come principi.

    Mourad  stava  davanti a me,  pronto.  Uno zaino sulle spalle e la sua
    cartella in mano. Era teso. Riattaccai.
    Stavi chiamando Due Teste?.
    No, perch?.
    Ma stavi parlando con uno sbirro.
    Sono stato un poliziotto, come immagino tu sappia gi. Non sono tutti
    come Due Teste.
    Una razza che non ho mai incontrato.
    Eppure esistono.
    Mi fiss.  Come aveva gi fatto altre volte.  Cercava  un  motivo  per
    darmi fiducia.  Non era semplice. Quegli sguardi li conoscevo bene. La
    maggior parte dei ragazzini che avevo  incrociato  nelle  "cits"  non
    sapevano cosa fosse un adulto. Uno vero.
    I  padri,  a  causa della crisi,  della disoccupazione,  del razzismo,
    erano ai loro occhi solo dei vinti.  Dei perdenti.  Senza pi  nessuna
    autorit.  Uomini che abbassavano la testa,  e le braccia.  Anche solo
    per un biglietto da cinquanta franchi.
    E quei ragazzini scendevano per la strada.  Abbandonati a loro stessi.
    Lontano  dai  padri.  Senza regole n ideali.  Con un unico desiderio:
    essere diversi dal padre.
    Andiamo?.
    Ho ancora una cosa da fare dissi. Per questo sono salito,  non solo
    per telefonare.
    Stavolta fui io a fissarlo. Mourad pos la sua cartella.
    Gli  occhi gli si riempirono di lacrime.  Aveva capito qual era la mia
    intenzione.
    Mi era venuta in mente ascoltando il nonno parlare di Redouane.  Avevo
    ricordato  cosa  mi  aveva  confidato Anselme.  Redouane era gi stato
    visto con il tizio che guidava la B.M.W.  Quella da cui erano  partiti
    gli spari. E Serge stava uscendo da casa degli Hamoudi.
    E' quella la camera? gli chiesi.
    No, quella  dei miei genitori. La sua  in fondo.
    Lo devo fare, Mourad. Ho bisogno di sapere delle cose.
    Perch?.
    Perch Serge era mio amico dissi aprendo la porta. Non mi piace che
    si ammazzino le persone a cui voglio bene.
    Rest fermo, impalato.
    Nessuno  ha  il  diritto di entrare.  Neanche mia madre per rifare il
    letto.
    La camera era minuscola. Una piccola scrivania,  con sopra una vecchia
    macchina  da  scrivere,   una  Japy.   C'erano  diverse  pubblicazioni
    sistemate con cura.  Alcuni numeri di "Al Ra'id",  di  "Musulman",  un
    mensile edito dall'Associazione degli studenti islamici in Francia,  e
    un opuscolo  di  Ahmed  Deedat,  "Come  Salman  Rushdie  ha  ingannato
    l'Occidente".  Un  toilette  anni  '60  e  un  letto a una piazza,  in
    disordine.  Un armadio aperto,  con camicie  e  jeans  attaccati  alle
    stampelle. Un comodino con sopra una copia del Corano.
    Mi  sedetti  sul  letto  per riflettere,  sfogliando il Corano.  Ogni
    popolo ha la sua  fine  e,  quando  arriva,  non  potr  rimandarla  o
    anticiparla  neppure di un secondo.  Bel programma,  pensai.  Tra due
    pagine  c'era  un  foglio  ripiegato  in  quattro.  Un  volantino.  Un
    volantino  del Fronte nazionale.  Cazzo!  Per fortuna ero seduto!  Era
    veramente l'ultima cosa che mi aspettavo di trovare l.
    Il testo riportava una dichiarazione del Fronte nazionale,  apparsa in
    "Minute-la-France".  Grazie  al  Fis,  gli  algerini  assomiglieranno
    sempre pi agli arabi e sempre meno ai  francesi.  Il  Fis    per  il
    diritto del sangue. Anche noi! Il Fis  contrario all'integrazione dei
    suoi immigrati nella societ francese.  ANCHE NOI!. E concludeva: La
    vittoria del Fis  la fortuna insperata di avere un Iran alle porte.
    Perch Redouane teneva quel volantino dentro al Corano?  Dove  l'aveva
    trovato?  Non  riuscivo a immaginare che i militanti di estrema destra
    ne riempissero le  cassette  della  posta  delle  "cits".  Ma  potevo
    sbagliarmi.  In  quei  quartieri,  le perdite elettorali dei comunisti
    lasciavano la strada aperta a ogni demagogia e,  a  quanto  pareva,  i
    militanti del Fronte nazionale ne avevano parecchia da vendere,  anche
    agli immigrati.
    Vuoi leggere? chiesi a Mourad che era venuto a sedersi vicino a me.
    Ho gi letto, da sopra le tue spalle.
    Ripiegai il volantino e lo rimisi nel Corano,  dove  l'avevo  trovato.
    Nel  cassetto del comodino,  quattro biglietti da cinquecento franchi,
    una scatola di  preservativi,  una  Bic,  due  foto  formato  tessera.
    Richiusi il cassetto.  Vidi allora,  in un angolo della stanza, alcuni
    tappeti da  preghiera  arrotolati.  Li  srotolai.  All'interno,  altri
    volantini.  Un centinaio.  Questi erano intitolati in arabo. Il testo,
    in francese, era breve: Dimostrate di non avere il formaggio al posto
    del cervello! Lanciate una pietra,  innescate una bomba,  piazzate una
    mina, dirottate un aereo!.
    Ovviamente non era firmato.
    Mi bastava. Per ora.
    Vieni. Andiamo.
    Mourad  non  si  mosse.  Fece  scivolare  la  mano  destra  dietro  il
    materasso, sotto la toilette. Tir fuori un sacco di plastica blu.  Un
    sacchetto della spazzatura, arrotolato.
    E questo non lo vuoi vedere?.
    Dentro c'erano una .22 long rifle e una decina di proiettili.
    Merda!.

    Non  so quanto tempo pass.  Senz'altro non pi di un minuto.  Ma quel
    minuto sembr durare secoli.  Secoli anteriori anche alla  preistoria.
    Anteriori al fuoco. Dove c'era solo buio, minaccia, paura. Scoppi una
    lite  al  piano  inferiore.  La  donna  aveva  una voce acuta.  Quella
    dell'uomo era aspra, stanca. Echi della vita nelle "cits".
    Mourad ruppe il silenzio. Con stanchezza.
    Quasi tutte le sere  cos. Lui  disoccupato.  Da un sacco di tempo.
    Dorme e beve.  Lei urla.  Poi volt gli occhi verso di me. Non credi
    mica che l'ha ucciso, no?
    Non credo niente, Mourad.  Ma tu hai dei dubbi,  vero?  Pensi che sia
    possibile.
    No,  non l'ho detto!  Non posso crederci. Mio fratello che fa questo.
    Ma...  la verit  che ho  paura  per  lui.  Che  s'immischi  in  cose
    pericolose,  e  poi,  un giorno,  beh...  che lo usi,  un attrezzo del
    genere.
    Credo che sia gi immischiato. Pesantemente.
    La pistola stava tra di noi,  sul  letto.  Le  armi  mi  hanno  sempre
    disgustato.  Anche quando ero poliziotto. Esitavo sempre a prendere la
    mia arma di servizio.  Lo sapevo.  Bastava premere  il  grilletto.  La
    morte  era  sulla  punta  delle dita.  Un solo colpo,  e poteva essere
    fatale. Un unico proiettile per Guitou.  Tre per Serge.  Quando se n'
    sparato  uno,  se  ne possono sparare tre.  O di pi.  E ricominciare.
    Uccidere.
    E' per questo,  vedi,  che appena torno da scuola vengo a controllare
    se  ancora qui.  Fin che c',  significa che non pu fare cazzate. Tu
    hai gi ucciso?.
    Mai.  Neppure un coniglio.  E non ho neanche mai sparato  a  nessuno.
    Solo  al  bersaglio durante gli allenamenti,  e nei luna-park.  Facevo
    degli ottimi tiri e avevo un buon punteggio.
    E da sbirro?.
    No, da sbirro no.  Non avrei mai potuto sparare su qualcuno.  Neanche
    su uno stronzo pezzo di merda. O forse s. Alle gambe. I miei compagni
    di  squadra  lo sapevano.  E,  ovviamente,  anche i miei capi.  Per il
    resto,  non lo so.  Non ho mai dovuto salvarmi  la  pelle.  Uccidendo,
    voglio dire.
    Eppure,  la  voglia  di  uccidere  non  mi mancava.  Ma non lo dissi a
    Mourad.  Sapevo che dentro di me,  a volte,  scattava  quella  follia.
    Perch s,  per Dio,  avevo voglia di fare la pelle a chi aveva ucciso
    Guitou, con un solo colpo,  senza lasciargli nessuna possibilit.  Non
    sarebbe cambiato nulla,  ovviamente.  Ci sarebbero stati altri killer.
    Sempre. Ma cos mi sarei alleggerito il cuore. Forse.
    Dovresti portatelo via quest'affare riprese Mourad.  Pensaci  tu  a
    farlo sparire. Io preferisco sapere che non sta pi qui.
    O.k..
    Arrotolai l'arma nel sacchetto di plastica. Mourad si alz e si mise a
    camminare a piccoli passi, con le mani in tasca.
    Anselme  dice  che  Redouane  non    cattivo.  Ma  che pu diventare
    pericoloso. Che fa questo perch non sa pi a cosa aggrapparsi.  Non 
    riuscito  a  prendersi un diploma,  e poi ha fatto solo dei lavoretti.
    Alla Societ elettrica, un impiego... Come dicono?.
    Precario.
    S, ecco, precario. Che non dura molto.
    E' vero.
    Poi ha fatto il fruttivendolo, a rue Longue. Ha anche distribuito "Le
    13",  il giornale gratuito.  Solo cose cos.  Tra un lavoro e l'altro,
    beh,  passava  il  tempo  nel  gabbiotto  dell'ascensore  a  fumare  e
    ascoltare rap. Si conciava come M.C. Solaar! E' stato a quel punto che
    ha cominciato a fare cazzate. E a sballarsi sempre di pi. All'inizio,
    quando mia madre andava a trovarlo  alle  Baumettes,  la  obbligava  a
    portargli  la roba.  Nel parlatorio!  Lei l'ha fatto.  Ti rendi conto?
    Diceva che senn, quando sarebbe uscito, ci avrebbe uccisi tutti.
    Non vuoi sederti?.
    No,  sto meglio in  piedi.  Mi  lanci  un'occhiata.  E'  difficile
    raccontare di Redouane.  E' mio fratello,  gli voglio bene. Quando col
    lavoro riusciva a farsi un po' di soldi,  li faceva  fuori  insieme  a
    noi.  Ci  portava al cinema,  a Nama e me.  Al Capitole,  sai,  sulla
    Canabire.  Ci comprava i pop corn.  E tornavamo  in  taxi!  Come  dei
    principi.
    Fece schioccare le dita, dicendo queste ultime parole. Con un sorriso.
    E  dovevano essere meravigliosi quei momenti.  I tre ragazzini in giro
    sulla Canabire.  Il grande,  il piccolo e in mezzo la sorella di  cui
    erano tanto orgogliosi.
    Con Manu e Ugo, avevamo sognato di vivere come principi. Eravamo stufi
    di  lavorare  per  due soldi,  mentre il padrone si riempiva le tasche
    sulla nostra pelle.  Non siamo puttane diceva Ugo.  Non  ci  faremo
    fottere  da  questi  rotti  in  culo.  A Manu erano i centesimi della
    tariffa oraria a mandarlo fuori di testa. I centesimi erano l'osso del
    prosciutto da rosicchiare.  E io ero come loro volevo vedere il colore
    del prosciutto.
    Quante  farmacie  e  stazioni  di  servizio  avevamo rapinato?  Non lo
    ricordavo pi.  Un bell'albo d'oro.  Lo si  faceva  con  tranquillit.
    Prima  Marsiglia,  poi l'intera regione.  Non volevamo fare un record.
    Solo vivere bene per quindici, venti giorni.  E poi ricominciare.  Per
    il  piacere  di spendere senza contare.  Di sfarfallare.  Bei vestiti,
    eccetera eccetera.  Fatti su misura.  Andavamo da  Cirillo.  Un  sarto
    italiano di avenue Foch. La scelta del tessuto, del modello, le prove,
    le rifiniture. Con la piega dei pantaloni che cade perfettamente sulle
    scarpe, italiane ovviamente. Che classe!
    Un pomeriggio, me lo ricordo bene, avevamo deciso di fare un giro fino
    a Sanremo. Per fare la scorta di vestiti e scarpe. Un amico meccanico,
    Jos,  pazzo  per  le  macchine da corsa,  ci aveva prestato una coup
    Alpine. Sedili in pelle e cruscotto di legno. Un capolavoro. C'eravamo
    rimasti  tre  giorni.   Offrendoci  il  meglio.   Alberghi,   ragazze,
    ristoranti, locali notturni e, all'alba, un pieno di fiches al casin.
    Gran vita. Bei tempi.
    Oggi  non  pi cos.  Riuscire a rubare tremila franchi in un piccolo
    supermercato  una vera impresa.  Per questo  il  mercato  della  roba
    aveva  prosperato.  Offre maggiori garanzie.  E pu rendere parecchio.
    Diventare spacciatore  il massimo.
    Due anni fa ne avevamo beccato uno,  Bachir.  Sognava di aprire un bar
    vendendo  eroina.  "Compravo  a otto,  novecento franchi al grammo" ci
    aveva raccontato.  "La tagliavo e  rivendendola  mi  facevo  quasi  un
    milione. A volte riuscivo a farmi quattromila franchi al giorno...".
    Si  era  presto  dimenticato  il  bar  e si era messo a servizio di un
    grande capo, come diceva lui. Un grosso spacciatore, ecco tutto.  Al
    cinquanta  percento.  Lui  correva tutti i rischi.  Gironzolare con le
    bustine,  aspettare.  Una sera rifiut  di  consegnare  l'incasso,  un
    ricatto per ottenere il settanta percento.  L'indomani,  orgoglioso di
    s, prendeva l'aperitivo al Bar des Platanes,  a Merlan.  Un tizio era
    entrato  e  gli  aveva sparato due colpi alle gambe.  Fu allora che lo
    arrestammo. Era schedato e riuscimmo ad affibbiargli due anni e mezzo.
    Ma non aveva spifferato niente sui suoi fornitori.  "Faccio  parte  di
    quel  giro"  aveva  detto.  "Non  posso  sporgere  querela.  Ma  posso
    raccontarti la mia vita,  se vuoi...".  Non avevo  voluto  ascoltarla.
    Conoscevo la sua vita.
    Mourad continuava a parlare. La vita di Redouane assomigliava a quella
    di Bachir e di centinaia di altri.
    Vedi,  quando Redouane ha iniziato a spacciare, non ci ha pi portati
    al cinema. Ci passava i soldi e basta. "Tieni,  compraci quello che ti
    pare".  Cinquanta,  cento franchi.  Una volta,  mi ci sono comprato le
    Reebok. Fu fantastico. Ma in fondo non ero poi cos contento.  Non era
    un  regalo.  Sapevo  da  dove venivano i soldi,  e non mi piaceva.  Il
    giorno in cui Redouane si  fatto arrestare, le ho buttate.
    Com' possibile, in una stessa famiglia,  che i figli possano prendere
    strade  diverse?  Capivo  le donne.  Il loro desiderio di riuscire era
    l'unico modo per guadagnarsi la libert. Per essere indipendenti.  Per
    scegliere  liberamente  il  proprio  marito.  Per lasciare i quartieri
    nord.  Le madri le aiutavano.  Ma i maschi?  Quando si era  aperta  la
    voragine  tra Mourad e Redouane?  Come?  Perch?  La vita era piena di
    domande come queste, senza risposte.  Ma l dove non c'erano risposte,
    proprio l,  a volte,  riusciva a infilarsi una piccola felicit.  Una
    pernacchia alle statistiche.
    Cos' successo perch cambiasse cos?.
    La prigione. All'inizio ha fatto il duro.  Ha lottato.  Diceva: "Devi
    essere uomo.  Se non sei uomo,  sei fottuto.  Ti calpestano.  Sono dei
    cani". Poi ha conosciuto Said. Un frequentatore delle galere.
    Avevo  sentito  parlare  di  Said.  Un  vecchio  galeotto,   diventato
    predicatore.  Un  predicatore  islamista del Tabligh,  un movimento di
    origine pachistana che recluta essenzialmente nelle periferie povere.
    So chi .
    Beh,  da quel giorno non ci ha pi voluto vedere.  Ci ha scritto  una
    lettera  da matto.  Tipo....  Pens,  cercando di ricordare le parole
    esatte. "Said  come un angelo che mi e venuto incontro".  E poi: "La
    sua  voce    dolce come il miele,  e saggia come quella del profeta".
    Said gli aveva ridato speranza, questo ci scriveva mio fratello.  Si 
    messo  a  imparare l'arabo e a studiare il Corano.  E in galera non ha
    pi rotto i coglioni a nessuno.
    Quando  uscito,  con sospensione della pena per buona condotta,  era
    cambiato.  Non beveva pi, non fumava pi. Si era lasciato crescere il
    pizzo e rifiutava di salutare chi non andava alla moschea.  Passava le
    giornate a leggere il Corano.  Lo recitava ad alta voce, per impararlo
    a memoria.  A Nama parlava di pudore,  di dignit.  Quando andavamo a
    trovare  il nonno,  gli faceva i salamelecchi recitando formule sacre.
    Il nonno rideva, perch doveva essere da tanto che non andava pi alla
    moschea!  Vedi,  cercava di perdere anche l'accento...  Nella  "cits"
    nessuno lo riconosceva pi.
    Poi,  ha iniziato a frequentare dei tipi. Dei barbuti, in "djellaba",
    che guidavano grosse macchine.  Andava via con loro  il  pomeriggio  e
    tornava  la  sera  tardi.  Poi,  altri  tizi  ancora,  che indossavano
    l'"abaya" bianco e il turbante.  Un giorno ha preso le sue cose  e  se
    n'  andato.  Per  seguire  l'insegnamento di Muhamad,  ha detto a mio
    padre e mia madre.  A me ha confidato,  e questo me lo  ricordo  bene,
    "che andava a cercare un fucile,  per liberare il nostro paese. Quando
    torner" aveva aggiunto, "ti porter con me".
    E' stato  via  per  pi  di  tre  mesi.  Al  suo  ritorno  era  quasi
    irriconoscibile,  e  non si  pi occupato di me.  Mi diceva soltanto:
    non fare questo,  non fare quello.  Oppure: "Mourad,  non  voglio  pi
    niente  dalla  Francia.  Sono solo dei rotti in culo.  Ficcatelo nella
    testolina! Vedrai, presto sarai orgoglioso di tuo fratello.  Far cose
    di cui si parler. Grandi cose. Inshallah".
    Me lo immaginavo dove era andato Redouane.
    In  mezzo  alle  scartoffie  di  Serge  c'era  un  grosso  dossier sui
    pellegrinaggi che il Tabligh - ma non era l'unico - organizzava  per
    le nuove reclute. In Pakistan soprattutto, ma anche in Arabia Saudita,
    in  Siria,  in  Egitto...  Con  visite ai centri islamici,  studio del
    Corano, e,  essenzialmente,  iniziazione alla lotta armata.  Questa si
    faceva in Afghanistan.
    Sai dove  stato in quei tre mesi?.
    In Bosnia.
    In Bosnia!.
    Con  un'associazione  umanitaria,  Merhamet.  Redouane  aveva aderito
    all'Associazione islamica di Francia.  L dentro difendono i bosniaci.
    Sai,  sono musulmani.  Fanno la guerra per salvarsi contro i serbi,  e
    anche contro i croati.  Me  lo  ha  spiegato  Redouane.  All'inizio...
    perch  dopo,  sai,  mi  rivolgeva  a  stento la parola.  Ero solo uno
    schifoso ragazzino. Non ho saputo pi niente.  E neppure delle persone
    che  frequentava.  N  cosa  faceva tutto il giorno.  N dei soldi che
    portava ogni settimana a casa.  Quel che so  che un giorno lui e  gli
    altri  sono  andati  a  pestare  gli  spacciatori  al Plan d'Aou.  Gli
    spacciatori di ero.  Non di fumo.  Sono stati i miei amici a  vederlo.
    L'ho saputo cos.
    Sentimmo  aprire  la  porta d'ingresso,  poi delle voci.  Mourad,  per
    primo,  corse  nella  sala  da  pranzo.   Per  sbarrare  l'accesso  al
    corridoio.
    Spostati ragazzino, ho fretta!.
    Uscii  dalla  stanza  con  il sacchetto di plastica in mano.  Dietro a
    Redouane c'era un altro giovane.
    Cazzo! Andiamocene! url Redouane.
    Non sarebbe servito a nulla corrergli dietro.
    Mourad tremava dalla testa ai piedi.
    L'altro  Nacer.  E' lui che guidava  la  B.M.W.  Non  lo  dice  solo
    Anselme.  Lo  sappiamo  tutti.  Lo  abbiamo gi visto girare da queste
    parti in macchina.
    E si mise a frignare.  Come un bambino.  Mi avvicinai e lo abbracciai.
    Mi arrivava al petto. I singhiozzi raddoppiarono.
    Non  niente dissi, non  niente.
    C'era solo troppa merda in questo mondo.











    Capitolo quattordicesimo.
    Nel quale non siamo cos sicuri che altrove non sia peggio.

    Avevo  perso la cognizione del tempo.  I pensieri andavano in tutte le
    direzioni.  Avevo lasciato Mourad di fronte  al  palazzo  di  Anselme.
    Aveva  infilato  il  sacchetto di plastica con la pistola nel cassetto
    del cruscotto,  poi aveva detto Ciao.  Senza  neppure  voltarsi  per
    farmi un cenno. Doveva essere pieno di rimorsi. Anselme avrebbe saputo
    parlargli.  Tirarlo  su.  In fin dei conti preferivo sapere che era da
    lui piuttosto che dal nonno.
    Prima di lasciare la Bigotte avevo fatto il giro  del  parcheggio  per
    cercare  la  macchina di Serge.  Ma senza nessuna speranza.  Non venni
    deluso,  non c'era.  Probabilmente Pavie se l'era portata via.  Sperai
    che Pavie avesse la patente e che non facesse cazzate.  Pie illusioni,
    come sempre.  Anche credere che ora fosse al sicuro era  un'illusione.
    Da Randy,  per esempio.  Non ci credevo,  ma mi aveva dato la forza di
    riprendere la mia macchina e di scendere verso il centro.
    Ora Art Pepper suonava "More for less".  Un gioiello.  Il  jazz  aveva
    sempre  un  buon  effetto  su di me.  Mi aiutava a rimettere insieme i
    pezzi, quando si trattava di sentimenti. Di amore.  Ma ora si trattava
    di  tutt'altra  storia.  Di  pezzi ce n'erano troppi.  Troppi punti di
    vista, troppe piste. E anche troppi ricordi.  Avevo un urgente bisogno
    di bermi un bicchierino. Due, forse.
    Costeggiai il lungomare, il bacino della grande Joliette, fino al quai
    de la Tourette,  poi girai intorno alla Butte du parvis Saint-Laurent.
    Il Vieux-Port era circondato di luci. Immutabile e magnifico.

    Mi tornarono in mente due versi di Brauquier:

    "Il mare
    A met addormentato, mi prendeva tra le sue braccia
    Come se accogliesse un pesce sperduto..."

    Rallentai davanti all'hotel  Aliz.  Era  questa  la  meta  che  avevo
    scelto.  Ma non ebbi il coraggio di fermarmi.  Vedere Glou. Conoscere
    Alex.  A quell'ora,  era al di sopra delle  mie  forze.  Trovai  mille
    pretesti  per non scendere dalla macchina.  Prima di tutto,  non c'era
    posto per parcheggiare. Poi, sicuramente erano andati a cena fuori.  O
    qualcosa del genere. Mi ripromisi di chiamare pi tardi.
    Parola  di  ubriacone!  Ero gi al terzo whisky.  La mia vecchia R5 mi
    aveva portato, a occhi chiusi, alla Plaine.  A Maralchers,  da Hassan.
    Dove si  sempre il benvenuto. Un bar di giovani, il pi simpatico del
    quartiere.  Di Marsiglia, forse. Erano alcuni anni che lo frequentavo.
    Da prima che le strade tra la Plaine e cours Julien si riempissero  di
    bar,  ristoranti, negozi di vestiti e di alimentari. Oggi il quartiere
     piuttosto alla moda. Ma tutto  relativo.  Senz'altro non ci si gira
    in Lacoste, e si pu bere il pastis fino all'alba.
    Una notte, qualche mese fa, c'era stato un incendio nel bar di Hassan.
    Perch,  avevano  detto,  la  birra  alla  spina  era  la meno cara di
    Marsiglia. Forse era vero. Forse no.  Se ne dicono tante,  sempre.  In
    questa  citt,   ogni  storia  viene  nutrita  da  altre  storie.  Pi
    misteriose. Pi segrete. Senn,  un semplice fatto di cronaca,  e non
    vale un fico secco.
    Hassan  aveva  rifatto  il  bar.  L'intonaco  e  tutto il resto.  Poi,
    tranquillo,  come se niente fosse successo,  aveva riappeso al muro la
    foto in cui Brel,  Brassens e Ferr erano insieme.  Seduti allo stesso
    tavolo.  Per Hassan,  quella foto era  un  simbolo.  Anche  una  buona
    referenza.  Da  lui  non  si  ascoltava qualsiasi cosa.  La musica era
    musica solo  se  aveva  sentimento.  Entrando,  sentii  infatti  Ferr
    cantare:

    "Oh Marsiglia si direbbe che il mare abbia pianto
    Quelle parole che camminavano abbracciate per strada
    E che ora non volano pi con lo stesso slancio
    Sulle labbra della tua gente imbalsamata dalla tristezza
    Oh Marsiglia..."

    Mi  ero  seduto  a  un  tavolo,  in  mezzo  a un gruppo di ragazzi che
    conoscevo  un  po'.   Frequentatori  abituali.   Mathieu,   Vronique,
    Sbastien,  Karine,  Cdric.  Quando mi ero seduto avevo pagato il mio
    giro e ora i giri continuavano a  succedersi.  Sonny  Rollins  suonava
    "Without  a  song".  Con Jim Hall alla chitarra.  Era il suo album pi
    bello, "The Bridge".
    Mi faceva un gran bene stare l, in un mondo normale.  Con dei ragazzi
    sani. Ad ascoltare risate sincere. Discussioni che navigavano, felici,
    sui fumi dell'alcol.
    Ma  cazzo,  non  dobbiamo sbagliare bersaglio urlava Mathieu.  Cosa
    vuoi fottere i parigini! E' lo stato che dobbiamo fottere!  I parigini
    sai che sono?  I pi colpiti e basta. Perch vivono vicino allo stato.
    Noi siamo lontani, allora stiamo meglio, per forza.
    L'altra Marsiglia.  Con un  pizzico  di  tradizione  libertaria.  Qui,
    durante  la  Comune  del  1871,  la bandiera nera aveva sventolato per
    quarantott'ore sopra la prefettura.  Nel giro  di  cinque  minuti,  di
    colpo, si sarebbero messi a parlare di Bob Marley. Dei giamaicani. Per
    dimostrarsi  che  avere due culture  senz'altro meglio per capire gli
    altri. E il mondo. Potevano passare la notte a parlare di questo.
    Mi alzai e mi  aprii  un  varco  fino  al  banco  per  raggiungere  il
    telefono.  Rispose  al  primo  squillo,  come  se  fosse stata l,  ad
    aspettare.
    Sono Montale dissi. La sveglio?.
    No disse Cc. Sapevo che avrebbe richiamato. Prima o poi.
    C' suo marito?.
    E' a Frjus, per lavoro. Sar qui domani. Perch?.
    Volevo fargli una domanda.
    Forse posso risponderle io.
    Non credo.
    Ci provi.
    Ha ucciso lui Hocine?.
    Riattacc.
    Rifeci il numero. Rispose immediatamente.
    Non  una risposta dissi.
    Hassan mi mise di fronte un whisky.  Gli strizzai l'occhio in segno di
    riconoscenza.
    Non era una domanda.
    Allora, provo con questa. Dove posso contattare Mathias?.
    Perch?.
    Risponde sempre a una domanda con un'altra domanda?.
    Non sono obbligata a risponderle.
    Nama  senz'altro con lui strillai.
    Il  bar  era  strapieno.  Intorno a me la gente sgomitava.  B.B.  King
    riempiva gli amplificatori con  "Rock  my  baby",  e  tutti  gridavano
    insieme a lui.
    E allora?.
    E  allora?!  La  smetta  di  dire  cazzate!  Sa  benissimo  cosa  sta
    succedendo. E' in pericolo. E anche suo figlio.  Chiaro?  E' chiaro?!
    ripetei, urlando ancora pi forte.
    Dov' ora?.
    In un bar.
    Questo lo sento. Dove?.
    A Maralchers. Alla Plaine.
    Ho capito. Non si muova, arrivo.
    Riattacc.
    Tutto bene? chiese Hassan.
    Non lo so.
    Mi serv un altro bicchiere e brindammo. Andai a raggiungere il tavolo
    dei miei giovani amici.
    Sei in vantaggio disse Sbastien.
    I vecchi sono cos.

    Cc  riusc  a  raggiungere  il  mio  tavolo.  Tutti  gli  sguardi  si
    calamitarono su lei. Indossava pantaloni neri attillati, una maglietta
    nera,  anch'essa attillata,  e un giubbotto  jeans.  Sentii  Sbastien
    lasciarsi  scappare  un  Cazzo!  Che  bocconcino!.  Avevo  fatto una
    cazzata a farmi raggiungere qui,  ma non ero pi in grado di  valutare
    niente.  Salvo lei. La sua bellezza. Persino Jane March poteva andarsi
    a rivestire.
    Come per incanto,  trov una sedia libera e si sedette di fronte a me.
    I ragazzi si fecero immediatamente dimenticare. Si mettevano d'accordo
    per andare a vedere in giro.  All'Intermdiaire,  a due passi da l,
    dove suonava Doc Rober, un bluesman. O al Cargo,  un nuovo locale,  in
    rue  Grignan.  O  ad  ascoltare jazz,  il Mola-Bopa quartet.  Potevano
    passare ore anche a fare questo.  A parlare di posti  dove  finire  la
    notte, senza muoversi.
    Cosa bevi?.
    Quello che bevi tu.
    Feci un cenno a Hassan.
    Hai mangiato?.
    Scosse la testa.
    Ho mangiucchiato qualcosa, verso le otto.
    Beviamo qualcosa e ti porto a cena. Ho fame.
    Alz le spalle e si sistem i capelli dietro le orecchie. Il gesto che
    uccide.  Tutto  il suo viso,  libero,  era proteso verso di me.  Sulle
    labbra,  leggermente  truccate,  apparve  un  sorriso.  I  suoi  occhi
    fissarono  i  miei.  Come quelli di una belva che sta per afferrare la
    preda. Cc era cos, sembrava sempre vicina a quel limite estremo dove
    la specie umana  confina  con  la  bellezza  animale.  L'avevo  capito
    nell'istante in cui l'avevo vista.
    Adesso, era troppo tardi.
    Salute dissi.
    Perch non sapevo cos'altro dire.
    A  Cc  piaceva parlare di s,  e non esit a farlo per tutta la cena.
    L'avevo portata da Loury,  a carr Thiars,  vicino  al  porto.  Ci  si
    mangia bene, checch ne dicano Gault e Millau. C' la migliore cantina
    di vini provenzali.  Scelsi un Chateau-Sainte-Roseline.  Senz'altro il
    pi buono tra i rossi di Provenza. Il pi sensuale, anche.
    Mia madre viene da una famiglia importante.  Dall'aristocrazia colta.
    Mio padre era ingegnere. Lavorava per gli americani. Hanno lasciato il
    nord nel 1954, dopo la divisione del paese. Per lui quella partenza fu
    uno sradicamento.  Da allora non si  mai ripreso. La distanza con mia
    madre si  accentuata.  Mio padre  si  chiudeva  sempre  di  pi.  Non
    avrebbero mai dovuto incontrarsi...
    Non appartenevano allo stesso mondo. A Saigon vedevamo solo gli amici
    di mia madre. Si parlava solo di quelli che venivano dagli Stati Uniti
    o  dalla  Francia.  Gi a quell'epoca tutti sapevano che la guerra era
    persa, ma... stranamente, la guerra non si sentiva.  Vivevamo solo una
    costante oppressione. Controlli, perquisizioni notturne.
    Tuo padre  rimasto l?.
    Doveva  raggiungerci.  Cos  aveva  detto.  Non  so se lo desiderasse
    davvero.  Venne arrestato.  Abbiamo saputo che era stato internato nel
    campo  di Lolg-Giao,  a sessanta chilometri da Saigon.  Ma non abbiamo
    mai  pi  avuto  sue  notizie.  Altre  domande?  disse,   finendo  il
    bicchiere.
    Rischiano di essere pi indiscrete.
    Sorrise.  Poi,  di nuovo, fece quel gesto di spostare i capelli dietro
    le orecchie.  Ogni volta le mie difese  crollavano.  Mi  sentivo  alla
    merc di quel gesto. Lo aspettavo, lo desideravo.
    Non ho mai amato Adrien, se  questo che vuoi sapere. Ma devo tutto a
    lui.  Quando  lo  conobbi  era  pieno di entusiasmo,  di amore.  Mi ha
    permesso di scappare.  Mi ha messo al sicuro e mi ha aiutata a  finire
    gli studi.  All'improvviso,  grazie a lui,  ho recuperato la speranza.
    Per me, per Mathias. Credevo di nuovo nel futuro.
    E quando il padre di Mathias  tornato?.
    Un lampo di violenza le pass negli occhi.  Ma non si sent il  tuono.
    Rest in silenzio, poi riprese con voce pi grave.
    Il  padre  di  Mathias  era  un amico di mia madre.  Un professore di
    francese.  Mi ha fatto leggere Hugo,  Balzac,  e poi Cline.  Con  lui
    stavo  bene.  Meglio  che  con le ragazze del liceo,  che,  per i miei
    gusti, pensavano un po' troppo alle storie romantiche.  Avevo quindici
    anni e mezzo. Ero piuttosto selvaggia e molto audace...
    Una sera,  l'ho provocato.  Avevo bevuto champagne. Due coppe, forse.
    Festeggiavamo i suoi trentacinque anni. Gli ho chiesto se era l'amante
    di mia madre.  Mi ha schiaffeggiata.  La prima sberla della mia  vita.
    Gli  sono saltata addosso.  Mi ha preso tra le braccia...  E' stato il
    mio primo amore.  L'unico uomo che  abbia  amato.  L'unico  ad  avermi
    posseduta.   Lo  capisci?  disse  chinandosi  verso  di  me.  Mi  ha
    sverginata e messo un bambino nella pancia. Si chiamava Mathias.
    Si chiamava?.
    Doveva finire l'anno scolastico a Saigon.  E' stato accoltellato  per
    strada.  Stava  andando all'ambasciata di Francia per cercare di avere
    nostre notizie. E' quello che disse il direttore del liceo, dopo.
    Cc aveva incastrato il mio ginocchio tra le sue gambe,  e  mi  sentii
    invadere dal suo calore.  La sua elettricit.  Carica di emozioni,  di
    rimpianti. Di desideri. I suoi occhi erano fissi sui miei.
    Riempii i bicchieri e alzai il mio davanti a  lei.  Avevo  ancora  una
    domanda da farle. Essenziale.
    Perch tuo marito ha fatto uccidere Hocine?  Come mai era l quando 
    successo? Chi sono quei killer? Dove li ha conosciuti?.
    Sapevo che era questa la verit, o quasi. Ci avevo pensato e ripensato
    per tutta la sera. Whisky dopo whisky.  E tutto corrispondeva.  Nama,
    non sapevo come, quella sera aveva visto Adrien Fabre. Lo aveva visto.
    Lo  conosceva,  perch  era  andata diverse volte a casa dei Fabre.  A
    trovare Mathias,  il suo ex ragazzo.  E a lui aveva  raccontato  tutto
    quell'orrore.  A  lui che non amava quel padre che neppure sua madre
    amava.
    Se andassimo a parlarne a casa tua....
    Solo una cosa, Cc....
    S disse senza esitare. S, quando sei venuto,  lo sapevo.  Mathias
    mi aveva chiamato.  Pos la mano sulla mia.  Sono al sicuro, l dove
    stanno. E' la verit. Credimi.
    Non mi restava altro che crederle. E sperare che fosse vero.

    Era venuta in taxi, dunque la feci salire sulla mia carriola. Non fece
    alcun commento n sulle condizioni esterne della macchina n su quelle
    interne. C'era un odore stantio, di tabacco, sudore e pesce.  Aprii il
    finestrino  e misi una cassetta di Lightnin' Hopkins,  il mio bluesman
    preferito. "Your own fault, baby, to treat me the way you do".  E via.
    Come  nel  '14.  Come nel '40.  E come per tutte le cazzate di cui gli
    uomini sono capaci.
    Percorsi la Corniche. Per riempirmi gli occhi con la baia di Marsiglia
    e per poterla seguire come una ghirlanda di Natale.  Avevo bisogno  di
    convincermi  che  tutto  questo esisteva.  Di convincermi,  pure,  che
    Marsiglia ha un destino. Il mio. Quello di coloro che ci abitano e che
    non se ne vanno.  Non  un problema di  storia  o  di  tradizioni,  di
    geografia o di radici, di memoria o di credenze. No,  cos e basta.
    In  fondo,  malgrado tutto,  noi non siamo cos sicuri che altrove non
    sia peggio.
    A che pensi?.
    Che altrove  senz'altro peggio.  E non credo che  da  qualche  altra
    parte il mare sia pi bello.
    La sua mano, che da quando eravamo saliti in macchina si muoveva lungo
    la  mia  coscia,  si  ferm  all'altezza  dell'inguine.  Le  sue  dita
    bruciavano.
    Quello che sento del mondo fa vomitare.  La settimana scorsa,  in  un
    campo di rifugiati di Sungai Besi, in Malesia, quattromila boat-people
    vietnamiti si sono ribellati. Non so quanti morti ci siano stati... Ma
    che importanza ha?.
    Tolse la mano per accendere due sigarette. Me ne tese una.
    Grazie.
    I  grossi  numeri  azzerano la morte.  Pi ce ne sono,  meno contano.
    Troppi morti sono come l'ignoto. Lontano,  non reale.  E' vera solo la
    morte  individuale.  Quella  che  ti  tocca personalmente.  Quella che
    vediamo con i nostri occhi, o negli occhi di un altro.
    Si perse nel silenzio. Aveva ragione. Per questo sulla morte di Guitou
    non si poteva lasciar correre. No, non potevo. E neppure Glou.  E Cc
    neanche.  Capivo il suo stato d'animo.  Tornando a casa,  quella sera,
    aveva visto Guitou.  Il suo viso d'angelo.  Bello come doveva  esserlo
    anche Mathias.  Come lo erano tutti i ragazzini di quell'et. Chiunque
    siano, di qualsiasi razza. Ovunque.
    Cc aveva guardato la morte nei suoi occhi. Anche io, all'obitorio. La
    schifezza del mondo ci era saltata in faccia.  Basta  una  morte,  una
    sola,  ingiusta  e priva di senso come quella,  e tutte le atrocit di
    questa terra si mettono a urlare.  No,  non potevo abbandonare  Guitou
    nel  conto costi-benefici di questo mondo marcio.  E lasciare le madri
    in lacrime, per sempre.
    E' "chourmo"! che lo volessi o meno.
    Arrivato alla Pointe-Rouge, presi a destra,  l'avenue d'Odessa,  lungo
    il  nuovo  porto  turistico.   Poi,   ancora  a  destra  in  boulevard
    Amphitrite,  e a sinistra per  ritrovarmi  sull'avenue  de  Montredon.
    Direzione centro.
    Cosa stai facendo? chiese Cc.
    Solo  un  controllo  risposi,  dando  un'occhiata  allo  specchietto
    retrovisore.
    Non ci seguiva nessuno.  Ma volendo essere  prudente  mi  spinsi  fino
    all'avenue  des  Goumiers,  mi  infilai  nel  dedalo  di  vicoli della
    Vieille-Chapelle e tornai sull'avenue de la Madrague de Montredon.
    Abiti al confine del mondo disse,  quando imboccai la  stradina  che
    porta a les Goudes.
    E' casa mia. Il confine del mondo.
    Pos la testa sulla mia spalla.  Non conoscevo il Vietnam,  ma tutti i
    suoi odori mi vennero incontro. Appena c' del desiderio, pensai,  gli
    odori  sono  diversi.  Sempre  molto  gradevoli.  Una scusa banale per
    quello che poteva succedere.
    E avevo bisogno di scuse.  Non avevo chiamato  Glou.  E  avevo  anche
    dimenticato che andavo in giro con una pistola nel cruscotto.
    Quando  tornai  dalla  cucina  con  i  due bicchieri e la bottiglia di
    Lagavulin,  mi trovai di fronte Cc.  Nuda.  Appena  illuminata  dalla
    piccola lampada blu che avevo acceso entrando.
    Il  suo  corpo era perfetto.  Fece alcuni passi verso di me.  Sembrava
    segnata da un destino d'amore.  Ogni  suo  movimento  sprigionava  una
    volutt  trattenuta.  Sorda,  intensa.  Quasi  insopportabile  ai miei
    occhi.
    Posai i bicchieri ma non lasciai la bottiglia. Avevo veramente bisogno
    di bere.  Era a cinquanta centimetri da me.  Non  potevo  smettere  di
    guardarla.   Affascinato.   Il  suo  sguardo  era  di  un'indifferenza
    assoluta.  Sul suo viso non si muoveva un muscolo.  La maschera di una
    dea.  Opaco,  liscio.  Cos come la sua pelle,  compatta, cos tesa da
    chiamare, pensai, sia la carezza che il morso.
    Mi attaccai alla bottiglia di whisky.  Mandai gi un  bel  sorso.  Poi
    cercai  di  guardare oltre.  Dietro di lei,  verso il mare.  Al largo.
    L'orizzonte.  Alla ricerca del faro del Planier,  che  avrebbe  potuto
    indicarmi la rotta da seguire.
    Ma ero solo con me stesso.
    E con Cc ai miei piedi.
    Si era inginocchiata, la sua mano segu il contorno del mio sesso. Con
    un dito lo percorse tutto.  Poi,  slacci i bottoni, uno dopo l'altro,
    senza fretta. La punta del pene salt fuori dagli slip. I pantaloni mi
    scivolarono lungo le gambe.  Sentii i capelli di Cc sulle cosce,  poi
    la  sua  lingua.  Mi  afferr  le  natiche,  infilandoci le unghie con
    violenza.
    Ebbi voglia di gridare.
    Mandai gi un altro lungo sorso.  Mi girava la testa.  La bocca  dello
    stomaco  mi  bruciava.  Un  filo di sperma apparve sulla punta del mio
    pene. Stava per prenderlo nella sua bocca, calda e umida,  come la sua
    lingua, e la sua lingua...
    Anche con Hocine....
    Le unghie lasciarono la presa.  Tutto il corpo di Cc si accasci.  Il
    mio inizi a tremare. Per aver balbettato quelle parole. Articolandole
    a fatica.  Bevvi ancora.  Due brevi sorsate.  Poi mossi la  gamba.  Il
    corpo di Cc,  improvvisamente afflosciato, si stese sul pavimento. Mi
    tirai su i pantaloni.
    La sentii piangere, debolmente. Le passai vicino e andai a raccogliere
    i suoi vestiti.  Quando mi  inginocchiai  accanto  a  lei,  il  pianto
    aument. Era scossa dai singhiozzi. Sembrava un bruco agonizzante.
    Tieni, rivestiti, per favore.
    Lo dissi con tenerezza.
    Ma  senza toccarla.  Tutto il desiderio che avevo avuto di lei era l.
    Immutato.















    Capitolo quindicesimo.
    Nel quale anche i rimpianti appartengono alla felicit.

    Il sole si stava alzando quando accompagnai Cc alla stazione di  taxi
    pi  vicina,  che  del resto non era poi cos vicina.  Per trovare una
    macchina dovetti arrivare fino alla Vieille-Chapelle.
    Durante il tragitto,  avevamo fumato senza scambiarci una  parola.  Mi
    piaceva quell'ora buia,  prima dell'alba. Era un momento puro, che non
    apparteneva a nessuno. Inutilizzabile.
    Cc si volt verso di me.  I suoi occhi  neri  avevano  ancora  quella
    brillantezza  che  mi aveva immediatamente sedotto.  Erano leggermente
    offuscati dalla stanchezza e dalla tristezza.  Ma soprattutto,  liberi
    dalle  bugie,  avevano  perso  la  loro indifferenza.  Era uno sguardo
    umano. Con le sue ferite, le sue piaghe. E anche le sue speranze.
    Da quando avevamo cominciato a parlare,  ormai da due ore,  non  avevo
    smesso  di  bere.  La  bottiglia  di Lagavulin era finita.  Cc si era
    interrotta per chiedermi:
    Perch bevi cos tanto?.
    Ho paura avevo risposto, senza ulteriori spiegazioni.
    Anch'io ho paura.
    Non  la stessa paura. Vedi, pi si invecchia e pi il numero di atti
    irreparabili che si commettono aumenta.  Cerco di evitarli,  come  con
    te.  Ma  questi  non  sono  i peggiori.  Ce ne sono altri che non puoi
    aggirare.  Se lo fai,  la  mattina  non  ti  puoi  pi  guardare  allo
    specchio.
    E' tutto questo ti consuma?.
    S, esatto. Ogni giorno di pi.
    Era rimasta in silenzio. Persa nei suoi pensieri. Poi aveva ripreso:
    E vendicare Guitou  uno di questi atti?.
    Uccidere qualcuno  un atto irreparabile.  Uccidere il pezzo di merda
    che lo ha fatto mi sembra inevitabile.
    Avevo detto queste parole con stanchezza. Per condividerla,  Cc aveva
    posato la mano sulla mia.
    Parcheggiai  dietro  l'unico  taxi fermo al posteggio.  Un autista che
    iniziava la sua giornata.
    Cc pos le labbra sulle mie.  Un bacio  furtivo.  L'ultimo.  L'unico.
    Perch  sapevamo  che  ci che non era stato possibile compiere non si
    sarebbe mai compiuto. Anche i rimpianti appartengono alla felicit.
    La vidi salire sul taxi senza voltarsi.  Come Mourad.  Il taxi part e
    quando persi di vista le luci di posizione feci dietrofront e tornai a
    casa.
    Dormire, finalmente.

    Mi stavano scuotendo piano,  dalle spalle.  Fabio...  Fabio... Ohi!.
    Conoscevo quella voce. Mi era familiare. La voce di mio padre.  Ma non
    avevo voglia di svegliarmi per andare a scuola. No. E poi, ero malato.
    Avevo la febbre.  Ecco,  s. Almeno trentanove. Il mio corpo bruciava.
    Quello che volevo era la colazione a letto.  E leggere  "Tarzan".  Ero
    sicuro  che fosse mercoled.  Il nuovo numero di "Avventure di Tarzan"
    doveva essere appena uscito. Mia madre sarebbe andata a comprarlo. Non
    poteva dirmi di no, perch ero malato.
    Fabio.
    Non era la voce di mio padre.  Ma l'intonazione era la stessa.  Dolce.
    Sentii  una  mano  sulla testa.  Dio mio,  come faceva bene!  Provai a
    muovermi.  Un braccio.  Il destro,  credo.  Pesante.  Come un  tronco.
    Merda!  Ero incastrato sotto un albero.  No. Avevo avuto un incidente.
    La mia mente si stava svegliando. Un incidente in macchina. Tornando a
    casa. Ecco. Non avevo pi le braccia. Forse neppure le gambe.
    No! urlai, voltandomi.
    Cazzo!  Non c' bisogno di urlare come un forsennato  disse  Fonfon.
    Ti ho toccato appena!.
    Mi tastai dappertutto.  Sembravo sano.  Tutto intero. E vestito. Aprii
    gli occhi.
    Fonfon. Honorine. La mia camera. Sorrisi.
    Accidenti,  mi hai messo una bella  strizza.  Credevo  che  ti  fosse
    successo  qualcosa.  Un  infarto.  O non so che.  Allora sono andata a
    chiamare Fonfon.
    Se devo morire,  il giorno prima ti lascio un biglietto.  Sul tavolo.
    Per non metterti paura.
    Ehi disse Fonfon a Honorine, appena sveglio deve subito sfottere! E
    io che perdo tempo con le sue cazzate! Non ho pi l'et, accidenti.
    Vacci piano,  Fonfon. Ho un tale casino in testa... Mi hai portato un
    caff?.
    S,  e  poi  che  altro?  Cornetto,  brioche.  Sul  vassoio,  per  il
    signore!.
    Beh, sarebbe stato carino da parte tua.
    Ma vaffanculo!.
    Il caff  quasi pronto disse Honorine. E' sul fuoco.
    Mi alzo.
    Era una giornata splendida.  Niente nuvole.  Niente vento.  Ideale per
    andare a pesca,  se si ha tempo.  Guardai la  mia  barca.  Era  triste
    quanto  me  di  non poter uscire in mare,  neppure oggi.  Fonfon aveva
    seguito il mio sguardo.
    Senti,  prima di domenica,  troverai il tempo per andare a far visita
    ai pesci, o li devo ordinare?.
    Ordina i frutti di mare,  quelli s. Ma al pesce ci penso io. Quindi,
    non venire a far casino.
    Sorrise e fin il caff.
    Bene,  io vado.  I clienti inizieranno a perdere la pazienza.  Grazie
    per  il  caff,  Honorine.  Si  volt  verso di me e con tono paterno
    disse: Passa da me, prima di andartene.
    Era bello averli vicini,  Honorine e Fonfon.  Con loro c'era sempre la
    sicurezza del domani.  Superata una certa et,  come se la vita fosse
    eterna.  Si fanno progetti per il giorno dopo e  per  il  giorno  dopo
    ancora.  E per la domenica successiva,  e quelle a venire.  E i giorni
    vanno avanti. Una vittoria sulla morte.
    Ti preparo un altro caff.
    Grazie Honorine. Sei un angelo.
    E torn in cucina.  La  sentii  sfaccendare.  Svuotare  i  posacenere,
    lavare i bicchieri.  Buttare le bottiglie.  Visto l'andazzo mi avrebbe
    anche cambiato le lenzuola.
    Accesi una sigaretta.  Un sapore schifoso,  come sempre la  prima.  Ma
    avevo  voglia  di  sentirne l'odore.  Non sapevo ancora bene in che mi
    pianeta mi trovavo.  Avevo l'impressione  di  nuotare  controcorrente.
    Quel tipo di sensazione l.
    Dal  cielo  al mare,  era un'infinita variet di blu.  Per il turista,
    quello che viene dal nord, dall'est o dall'ovest, il blu  sempre blu.
    Solo dopo,  quando ci si sofferma a guardare il cielo e  il  mare,  ad
    accarezzare con gli occhi il paesaggio, se ne scoprono altre tonalit:
    il  blu  grigio,  il  blu  notte e il blu mare,  il blu scuro,  il blu
    lavanda. O il blu melanzana, nelle sere di temporale. Il blu verde. Il
    blu rame del tramonto,  prima del mistral.  O quel blu  cos  pallido,
    quasi bianco.
    Ehi! Dormi?.
    Pensavo, Honorine. Pensavo.
    Beh,  vista  la  tua faccia non ne vale la pena.  Meglio non pensare,
    piuttosto che farlo a met, diceva la mia povera mamma.
    Non c'era niente da dire.
    Honorine si sedette,  avvicin la sedia,  si sistem la  gonna,  e  mi
    guard bere il caff. Posai la tazza.
    Non  tutto.  Glou ha telefonato due volte.  Alle otto e alle nove e
    un quarto. Le ho detto che dormivi. Beh, era vero.  E che non ti avrei
    svegliato subito. Perch eri andato a letto tardi.
    Mi guard con occhi maliziosi.
    Che ore sono?.
    Quasi le dieci.
    Diciamo pure che non ci sono andato a letto. Era preoccupata?.
    Beh,  non   questo.  Tacque,  provando a fare la faccia arrabbiata.
    Hai fatto male a  non  chiamarla.  E'  una  madre,    chiaro  che  
    preoccupata.  E'  rimasta  a  mangiare  al  New  York,  nel caso fossi
    passato.  C'era un messaggio  per  te  in  albergo.  A  volte  non  ti
    capisco.
    E' meglio non farlo, Honorine. La chiamer.
    S,  perch  il  suo...  Alex  vuole che torni a Gap.  Dice che se la
    sbrigher lui con te,  per quanto riguarda Guitou.  Che  non  serve  a
    niente che lei rimanga a Marsiglia.
    S  dissi  pensieroso.  Forse  lui  lo  sa gi.  Magari ha letto il
    giornale.  E vuole  prendere  tempo  con  lei.  Non  so.  Non  conosco
    quell'uomo.
    Mi  guard  a lungo.  C'era un turbine nella sua mente.  Di nuovo,  si
    sistem la gonna.
    Senti, pensi che sia una persona perbene? Per lei, voglio dire.
    Stanno insieme da dieci anni, Honorine. Ha cresciuto i ragazzini.
    Per me,  una persona perbene....  Si ferm  a  pensare.  Sar  pure
    all'antica,  ma insomma...  va bene,  ha chiamato...  ma poteva venire
    fino a qui, no? Presentarsi...  Capisci cosa voglio dire?  Non lo dico
    per  me.  Ma non  bello nei tuoi confronti.  Non sappiamo neppure che
    faccia abbia.
    Ascolta,  Honorine,  quell'uomo  arrivato da Gap.  Era stato via per
    diversi giorni,  tornato a casa ha saputo della scomparsa di Guitou...
    Sicuramente la cosa che gli premeva di pi era vedere subito Glou. Il
    resto....
    S disse poco convinta. Comunque  strano....
    Vedi problemi ovunque.  Ce ne  sono  gi  abbastanza,  non  credi?  E
    poi....  Cercavo di trovare validi argomenti. Vuole vedere insieme a
    me cosa si pu fare, no? Glou cosa ne pensa di quest'idea?.
    Non  ha  voglia  di  tornare  a  casa.  E'  preoccupata,   poveretta.
    Completamente smarrita.  Dice di avere i giramenti di testa. Credo che
    inizi a pensare al peggio.
    Il suo peggio  ancora molto lontano dalla realt.
    Per questo ha telefonato.  Per parlarne con te.  Per sapere qualcosa.
    Ha  bisogno  di  essere rassicurata.  Se le dici di tornarsene a casa,
    forse ti ascolter... Non potrai nasconderle la verit per molto.
    Lo so.
    Squill il telefono.
    Quando si parla del lupo... disse Honorine.
    Ma non era Glou.
    Sono Loubet.
    Aveva la voce dei brutti giorni.
    Salve, qualche novit?.
    Dove sei stato tra mezzanotte e le quattro del mattino?.
    Perch?.
    Montale,   sono  io  che  faccio  le  domande.   Ti  conviene:  primo
    rispondere,  secondo  non  bluffare.  E'  meglio  per te.  Dunque,  ti
    ascolto.
    A casa mia.
    Solo?.
    Su Loubet, spiegati!.
    Rispondi, Montale. Solo?.
    No. Con una donna.
    Sai come si chiama, spero.
    Non posso, Loubet. E' sposata e....
    Quando rimorchi una donna,  prima informati.  Dopo,   troppo  tardi,
    coglione!.
    Cazzo, Loubet! Ma a cosa stai giocando? Che vuoi da me?.
    Ascoltami  bene,  Montale.  Posso  accollarti  un omicidio.  A te e a
    nessun altro.  Lo capisci?  O devo venire l  a  spiegartelo?  Con  le
    sirene e tutto il resto.  Dimmi il suo nome.  Se ci sono testimoni che
    vi  hanno  visto  insieme.  Prima,  durante,  dopo.  Verifico  la  tua
    versione,  riattacco  e  ti  presenti qui entro un quarto d'ora.  Sono
    stato chiaro?.
    La moglie di Adrien Fabre. Cc.
    Gli raccontai i dettagli. La serata.  I luoghi.  E la notte.  Insomma,
    quasi. Per il resto poteva pensare ci che voleva.
    Perfetto  disse.  La  sua  voce  si addolc.  La deposizione di Cc
    concorda con la tua.  Non ci resta che controllare  il  taxi.  E  sar
    tutto o.k.  Di,  vieni!  Adrien Fabre  stato ammazzato,  stanotte, a
    boulevard des Dames. Tra le due e le quattro. Tre colpi in testa.
    Era ora che uscissi dal coma.

    Chiss perch, ci sono giorni in cui va tutto storto. Al Rond-Point de
    la Plage, l dove il David - una copia di Michelangelo - mostra la sua
    nudit al mare,  c'era appena stato un incidente.  Ci deviarono  verso
    avenue  du  Prado  e  il  centro.  All'incrocio  Prado-Michelet si era
    formato un ingorgo fino a place Castellane. Presi a destra,  boulevard
    Rabatu,  poi,  per  disperazione  la  rocade  du  Jarret.  Cos potevo
    raggiungere il porto costeggiando  il  centro.  Questo  raccordo,  che
    copre  un piccolo corso d'acqua,  ora  una fogna a sfogo diretto ed 
    uno dei punti pi brutti di Marsiglia.
    Superato Chartreux,  vidi il cartello Malpass - La Rose - le Merlan
    ed ebbi un'improvvisa intuizione: sapevo dove si era rifugiata Pavie.
    Non  esitai  un  attimo.  Per non aver inserito la freccia,  mi beccai
    diversi colpi di clacson.  Loubet  aspetter,  pensai.  Poteva  essere
    andata solo l.  Da Arno.  In quella topaia dove aveva vissuto felice.
    Tra le grinfie di Saadna.  Avrei dovuto pensarci prima,  per Dio!  Che
    fesso.
    Tagliai  attraverso  Saint-Jrome  e  le  villette  dove  vivevano gli
    armeni.  Passai davanti alla facolt di scienze e arrivai  a  traverse
    des  Paquerettes.  Proprio  sopra  lo sfasciacarrozze di Saadna.  Come
    l'altra volta.
    Parcheggiai a rue du Muret, lungo il canale di Provence, poi proseguii
    fino a casa di Arno.  Sentii strillare la  radio  di  Saadna,  pi  in
    basso,  verso  lo sfasciacarrozze.  L'aria era impestata dall'odore di
    gomma bruciata.  Un fumo nero saliva verso il  cielo.  Quel  pezzo  di
    merda  continuava a bruciare i vecchi pneumatici.  C'erano state delle
    petizioni,  ma Saadna se ne fotteva.  C'era da  credere  che  mettesse
    strizza anche agli sbirri.
    La porta di Arno era aperta.  Una veloce occhiata all'interno conferm
    i miei timori.  C'erano lenzuola e  coperte  appallottolate.  A  terra
    c'erano  diverse  siringhe.  Dio  mio,  perch non se n'era tornata al
    Panier? A casa di Randy. Loro avrebbero saputo...
    Scesi verso lo sfasciacarrozze nel modo pi discreto possibile. Niente
    Pavie in giro. Vidi Saadna infornare gli pneumatici nei bidoni dove li
    faceva bruciare. Poi spar.  Feci ancora alcuni passi,  per cercare di
    sorprenderlo.  Sentii  lo scatto del coltello a serramanico.  Alle mie
    spalle.
    Ti ho sentito, rotto in culo! Cammina disse puntandomi la lama sulla
    schiena.
    Entrammo da lui.  Afferr il fucile da caccia e lo caric.  Poi chiuse
    la porta.
    Dov'?.
    Chi?.
    Pavie.
    Scoppi a ridere. Una terribile puzza di alcol.
    Anche  tu avevi voglia di scopartela?  Non mi stupisce.  Ti di tante
    arie ma sei solo un pezzo di merda.  Come quell'altro.  Il  tuo  amico
    Serge.  Ma  lui  non le avrebbe fatto del male a Pavie.  Non aveva una
    grande passione per le tope. Preferiva i culetti dei ragazzini.
    Ti spacco la faccia, Saadna.
    Non darti tante arie disse agitando  il  fucile.  Siediti  l.  Mi
    indic un vecchio divano lurido,  di cuoio marroncino. Ci si affondava
    come nella merda.  Quasi rasoterra.  Difficile potersi muovere da  l.
    Non  lo  sapevi  questo,  eh  Montale?  Che il tuo amico Serge era un
    frocio della peggiore razza. Uno che inculava i bambini.
    Prese una sedia e si sedette a una certa distanza da me.  Vicino a  un
    tavolo  di  formica dove c'erano una bottiglia di rosso e un bicchiere
    lercio. Lo riemp.
    Ma che stronzate dici?.
    Ah! Ah! Sono ben informato,  io.  So parecchie cose.  Credi sul serio
    che  lo  abbiano  cacciato  dal  lavoro perch facevate comunella?  Lo
    sbirro e il curato! Col cazzo!. Si mise a ridere. Una risata di denti
    neri. C'erano state delle denunce. Per esempio i genitori del piccolo
    Jos Esparagas.
    Non potevo crederci.  Jos Esparagas era un ragazzino gracile.  Figlio
    unico,  madre  nubile.  A  scuola lo maltrattavano tutti.  Lo zimbello
    della classe. Si faceva picchiare. E,  soprattutto,  sfruttare.  Cento
    franchi  qui,  cento  franchi  l.  Il  giorno  in cui gli chiesero di
    tornare con mille franchi, tent il suicidio. Non ne poteva pi. Avevo
    beccato i due ragazzini che lo facevano dannare. Serge era intervenuto
    e aveva fatto cambiare liceo a Jos. Per diversi mesi Serge era andato
    a casa loro, ad aiutare Jos a mettersi in pari con il programma. Jos
    aveva preso la maturit.
    Chiacchiere. Dimmi piuttosto dov' Pavie.
    Si vers un bicchiere di vino rosso e lo mand gi in un solo colpo.
    Allora  vero, anche tu stai dietro a quella puttanella. L'altra sera
    vi siete mancati per un pelo.  Quando sei andato via,  lei  arrivata.
    Che  sfortuna!  Ma  io c'ero.  Ci sono sempre.  Chi mi cerca mi trova.
    Sempre pronto a fare favori. Sono servizievole, io. Aiuto gli altri.
    Taglia.
    Non mi crederai. Ti ha visto quando hanno sparato a Serge e sei corso
    verso di lui.  Ma quando sono arrivati gli sbirri,  ha avuto  strizza.
    Allora  filata via,  con la macchina.  Disperata. Ha girato per tutta
    la citt.  Poi  venuta qui.  Era sicura che saresti  venuto.  Che  ci
    avresti  pensato.  L'ho  lasciata parlare.  Mi divertivo.  Soprattutto
    sentire che ti prendeva per Zorro.  Allora glielo  ho  detto.  Che  te
    n'eri appena andato.  Di nuovo,  scoppi a ridere.  Che eri scappato
    come un coniglio quando avevi visto questo!.  Alz il fucile.  E che
    non  saresti  tornato  tanto  presto.  Dovevi  vedere  la  sua faccia!
    Impalata l,  con le braccia ciondoloni,  non pi tanto sicura  di  s
    come quando stava con Arno.  Allora le si poteva guardare il culo,  ma
    non le si potevano mettere le mani addosso.  Beh,  vedi,  ora  avrebbe
    voluto.  Se le procuravo una piccola dose.  Sono servizievole, come ti
    ho detto. Ho solo fatto una telefonata. La roba non manca mai.  Potevo
    fornirgliela.
    Dov'? gridai attanagliato dall'angoscia.
    Trangugi un altro bicchiere.
    Me  la  sono fatta un paio di volte.  Mi  costata un po'.  Ma valeva
    comunque la pena.  Un  pochino  sfiorita,  Pavie.  A  furia  di  farsi
    fottere,  capisci...  Ma  ha  belle  tette  e un culetto grazioso.  Ti
    sarebbe piaciuta, credo. Sei un vecchio vizioso come me,  io lo so.  E
    vai, giovinezza! pensavo mentre me la scopavo.
    Scoppi  di nuovo a ridere.  Il mio odio cresceva ogni istante di pi.
    Pericolosamente.   Puntai  i  piedi  per  poter  scattare  alla  prima
    occasione.
    Non  muoverti,  Montale disse.  Non sei altro che un vizioso,  e ti
    tengo  d'occhio.   Se  muovi  un  dito   ti   sparo.   Sui   coglioni,
    preferibilmente.
    Dov'? chiesi di nuovo con la massima calma possibile.
    Non mi crederai, quella stronza aveva una scimmia tale che si  fatta
    un  buco che l'ha mandata all'altro mondo.  Deve essersi sballata come
    mai nella sua cazzo  di  vita!  Che  stronza.  Aveva  tutto,  qui.  Da
    dormire,  da mangiare.  Tutti i trip possibili e immaginabili, offerti
    dalla casa. E io, per scoparla qua e l.
    E' te che non ha sopportato. Stronzo di merda.  Anche da strafatti si
    sanno riconoscere le chiaviche.  Cosa ne hai fatto,  Saadna? Rispondi!
    Per Dio!.
    Rise.  Una risata nervosa,  stavolta.  Si riemp un bicchiere di  quel
    vinaccio e lo mand gi. Con gli occhi rivolti all'esterno della casa.
    Poi,  con  la  testa,  indic la finestra.  Si vedeva il fumo alzarsi,
    nero, grasso. Un nodo in gola.
    No dissi debolmente.
    Cosa volevi che facessi?  Che la seppellissi nel campo?  E  che  ogni
    sera  le  portassi i fiori?  La tua Pavie era solo una puttana.  Buona
    solo a farsi fottere. Non era vita la sua, non credi?.
    Chiusi gli occhi.
    Pavie.
    Urlai come un pazzo.  Per sfogare  la  rabbia.  Come  se  mi  avessero
    infilato  nel cuore un ferro rovente.  Mi sfilarono davanti agli occhi
    tutte le immagini pi orribili.  I carnai di Auschwitz.  Di Hiroshima.
    Del  Ruanda.  Della  Bosnia.  Un  grido di morte.  Il grido di tutti i
    fascismi del mondo.
    Da vomitare.
    Veramente.
    E scattai a testa bassa.
    Saadna non cap. Atterrai su di lui come un ciclone. La sedia barcoll
    e anche Saadna. Il fucile gli sfugg di mano. Lo afferrai dalla canna,
    lo sollevai e colpii pi forte possibile sul suo ginocchio.
    Lo sentii rompersi. E mi sentii liberato.
    Saadna non aveva neppure urlato. Era svenuto.













    Capitolo sedicesimo.
    Nel quale si ha un appuntamento con le ceneri fredde dell'infelicit.

    Svegliai Saadna con una secchiata d'acqua.
    Stronzo url.
    Ma era incapace di fare il minimo sforzo.  Lo afferrai per il collo  e
    lo  tirai  verso  il  divano.  Appoggi  la  schiena  contro  uno  dei
    braccioli. Puzzava di merda. Si era cacato addosso.  Ripresi il fucile
    dalla canna, con due mani.
    La  gamba  matta  non    niente,  Saadna.  Ti  faccio  fuori l'altro
    ginocchio. Non potrai camminare mai pi. Credo che ti fracasser anche
    i gomiti.  Sarai solo una larva.  Avrai  un  unico  sogno,  quello  di
    crepare.
    Ti devo far vedere una cosa.
    Troppo tardi per fare il furbo.
    Una  cosa  che  ho  trovato  nella  macchina  di  Serge,  quando l'ho
    smontata.
    Parla.
    La smetti di colpirmi?.
    Non sarei stato pi capace di colpirlo con la  violenza  e  l'odio  di
    prima.  Mi  sentivo  vuoto.  Come  se  appartenessi al mondo dei morti
    viventi.  Senza pi nulla all'interno del corpo.  Solo vomito al posto
    del sangue. Mi girava la testa.
    Parla, poi vedremo.
    Neppure la mia voce era pi la stessa.
    Mi guard, pensando di avermi di nuovo in pugno. Per lui la vita erano
    solo intrallazzi e imbrogli. Sorrise.
    C'era,  attaccato  con  lo scotch alla ruota di scorta,  un quaderno.
    Dentro un sacchetto di plastica.  Un bel lavoretto.  Con un  sacco  di
    roba scritta dentro. Non ho letto tutto. Perch non me ne fotte niente
    degli  arabi,  dell'Islam,  eccetera eccetera.  Cazzo,  per me possono
    crepare tutti! Ma c'erano elenchi di nomi e indirizzi. Una "cit" dopo
    l'altra. Una specie di rete,  direi.  Documenti falsi.  Grana.  Droga.
    Armi.  Ti  do  il quaderno e ti togli dalle palle.  Dimentichi tutto e
    dimentichi anche me. Non avremo pi nulla a che fare tu e io.
    Avevo buoni motivi per credere che un quaderno  di  appunti  esistesse
    davvero. Non sapevo cosa stesse combinando Serge, ma lo conoscevo, era
    un tipo coscienzioso.  Quando lavoravamo insieme,  prendeva appunti su
    tutto, giorno dopo giorno.
    Ti sei visto,  Saadna?  O mi dici dov' quel cazzo di quaderno  o  ti
    faccio nero di botte.
    Non credo che ce la fai, Montale. Sei proprio il tipo che ha le palle
    solo quando  pieno di odio. Ma a sangue freddo, non vali niente. Di,
    picchia.
    Tese la gamba verso di me. Evitai di guardarlo negli occhi.
    Dov' il quaderno?.
    Giuralo sui tuoi vecchi.
    Chi ti dice che mi interessa quel fottuto quaderno?.
    Cazzo!  E' una vera e propria guida. Lo leggi e poi ne fai quello che
    ti pare.  Lo fai fuori o lo vendi.  Con quello tieni tutti  in  pugno.
    Solo  con la minaccia di strappare una pagina gli puoi far cacciare un
    sacco di grana.
    Dimmi dov', poi ti giuro che me ne vado.
    Hai una sigaretta?.
    Accesi  una  sigaretta  e  gliela  misi  tra  le  labbra.  Mi  guard.
    Ovviamente non si fidava. E io non ero tanto certo di non avere voglia
    di buttarlo nei bidoni, insieme alle gomme.
    Allora?.
    Nel cassetto del tavolo.
    Era un grosso quaderno.  Le pagine erano coperte della scrittura fitta
    e sottile di Serge.  Lessi a casaccio: I militanti sfruttano a  fondo
    il campo dell'aiuto sociale, trascurato dall'amministrazione comunale.
    Portano avanti obiettivi umanitari quali il tempo libero,  il sostegno
    scolastico,  l'insegnamento dell'arabo.  E  ancora:  L'obiettivo  di
    questi   agitatori  supera  ampiamente  la  lotta  alla  tossicomania.
    S'inquadra nella prospettiva di una guerriglia urbana.
    Ti piace? disse Saadna.
    La seconda met del quaderno somigliava a una rubrica. La prima pagina
    iniziava con questo commento: I quartieri nord traboccano di  giovani
    "beurs"  pronti  a fare i kamikaze.  Chi li manovra  conosciuto dalla
    polizia (vedi Abdlekader).  Sopra di loro ci sono  altri  capi.  Molti
    altri.
    Per la Bigotte,  un unico nome.  Quello di Redouane. C'era scritto ci
    che Mourad mi aveva raccontato. Con maggiori dettagli.  Tutto quel che
    Redouane non aveva confidato al fratello.
    I due padrini di Redouane,  nei quartieri nord, erano Nacer e un certo
    Hamel.  Tutti e due,  precisava la scheda,  sono militanti agguerriti.
    Dal  1993.  Prima  facevano  parte del servizio d'ordine del Movimento
    islamico della giovent.  Hamel  era  addirittura  stato  responsabile
    della  sicurezza  al  grande  meeting  di  sostegno alla Bosnia,  a La
    Plaine-Saint-Denis.
    L'estratto di un articolo del  "Nouvel  Observateur"  menzionava  quel
    meeting.  In  tribuna  troviamo  l'addetto  culturale dell'ambasciata
    dell'Iran e un algerino,  Rachid Ben Aissa,  intellettuale vicino alla
    Fraternit  algerina  in  Francia.  Rachid Ben Aissa non  una persona
    qualunque. E' stato promotore di numerose conferenze,  negli anni '80,
    al centro islamico iraniano della rue Jean-Bart,  a Parigi.  E' l che
    sono  stati  reclutati  la  maggior  parte  dei  membri   della   rete
    terroristica  diretta  da  Fouad  Ali  Salah,  che  ha  fomentato  gli
    attentati del 1986 a Parigi.
    Redouane,  prima di  partire  per  Sarajevo,  nella  Settima  brigata
    internazionale  dei Fratelli musulmani,  aveva partecipato a corsi di
    sopravvivenza, ai piedi del monte Ventoux.
    Un tale Rachid  (Rachid  Ben  Aissa?  si  chiedeva  Serge)  si  occupa
    dell'organizzazione  e  dell'alloggio,  nei  casolari del villaggio di
    Bdoin,  ai piedi del monte  Ventoux.  Una  volta  seguiti  i  corsi,
    precisava,  non  si pu pi tornare indietro.  I recalcitranti vengono
    minacciati. Viene ricordato, con foto alla mano, la sorte riservata ai
    traditori in Algeria. Foto di uomini marchiati come le pecore. Questi
    corsi commando continuano al ritmo di uno a trimestre.
    Un certo Arroum accompagnava le  giovani  reclute  in  Bosnia.  Questo
    Arroum era saldamente protetto.  Membro del Lowafac Foundation, la cui
    sede si trova a Zagabria,  era accreditato,  per  ciascuna  delle  sue
    missioni in Bosnia,  dall'Alto Commissariato ai rifugiati dell'Onu.  A
    margine, Serge aveva scritto: Arroum arrestato il 28 marzo.
    La scheda di Redouane si concludeva cos:  Dopo  il  suo  ritorno  ha
    partecipato  soltanto  ad  azioni  antispaccio  d'eroina.  Non  sembra
    sufficientemente affidabile.  Da tenere sotto controllo.  Non  ha  pi
    alcun riferimento.  Istruito da Nacer e Hamel. Dei duri. Pu diventare
    pericoloso.
    Cosa stava preparando, Serge? Un'inchiesta?.
    Saadna ridacchi.
    Si era convertito. Un po' controvoglia,  ma...  Lavorava per gli R.G.
    (8).
    Serge!.
    Quando  lo hanno licenziato,  gli R.G.  gli si sono fiondati addosso.
    Con un fascicolo pieno di testimonianze di genitori. Denunce. Del tipo
    che si faceva i ragazzini.
    Che pezzi di  merda,  pensai.  Era  un  loro  metodo  tipico.  Pur  di
    infiltrarsi  in  una  rete,  qualunque  fosse,  erano  pronti a tutto,
    approfittandosi di persone in difficolt: malavitosi pentiti, algerini
    in situazione illegale...
    E dopo?.
    Dopo cosa?  Non so se siano vere quelle storie sui ragazzetti.  Ma  
    vero  che  quella  mattina,  quando  sono  sbarcati  a casa sua con il
    fascicolo,  era a  letto  con  un  altro  frocio.  Non  aveva  neppure
    vent'anni.  Cazzo, forse neanche maggiorenne. T'immagini, Montale! Che
    schifo!  Pronto per la galera.  Mi dirai che  alle  Baumettes  avrebbe
    potuto farselo infilare tutte le sere.
    Mi alzai e ripresi il fucile in mano.
    Ancora un'altra stronzata e ti faccio fuori l'altro ginocchio.
    Qualsiasi cosa dica... lui rimane l dov'.
    Appunto. Come sai tutte queste cose?.
    E' stato Due Teste a raccontarmelo. Lui e io andiamo d'accordo.
    Sei stato tu a dirgli che Serge abitava da te?.
    Annu.
    Serge,  rovistando nella merda,  non faceva contenti tutti. Due Teste
    non rompe i coglioni a quelli che sono segnati l nel quaderno.  Anzi,
    dice  che fanno pulizia.  Tolgono di mezzo gli spacciatori e tutti gli
    altri. Fanno abbassare le statistiche. Ed  un grosso vantaggio. Verr
    il momento,  dice,  quando i barbuti saranno i padroni in Algeria,  in
    cui  tutti  questi sporchi arabi verranno messi sulle navi.  Ritorno a
    casa.
    Cosa cazzo ne sa quello stronzo?.
    E' una sua opinione. Non  male.
    Ripensai ai volantini  del  Fronte  nazionale,  dentro  il  Corano  di
    Redouane.
    Capisco.
    Correva voce che ci fosse una spia nelle "cits".  Due Teste mi aveva
    chiesto di informarmi.  Accidenti se  l'ho  fatto.  Ce  l'avevo  sotto
    mano.
    Rise.
    Due Teste mi aveva preso per coglione,  in commissariato. Trovarmi l,
    alla Bigotte,  doveva averlo  preoccupato.  Non  era  previsto.  Aveva
    senz'altro  pensato che la mia presenza sul luogo dell'omicidio avesse
    dietro qualcosa. Serge e io, una squadra. Come prima.
    Improvvisamente capii perch nessuno aveva aperto bocca sulla morte di
    Serge. Nessuna pubblicit per un tizio degli R.G.  che si fa stendere.
    Nessuna eco.
    Hai parlato con qualcuno del quaderno?.
    Mi fa male disse.
    Mi accovacciai di fronte a lui.  Non troppo vicino.  Non per paura che
    mi saltasse addosso,  ma per via della puzza che emanava.  Chiuse  gli
    occhi.  Per il dolore.  Appoggiai leggermente il calcio del fucile sul
    ginocchio rotto. Spalanc gli occhi. Uno sguardo pieno di odio.
    A chi ne hai parlato, pezzo di merda?.
    Ho solo detto a Due Teste che poteva  fare  un  colpaccio.  Un  certo
    Boudjema Ressaf. Un tizio espulso dalla Francia nel 1992. Un militante
    del Gia.  Serge lo aveva identificato.  Al Plan d'Aou.  E' scritto nel
    quaderno. Dove abita, eccetera eccetera.
    Gli hai parlato del quaderno?.
    Abbass la testa.
    S, glielo ho detto.
    Ti ricatta, vero?.
    S.
    Quando l'hai chiamato?.
    Due ore fa.
    Mi alzai.
    Mi stupisce che tu sia ancora vivo.
    Cosa?.
    Se Due Teste non rompe i coglioni  ai  barbuti  significa  che    in
    combutta con loro, coglione. Me lo hai spiegato tu stesso.
    Credi?  balbett,  tremando  dalla  fifa.  Passami  un goccio,  per
    favore.
    Cazzo, pensai,  si cacher di nuovo addosso.  Riempii il bicchiere del
    suo schifoso vino e glielo tesi. Era urgente che tagliassi la corda.
    Guardai Saadna.  Non sapevo neanche pi se poteva essere incluso nella
    categoria degli esseri umani.  Accasciato contro il divano,  ripiegato
    su se stesso,  sembrava un foruncolo pieno di pus.  Saadna cap il mio
    sguardo.
    Senti, Montale... non mi farai mica fuori, spero.
    Nello stesso istante si sent un rumore. Un rumore di bottiglie rotte.
    Da un mucchio di ferri vecchi si alzarono delle fiamme,  sulla destra.
    Esplose un'altra bottiglia. Delle molotov, che stronzi! Mi accovacciai
    e con il fucile in mano, raggiunsi la finestra.
    Vidi Redouane correre verso l'uscita dello sfasciacarrozze.  Nacer non
    doveva essere lontano. E l'altro, Hamel,  era l anche lui?  Non avevo
    certo voglia di morire in quella topaia.
    Neppure  Saadna.  Si trascin verso di me,  gemendo.  Sudava a fiotti.
    Puzzava di morte. Di merda e di morte.  Tutto ci che era stata la sua
    vita.
    Salvami, Montale. Sono pieno di soldi.
    E quella schifezza si mise a frignare.
    Lo  sfasciacarrozze  prese  fuoco  tutto  in una volta.  Vidi arrivare
    Nacer. Con un salto raggiunsi la porta d'ingresso.  Caricai il fucile.
    Ma Nacer non bad a entrare.  Lanci attraverso la finestra aperta una
    di quelle fottutissime bottiglie.  Si fracass in fondo  alla  stanza.
    Dove Saadna era seduto qualche minuto prima.
    Montale gridava, non mi lasciare.
    Il  fuoco  stava raggiungendo la sua catapecchia.  Corsi a prendere il
    quaderno sul tavolo.  Lo infilai dentro la camicia.  Tornai  verso  la
    porta  aprendola  lentamente.  Ma sapevo che non mi avrebbero sparato.
    Redouane e Nacer dovevano gi essere lontani.
    Il calore mi prese alla gola.  L'aria era  solo  un'immensa  puzza  di
    bruciato.  Ci fu un'esplosione.  Benzina,  senz'altro. Sarebbe esploso
    tutto.
    Saadna si era trascinato fino alla porta.  Come un verme.  Mi  afferr
    una caviglia.  La strinse con le due mani,  con una forza inaspettata.
    Sembrava che gli occhi gli uscissero dalla testa.
    Impazzito. Di paura.
    Fammi uscire!.
    Creperai!.  Lo afferrai con violenza per i capelli e lo obbligai  ad
    alzare  la testa.  Guarda!  E' l'inferno.  Quello vero.  Quello delle
    carogne come te! E' la tua schifosa vita che viene a divorarti.  Pensa
    a Pavie.
    Con il calcio del fucile, gli detti un colpo violento sul polso. Url,
    lasciandomi la caviglia. Scappai via costeggiando la casa. Il fuoco si
    propagava.  Lanciai il fucile tra le fiamme il pi lontano possibile e
    corsi via senza fermarmi.
    Arrivai al canale giusto in tempo per vedere la catapecchia di  Saadna
    sparire tra le fiamme.  Credetti di sentirlo gridare. Ma era nella mia
    testa che  urlava.  Come  in  aereo,  dopo  l'atterraggio,  quando  le
    orecchie  continuano  a  fischiare.  Saadna bruciava e la sua morte mi
    fracassava i timpani. Ma non avevo rimorsi.
    Ci fu un'altra esplosione.  Un pino in fiamme precipit sulla  baracca
    di Arno.  Ecco,  pensai,   finita. Tra poco tutto questo non esister
    pi. Raso al suolo. Tra un anno o due, nuove costruzioni avranno preso
    il posto dello sfasciacarrozze.  Con grande gioia  di  tutti.  Giovani
    dirigenti  in  carriera,  contenti  del  loro  destino,  ci andranno a
    vivere.  Si affretteranno a dare  dei  figli  alle  proprie  mogli.  E
    vivranno  felici,  per  tanti  anni dopo il 2000.  Sulle ceneri fredde
    della disgrazia di Arno e di Pavie.
    Misi in moto quando risuonarono le prime sirene dei pompieri.





















    Capitolo diciassettesimo.
    Nel quale a volte meno si spiega meglio .

    Loubet s'incazz, ovviamente. Era una furia.  Mi aspettava da ore.  E,
    tra  l'altro,  Cc  gli  aveva  fatto sapere che non poteva incontrare
    Mathias. Non sapeva proprio dove fosse finito.
    Mi prende per il culo o cosa?.  Indeciso se fosse una domanda o  una
    affermazione,  non  dissi  niente.  Continu.  Ora,  visto che sei in
    rapporti intimi con la signora, le darai un suggerimento: ritrovare il
    figlio e anche in fretta.
    Da dove stavo vedevo innalzarsi nel cielo una densa  colonna  di  fumo
    nero,  dalla  direzione dello sfasciacarrozze di Saadna.  I camion dei
    pompieri arrivavano da ogni lato.  Avevo guidato tanto quanto  bastava
    per  non  ritrovarmi  intrappolato.  A Four de Buze mi ero fermato per
    telefonare.
    Dammi ancora un'oretta.
    Cosa?.
    Ancora un'ora.
    Url di nuovo.  Aveva ragione,  ma  era  fastidioso.  Aspettai.  Senza
    ascoltare. Senza dire una parola.
    Ehi, Montale, ci sei?.
    Fammi  un  favore.  Chiamami  tra un quarto d'ora al commissariato di
    Pertin.
    Aspetta. Spiegami.
    Non adesso. Telefona.  E sarai sicuro che verr da te.  Vivo,  voglio
    dire.
    E riattaccai.
    A  volte,  meno si spiega meglio .  Per il momento mi sentivo come un
    cavallo di legno delle giostre. Giravo a vuoto. Nessuno mi sorpassava.
    E io non sorpassavo nessuno.  Si tornava sempre allo stesso  punto.  A
    questo fottuto mondo di merda.
    Chiamai Glou.
    Camera 406, per favore.
    Un attimo.  Silenzio.  Spiacente, la signora e il signor Narni sono
    usciti. Hanno lasciato la chiave.
    Pu controllare se c' un messaggio per me? Montale. Fabio Montale.
    No, signore. Vuole lasciarne uno lei?.
    Dica soltanto che richiamer verso le due, due e mezza.
    Narni. Bene, pensai.  Non era poi andata cos tanto male,  stamattina.
    Sapevo il cognome di Alexandre. Sai che svolta!

    La prima cosa che vidi, entrando in commissariato, fu un manifesto che
    invitava  a votare per il Fronte nazionale della polizia alle elezioni
    sindacali.  Come se non bastasse,  un volantino di Solidarit  Police,
    attaccato con le puntine al manifesto, diceva: Assistiamo, in tema di
    mantenimento dell'ordine, a un diffuso lassismo da parte di chi occupa
    i  posti  di comando,  che obbliga a evitare al massimo lo scontro e a
    dare ordini troppo cauti.
    Questi comportamenti hanno contribuito alla mancanza di efficienza  e
    a un numero incalcolabile di feriti nelle nostre fila,  a beneficio di
    delinquenti a cui non resta che contare le prede.
    Bisogna rovesciare  la  tendenza  nichilista  che  regna  nei  nostri
    servizi.  La  paura  deve  cambiare  campo.  Tanto  pi  che  i nostri
    avversari non sono "persone perbene", ma gentaglia che viene a "fare a
    pezzi gli sbirri".  Diamoci da fare per diventare  macellai  piuttosto
    che vitelli.
    In  fin dei conti per essere bene informati non c'era niente di meglio
    che una gita in commissariato. Meglio del T.g. delle venti!
    L'hanno appena messo disse Babar alle mie spalle.
    Auguriamoci la pensione!.
    Gi. Tutte queste cose puzzano.
    Lui c'?.
    S,  ma  come se avesse le emorroidi.  Non riesce a tenere  il  culo
    sulla sedia.
    Entrai senza bussare.
    Mi raccomando, fai come se fossi a casa tua! protest Pertin.
    Feci  proprio  cos.  Mi sedetti e accesi una sigaretta.  Gir intorno
    alla scrivania, appoggiandoci le mani ben aperte,  e chin su di me la
    sua faccia rossa.
    A cosa devo l'onore?.
    Ho fatto una cazzata, Pertin. L'altro giorno. Sai, quando hanno steso
    Serge. Pensandoci bene, vorrei firmare quella deposizione.
    Si tir su, stupefatto.
    Non  rompere  i  coglioni,  Montale.  Le storie di froci non vanno di
    moda. Dobbiamo occuparci di cose serie, per esempio,  di quei pezzi di
    merda  degli  arabi  e  dei negri.  Non te lo puoi neppure immaginare!
    Giurerei che quelle merde fanno i pompini ai giudici. Ne becchi uno la
    mattina, la sera  gi fuori... perci, togliti dalle palle!.
    Ecco,  vedi,  pensavo che forse non si tratta di una storia tra froci
    finita  male.  Ma,  piuttosto,  che  la morte di Serge sia legata agli
    arabi. Non credi?.
    E cosa avrebbe combinato, Serge, con loro? disse candidamente.
    Dovresti saperlo, Pertin. Non ti sfugge niente.  E poi sei uno sbirro
    molto informato. No?.
    Parla, Montale.
    Ok, ti spiego.
    Si sedette,  incroci le braccia e aspett. Avrei voluto sapere a cosa
    pensava nascosto dietro ai suoi Ray-Ban.  Ma ero pronto a  scommettere
    che moriva dalla voglia di tirarmi un cazzotto in faccia.
    Gli raccontai una storia a cui credevo solo per la met. Ma una storia
    plausibile.  Serge  era  stato  incastrato  dagli  R.G.  Perch  era
    pedofilo. O perlomeno era quello che erano riusciti ad accollargli.
    Interessante.
    Ma il resto  meglio, Pertin. Ti hanno informato che gli R.G. avevano
    mandato una spia nelle "cits".  Per disattivare eventuali  reti  alla
    Kelkal.  Non  si  pu  pi scherzare con loro,  da quando a Parigi e a
    Lione ci sono state esplosioni una dietro l'altra.  Ma  l'identit  di
    Serge  l'hai  conosciuta solo qualche mese fa.  Quando Serge  "uscito
    dai binari" e gli R.G.  hanno perso le sue tracce.  Nessuno sapeva pi
    dove abitava. Pensa che casino.
    Feci  una  pausa.  Solo  per  rimettere in ordine le idee.  Perch era
    questo a cui credevo.  Per Serge,  frocio  o  meno,  i  ragazzi  delle
    "cits"  erano  la  sua vita.  Non poteva cambiare cos,  da un giorno
    all'altro.  Diventare delatore.  Schedare i  ragazzi  pericolosi,  i
    potenziali  Kelkal,  e  consegnare  la  lista  agli sbirri,  a cui non
    restava altro da fare che beccarli tutti appena scesi dal letto.
    C'erano gi state alcune retate. A Parigi e nella periferia lionese. E
    alcuni arresti anche a Marsiglia.  Al porto.  E a cours  Belsunce.  Ma
    niente  ancora  di  veramente  serio.  Le reti a cui si appoggiavano i
    terroristi, nei quartieri nord, rimanevano inviolate.  Dovevano essere
    la ciliegina sulla torta.
    Ne  ero  sicuro.  Serge  non  avrebbe  mai  fatto una cosa del genere.
    Neanche per evitarsi un processo o la galera.  La vergogna.  Ogni nome
    soffiato agli sbirri era come offrire una preda.  La solita storia che
    conosceva a memoria. I pezzi grossi,  i capi,  i mandanti se la cavano
    sempre.  Sono  i  piccoli a pagare e per tutta la vita,  a meno di non
    ritrovarsi con una pallottola nella fronte.
    Il silenzio si tagliava  col  coltello.  Un  silenzio  denso.  Marcio.
    Pertin non aveva fiatato.  Stava facendo funzionare il cervello. Avevo
    sentito squillare il telefono diverse volte. Non gli era stata passata
    nessuna  comunicazione.  Loubet  mi  aveva  dimenticato.   Oppure  era
    veramente  incazzato.  Ora  che  ero  qui,  non  potevo fare altro che
    continuare.
    Vado avanti? chiesi.
    Il tuo racconto mi appassiona.
    Ripresi le mie spiegazioni.  Il mio punto di  vista  si  avvicinava  a
    qualcosa di possibile. Una verit a cui mi aggrappavo.
    Serge  si  era messo in testa di fare ci che nessuno aveva mai osato.
    Andare dai giovani pi a rischio e  parlare  con  loro.  Incontrare  i
    genitori,  i fratelli,  le sorelle. E, cos, passare il messaggio agli
    altri ragazzi. Per coinvolgerli.  Perch tutti nelle "cits" venissero
    coinvolti. Come Anselme. Il principio "chourmo".
    Serge aveva sempre fatto cos, per anni. Era un buon metodo. Efficace.
    Aveva  dato  buoni risultati.  I giovani che agivano con i barbuti non
    erano altro che delinquenti che Serge aveva seguito  anno  dopo  anno.
    Gli  stessi.  Ma  induriti dalla galera.  Pi aggressivi.  E votati al
    Corano liberatore. Fanatici.
    Come i loro fratelli disoccupati delle periferie di Algeri.
    Nelle "cits" Serge era  conosciuto  da  tutti.  Lo  ascoltavano.  Gli
    davano fiducia.  Anselme lo aveva detto,  era a posto,  quel tipo. I
    suoi  argomenti  di  persuasione  erano  i  migliori,   perch   aveva
    pazientemente smontato il sistema di reclutamento dei giovani "beurs".
    La  guerra contro gli spacciatori,  per esempio.  Erano stati cacciati
    dal Plan d'Aou e anche dalla  Savine.  Avevano  applaudito  tutti.  Il
    comune,   i  giornali.  Bravi  ragazzi,  quelli.  Come  dire  bravi
    selvaggi.  Ma il  mercato  dell'eroina  non  era  scomparso.  Si  era
    spostato.  Verso il centro della citt.  Si era ricomposto. Per quanto
    riguardava l'erba,  eccetera,  non era cambiato niente.  Una fumatina,
    una preghierina, tutto rimaneva nell'ordine di Allah.
    Il  controllo  degli  spacciatori era adesso assicurato proprio da chi
    incitava i giovani a combatterli.  Nel quaderno di Serge  avevo  letto
    che  uno  dei  posti  dove  andavano a pregare - il retrobottega di un
    negozio di tessuti, vicino a place d'Aix - serviva da luogo di ritrovo
    per gli spacciatori.  Quelli che  rifornivano  i  quartieri  nord.  Il
    proprietario del negozio non era altri che lo zio di Nacer.  Quel tale
    Abdelkader.
    Dove vuoi arrivare? disse finalmente Pertin.
    A questo risposi con  un  sorriso.  Finalmente  abboccava  all'esca.
    Prima  di  tutto,  gli R.G.  ti hanno chiesto di ritrovare Serge.  Ma
    questo lo avevi gi fatto.  Grazie a Saadna.  Poi,  di trovare un modo
    per mettere fine alle sue stronzate.  Farlo fuori, insomma. Infine, mi
    stai prendendo per il culo,  facendo finta di ascoltare la mia storia.
    Perch la sai a memoria.  O quasi.  Ci sguazzi dentro fino al collo, e
    principalmente con la complicit di alcuni delinquenti  ben  riciclati
    nell'Islam.  Come Nacer e Hamel. Quei due, mi pare, ti sei dimenticato
    di consegnarli al giudice. O forse ti fanno i pompini!.
    Continua cos e ti spacco il culo.
    Vedi,  Pertin,  per una volta avresti potuto dire che non  sono  cos
    coglione come sembro.
    Si alz sfregandosi le mani.
    Carli! url.
    Mi  avrebbero  fatto  la  festa.  Carli  entr e mi lanci uno sguardo
    cattivo.
    S.
    Bella giornata, no?  Se andassimo a prendere un po' d'aria?  Verso le
    cave. Abbiamo un invitato. Il re degli stronzi in persona.
    Il  telefono del commissariato squill e subito dopo quello sul tavolo
    di Pertin.
    S disse Pertin.  Chi?.  Silenzio.  Salve,  s,  tutto bene.  Mi
    guard,  guard Carli e si lasci cadere sulla sedia.  S, s, glielo
    passo. E' per te disse freddamente, tendendomi la cornetta.
    Ho quasi  finito,  vecchio  mio  risposi  a  Loubet,  che  mi  stava
    chiedendo  cosa  cazzo  ci  facessi con quello stronzo.  Cosa?  S...
    Diciamo... Aspetta. Abbiamo finito, qui? chiesi ironico a Pertin.  O
      ancora  valida  la gita alle cave?.  Non rispose.  S,  mezz'ora.
    O.k..  Stavo per riagganciare,  ma pensai che fosse meglio aggiungere
    qualcos'altro. Per stupire Pertin. S, s, un certo Boudjema Ressaf e
    poi, gi che ci sei, vedi se hai qualcosa su un certo Narni. Alexandre
    Narni. Ok, ti spiegher, Loubet.
    Riattacc.   Bruscamente.   Ma  prima  di  farlo  mi  aveva  dato  del
    rompicoglioni. Aveva ragione, probabilmente.
    Mi alzai.  Con il sorriso  dei  giorni  buoni.  Quello  che  evita  di
    sporcarsi sputando in faccia ai pezzi di merda.
    Lasciaci soli grid Pertin a Carli.
    Cos' questo circo? abbai quando l'altro fu uscito.
    Un circo? Non ho visto neppure un clown.
    Smettila  con  questa  farsa.  Non  sei  il  tipo.  E Loubet non  un
    giubbotto antiproiettile.
    Non lo faresti, vero Pertin?  Se vuoi il mio parere,  non  stata una
    buona idea andare ad appiccare il fuoco da Saadna. Tanto pi che i due
    ragazzotti, sai di chi parlo, vero, non si sono neppure presi la briga
    di  controllare  se  Saadna  si  arrostito o meno.  Certo,  io non lo
    rimpiango davvero.
    Incass il colpo. Era come con i tonni.  Arrivava il momento in cui si
    sfiancavano. Bisognava reggere fino ad allora. Per uncinare di nuovo.
    Cosa ne sai, tu, di questo?.
    C'ero.  Ti  aveva chiamato per darti informazioni su Boudjema Ressaf.
    Credeva di darti una buona  dritta  e  che,  per  questo,  lo  avresti
    decorato. Posso anche dirti chi hai chiamato, subito dopo.
    Ah, s?.
    Bluffavo, ma giusto un po'. Tirai fuori il quaderno.
    E' tutto scritto qui.  Vedi,  devi solo leggere. Aprii il quaderno a
    caso. Abdelkader. Lo zio di Nacer.  Una vera bomba,  questo quaderno.
    Arriverei  anche a supporre che questo Abdelkader ha una B.M.W.  nera.
    Tipo quella che  stata vista alla Bigotte,  l'altro  pomeriggio.  Era
    talmente  sicuro  che nessuno gli avrebbe rotto i coglioni che ci sono
    andati con la sua stessa macchina.  Come se andassero a ballare!  Solo
    che....
    Pertin  rise  nervosamente,  poi  mi  strapp il quaderno di mano.  Lo
    sfogli.  Solo pagine bianche.  L'altro l'avevo nascosto in macchina e
    ne avevo comprato uno nuovo prima di venire. Non serviva a niente. Era
    solo la ciliegina sulla torta.
    Rotto in culo!.
    Eh,  s.  Hai perso.  L'originale ce l'ha Loubet. Lanci il quaderno
    sulla scrivania. Ti dico una cosa Pertin.  Non va per niente bene che
    tu  e  i  tuoi  amici ve ne stiate zitti,  quando delle teste di cazzo
    manipolano dei ragazzini disperati per mettere la Francia a ferro e  a
    fuoco.
    Che altre cazzate dici ancora?.
    Che  io non ho mai avuto simpatia per Saddam Hussein.  Preferisco gli
    arabi senza i barbuti e Marsiglia senza  di  voi.  Addio,  Due  Teste.
    Conserva il quaderno per le tue memorie.
    Uscendo, strappai il manifesto e il volantino del Fronte nazionale. Li
    appallottolai e li lanciai nel secchio della spazzatura. Canestro.
    Babar fece un fischio di ammirazione.







    Capitolo diciottesimo.
    Nel quale non si pu obbligare la verit a venire a galla.

    Riuscii  a  convincere  Loubet ad andare a L'Oursin,  vicino al Vieux-
    Port. Uno dei migliori locali per mangiare ostriche, vongole,  ricci e
    uova di mare.  E questo ordinai, insieme a una bottiglia di Cassis. Il
    bianco di Fontereuse. Loubet era di cattivo umore, ovviamente.
    Racconta nell'ordine  che  preferisci  disse,  ma  racconta  tutto.
    D'accordo?  Ti voglio bene,  Montale,  ma stai veramente cominciando a
    gonfiarmeli.
    Un'unica domanda, posso?. Sorrise. Hai veramente creduto che avessi
    ammazzato Fabre?.
    No. N tu, n lei.
    Perch hai fatto tutta quella scena, allora?.
    A lei per metterle strizza. A te per farti smettere di fare cazzate.
    Sei andato avanti?.
    Avevi detto una domanda.  E' la terza.  Ora basta.  Dimmi,  prima  di
    tutto, che cazzo ci facevi da Pertin.
    D'accordo,  inizio da l.  Ma non c'entra niente con Guitou,  Hocine,
    Fabre, eccetera eccetera.
    Cominciai dall'inizio. Dal mio arrivo alla Bigotte, senza precisare il
    vero motivo della mia visita.  Dall'omicidio di Serge fino alla  morte
    di Saadna. E il mio colloquio con Pertin.
    Serge aggiunsi,  era sicuramente frocio, pedofilo anche, perch no.
    Me ne frego.  Era un tipo onesto.  Non violento.  Amava la gente.  Con
    l'ingenuit di coloro che credono.  Una fede profonda. Nell'uomo e nel
    soccorso di Dio. I ragazzini erano la sua vita.
    Forse li amava un po' troppo, no?.
    E allora?  Anche se fosse?  Sicuramente non  quando stavano con  lui
    che erano pi infelici.
    Con  Serge  ero  come  con tutte le persone che amavo.  Avevano la mia
    fiducia.  Potevo accettare  cose  che  non  capivo.  L'unica  che  non
    riuscivo  a  tollerare  era  il  razzismo.  Durante  l'infanzia  avevo
    convissuto  con  il  dolore  di  mio  padre.   Per  non  essere  stato
    considerato un essere umano,  ma un cane.  Un cane da banchina. Ed era
    solo un italiano! Di amici, lo devo ammettere, non ne avevo pi molti.
    Non avevo voglia di  continuare  quella  conversazione  su  Serge.  Mi
    metteva a disagio,  malgrado tutto. Volevo girare pagina. Pensare solo
    al dolore. Serge. Pavie.  Arno.  Un altro capitolo della mia vita,  da
    aggiungere, anche questo, alla lista gi lunga delle perdite.
    Loubet  sfogliava  il  quaderno  di Serge.  Con lui potevo sperare che
    tutto ci che era stato minuziosamente riportato non si sarebbe  perso
    in fondo a un cassetto. O perlomeno, l'essenziale. E, soprattutto, che
    Pertin  non  uscisse  indenne  da questa storia.  Non era direttamente
    responsabile della morte di Serge. N di quella di Pavie.  Era solo il
    simbolo  di  una  polizia  che  mi disgustava.  Quella in cui si fanno
    passare   avanti   ai    valori    repubblicani,    alla    giustizia,
    all'uguaglianza,  le idee politiche o le proprie ambizioni. Esistevano
    tonnellate di Pertin.  Pronti a  tutto.  Se  un  giorno  le  periferie
    fossero esplose sarebbe stato a causa loro.  Del loro disprezzo. Della
    loro xenofobia.  Del loro odio.  E di tutti i  loro  piccoli  patetici
    calcoli per diventare un giorno un grande poliziotto.
    Conoscevo Pertin. Per me non era uno sbirro anonimo. Aveva una faccia,
    grassa e rossa. Portava i Ray-Ban per nascondere gli occhi porcini. Un
    sorriso arrogante. Speravo che Due Teste crollasse. Ma non mi facevo
    illusioni.
    C'  un  modo  perch  io possa recuperare l'inchiesta disse Loubet,
    pensieroso. Ricollegarla all'altra.
    Ma non c' alcun legame.
    Lo so. Ma possiamo accollare la morte di Hocine al Fis o al Gia. Vado
    dritto su Abdelkader e scuoto l'albero.  Vediamo se Pertin  riesce  ad
    aggrapparsi ai rami.
    Un po' tirato per i capelli, no?.
    Ti dico una cosa,  Montale. Si prende quello che si trova. Non si pu
    obbligare la verit a venire a galla.  Non sempre.  Questa verit vale
    quanto un'altra verit.
    Ma gli altri? I veri killer di Draoui e Guitou?.
    Non ti preoccupare.  Li beccher.  Credimi. Non  il tempo che manca.
    Ci prendiamo un'altra dozzina di ostriche e di ricci di mare?.
    Volentieri.
    Ci sei andato a letto?.
    A un altro non avrei risposto. E neppure a lui, forse,  in circostanze
    diverse.   Ma,   in  quel  momento,  era  una  questione  di  fiducia.
    D'amicizia.
    No.
    Ti dispiace?.
    Eccome!.
    Perch non l'hai fatto?.
    Loubet era imbattibile negli interrogatori.  Aveva  sempre  pronta  la
    domanda che dava il via alle spiegazioni.
    Cc  una mangiatrice di uomini. Perch non si  potuta tenere l'uomo
    che ha amato,  il primo, l'unico, il padre di Mathias. E' morto. Vedi,
    Loubet, quando perdi qualcuno, anche se ormai non c' pi,  continui a
    perderlo  per  sempre.  Lo  so.  Non  sono mai stato capace di tenermi
    accanto le donne che ho amato.
    Ne hai fatte soffrire tante? chiese sorridendo.
    Senz'altro troppe.  Ti confido un segreto e poi torniamo alle  nostre
    storie.  Con le donne, non riesco a carpire quello che cerco. E finch
    non sapr di cosa ho bisogno,  non far altro che  ferirle.  Una  dopo
    l'altra. Tu sei sposato?.
    S, con due figli. Maschi.
    Sei felice?.
    Mi sembra di s. Non ho mai molto tempo per chiedermelo. O preferisco
    non trovarlo. O forse, semplicemente, non me lo chiedo affatto.
    Finii il bicchiere e accesi una sigaretta. Guardai Loubet. Era un uomo
    solido,  rassicurante.  Sereno, anche se il suo lavoro non era tutti i
    giorni rose e fiori. Un uomo con delle certezze. Il contrario di me.
    Tu ci saresti andato a letto?.
    No  disse  ridendo.   Ma  devo  riconoscere  che  ha  qualcosa   di
    irresistibile.
    Draoui non ha resistito a Cc. Aveva bisogno di lui. Come aveva avuto
    bisogno di Fabre. Sa come accalappiare gli uomini.
    E aveva bisogno di te?.
    Voleva  che  Draoui  l'aiutasse  a  salvare  Fabre continuai,  senza
    rispondere alla sua domanda.
    Perch mi faceva male ammetterlo. S,  aveva tentato di sedurmi,  cos
    come  aveva  fatto  con  Hocine  Draoui.  S,  potevo  esserle  utile.
    Preferivo continuare a pensare che mi aveva desiderato,  senza secondi
    fini.  Il  mio orgoglio maschile ne usciva vittorioso.  Non ero latino
    per niente!
    Credi che amasse suo marito? disse senza far notare  che  non  avevo
    risposto alla sua domanda.
    Non sono in grado di rispondere.  Lei dice di no.  Ma gli deve tutto.
    Le ha dato un nome.  Le ha permesso di tirare su Mathias.  E mezzi per
    vivere  pi  che decentemente.  Non tutti i rifugiati vietnamiti hanno
    avuto questa fortuna.
    Hai detto che voleva salvare Fabre. Ma salvarlo da cosa?.
    Aspetta.  Cc  anche una donna che vuole fare,  costruire,  vincere,
    riuscire.  E' il sogno di chi un giorno ha perso tutto. Ebrei, armeni,
    pieds-noirs (9),  sono  tutti  cos.  Non  sono  degli  immigrati.  Lo
    capisci?  Un  immigrato  qualcuno che non ha perso niente,  perch l
    dove viveva non aveva niente.  La sua unica motivazione  sopravvivere
    un po' meglio di prima.
    Cc voleva lanciarsi nella moda.  Fabre le ha trovato i soldi.  Molti
    soldi.  I mezzi per imporre velocemente la sua firma,  in Francia e in
    Europa.   Aveva   abbastanza   talento   da   convincere  i  promotori
    dell'operazione.   Questi  avrebbero  investito  denaro  in  qualsiasi
    affare,   o   quasi.   L'importante  era  che  i  soldi  avessero  una
    destinazione. Sicura.
    Vuoi dire che  denaro sporco?.
    L'azienda di Cc  una societ anonima che ha  come  azionari  banche
    svizzere,  panamensi  e costaricane.  Lei  solo la direttrice.  Non 
    neppure proprietaria del marchio. Non ha capito subito. Fino al giorno
    in cui sono arrivati grossi ordini e il marito le  ha  detto  che  non
    doveva  incassarli,  ma  solo  fatturarli.  La somma non doveva essere
    accreditata sul suo  conto  corrente,  ma  su  un  altro  conto  della
    societ.  Un  conto  svizzero  sul  quale  Cc  non  ha la firma.  Hai
    capito?.
    Se non sbaglio parliamo della Mafia.
    E' un nome che fa talmente paura che non si osa neppure pronunciarlo,
    qui in Francia. Cos' che fa andare avanti il mondo, Loubet?  I soldi.
    E chi  che ne ha di pi? La Mafia. Sai per quanto  stato valutato il
    volume di traffico di stupefacenti nel mondo? 1650 miliardi di franchi
    all'anno. E' pi del mercato mondiale di petrolio! Quasi il doppio.
    La mia amica giornalista,  Babette,  me lo aveva spiegato,  un giorno.
    Sapeva molto sulla  Mafia.  Da  diversi  mesi  era  in  Italia.  Stava
    preparando,  insieme a un giornalista romano, un'inchiesta sulla Mafia
    in Francia. Esplosivo, mi aveva annunciato.
    Per lei era evidente che, tra due anni,  la Francia avrebbe conosciuto
    una situazione simile a quella italiana. I soldi neri, quelli che, per
    definizione,   non  hanno  bisogno  di  dichiarare  l'origine,   erano
    diventati la merce pi usata dagli uomini politici. Al punto, mi aveva
    detto   recentemente    Babette    al    telefono,    di    scivolare
    impercettibilmente  da  una  societ  politica  di  tipo  mafioso a un
    sistema mafioso.
    Fabre era legato alla Mafia?.
    Chi era Fabre? Ti sei occupato un po' di lui, no?.
    Un architetto, talentuoso, di sinistra, che ha avuto successo.
    Che ha avuto successo in tutto, vuoi dire. Cc mi ha confidato che il
    suo studio  era  stato  caldamente  suggerito  per  la  pianificazione
    portuale Euromditerrane.
    Euromditerrane doveva essere la nuova ripartizione per far tornare
    Marsiglia  sulla  scena  internazionale,  tramite  il  suo  porto.  Ne
    dubitavo.  Un progetto nato  a  Bruxelles,  nel  cervello  di  qualche
    tecnocrate,  non  poteva  avere come scopo il futuro di Marsiglia.  Ma
    solo il controllo dell'attivit portuale.  Ridistribuire le carte  nel
    Mediterraneo,  tra Genova e Barcellona.  Ma, per l'Europa, i porti del
    futuro erano gi Anversa e Rotterdam.
    Ci stavano fregando,  come sempre.  L'unico  futuro  preventivato  per
    Marsiglia  era  di essere il primo porto per il commercio della frutta
    del Mediterraneo.  E  accogliere  crociere  internazionali.  L'attuale
    progetto  puntava  essenzialmente  a  questo.  Si  profilava un enorme
    cantiere sui centodieci ettari  del  bacino  e  del  porto.  Quartiere
    d'affari,   centro   di   comunicazioni   internazionali,   teleporto,
    universit del turismo... Una manna per le imprese di costruzioni e di
    lavori pubblici.
    Una cassaforte per Fabre! L'ennesimo merdaio, oltre a quello di Serge
    e i barbuti.
    E' una cosa diversa,  ecco tutto,  ma che puzza nello stesso identico
    modo.  Tra le carte di Serge ho trovato dei documenti del Fais. Mi hai
    detto che Draoui ne faceva parte.  Per loro,  l'Algeria   sprofondata
    nello  stesso  sistema  politico  mafioso.  La guerra fatta dal Fis al
    potere non e una guerra santa.  E solo  una  lotta  per  dividersi  la
    torta.  Per questo Boudiaf  stato assassinato. Perch  stato l'unico
    a dirlo chiaramente.
    Tieni disse riempiendo i bicchieri. Ne abbiamo bisogno.
    Sai,  in Russia   uguale.  Non  c'  nessuna  speranza  neppure  l.
    Creperemo per questo. Salute dissi, alzando il bicchiere.
    Restammo  in  silenzio  con  i  bicchieri  in  mano.  Persi nei nostri
    pensieri. L'arrivo del secondo vassoio di frutti di mare ci distrasse.
    Sei un tipo strano, Montale.  Mi fai pensare a una clessidra.  Quando
    la sabbia  scesa,  c' sempre qualcuno che viene a girarla. Cc ti ha
    fatto un bell'effetto!.
    Sorrisi.  Mi piaceva quest'immagine della  clessidra.  Del  tempo  che
    scorre.  Si  vive  la vita in quel lasso di tempo.  Fin quando nessuno
    viene pi a girare la clessidra.  Perch si    perso  il  piacere  di
    vivere.
    Non    stata  Cc a girare la clessidra.  E' la morte.  La vicinanza
    della morte. Ovunque intorno a noi. Credo ancora nella vita.
    Questa conversazione mi portava troppo lontano.  L dove,  di  solito,
    rifiutavo  di avventurarmi.  Pi il tempo passava meno trovavo ragioni
    per vivere.  Per questo preferivo dedicarmi alle cose  semplici.  Come
    bere e mangiare. E andare a pesca.
    Per  tornare  a Cc continuai,  non ha fatto altro che scatenare il
    tutto. Volendo che Fabre rompesse i ponti con i suoi amici mafiosi. Ha
    iniziato a ficcare il naso nei suoi affari.  I contratti.  Le  persone
    che incontrava.  Ha iniziato ad aver paura e,  soprattutto, a sentirsi
    minacciata.  Da ci che aveva intrapreso.  Dagli obiettivi che si  era
    prefissa,  una  notte,  nel suo miserabile appartamentino di Le Havre.
    Una minaccia alla sua vita, e la sua vita  Mathias. Il frutto del suo
    amore perduto. Distrutto dalla violenza, dall'odio, dalla guerra.
    Ha supplicato Fabre di smettere.  Di partire.  In Vietnam.  Loro tre.
    Per  iniziare una nuova vita.  Ma Fabre aveva mani e piedi legati.  La
    classica situazione. Come alcuni uomini politici.  Ne fanno di tutti i
    colori  pur  di avere un posto al sole e pensano che una volta in cima
    alla scala,  avranno abbastanza potere per fare pulizia.  Basta con le
    cattive  abitudini e le cattive amicizie.  Ma no.  E' impossibile.  Al
    primo sgarro o imbroglio, sei morto.
    Fabre non poteva cancellare il passato.  Arrivederci  e  grazie.  Non
    voleva sprofondare. Ritrovarsi nella merda, come se ne vedono parecchi
    di  questi  tempi.  Ha  iniziato  a  incazzarsi.  A bere e a diventare
    odioso. A tornare sempre pi tardi la sera. A non tornare affatto. Per
    questo Cc ha sedotto Hocine  Draoui.  Per  umiliare  il  marito.  Per
    dirgli  che  non  lo  amava.  Che  lo  avrebbe  lasciato.  Un  ricatto
    disperato. Un grido d'amore. Perch, in fondo, credo che lo amasse.
    Fabre non ha capito niente. O non ha voluto capire. Comunque,  non lo
    ha  sopportato.  Cc era tutta la sua vita.  L'amava pi di ogni altra
    cosa,  credo.  Forse ha fatto tutto questo solo per lei.  Non lo so...
    Non  lo sapremo mai.  L'unica cosa certa  che si  sentito tradito da
    lei.  E da Hocine Draoui...  I suoi studi andavano contro il  progetto
    del parcheggio della Vieille-Charit... gestito dallo studio di Fabre.
    L'ho letto sul cartello, all'ingresso del cantiere.
    Lo so,  lo so.  Ma...  vedi, Montale, gli scavi della Vieille-Charit
    non sono poi cos eccezionali.  E Fabre non pu averlo saputo  che  da
    Hocine  Draoui.  La  serie di motivazioni che ha presentato ai servizi
    interessati,  per difendere il progetto del parcheggio,  erano chiare,
    rigorose. Non lasciavano alcuna possibilit agli archeologi. Lo stesso
    Draoui  ci  credeva  poco.  Ho  letto l'intervento che fece durante il
    simposio del '90.  Il cantiere pi interessante  quello  della  place
    Jules  Verne.  Quegli  scavi permettono di risalire a sei secoli prima
    dell'era  cristiana.   Forse  ci  che  verr  portato  alla  luce   
    l'imbarcadero  del  porto  Ligure.  Quello  dove  un giorno  sbarcato
    Protis.  Ci metto la mano sul fuoco che l non verr mai costruito  un
    parcheggio... Secondo me, Fabre e Draoui avevano un certo rispetto uno
    per  l'altro.  E  questo  spiegherebbe perch Fabre,  appena saputo in
    quali difficolt si trovava Draoui,  gli abbia proposto di  ospitarlo.
    Fabre,  da quel che ho saputo, era un uomo colto. Amava la sua citt e
    il suo patrimonio artistico. Il Mediterraneo.  Sono sicuro che avevano
    molte cose in comune, quei due. Da quando si sono conosciuti, nel '90,
    non hanno mai smesso di scriversi. Ho letto alcune lettere di Draoui a
    Fabre. Appassionanti. Sono sicuro che ti interesserebbero.
    Questa  storia    folle  dissi,  non  sapendo cos'altro aggiungere.
    Capivo dove voleva arrivare e  mi  sentivo  intrappolato.  Non  potevo
    continuare a fare il finto tonto e a tacere ci che sapevo.
    S, una bella storia di amicizia riprese con tono leggero. E che va
    a finire male. Come se ne leggono a migliaia sui giornali. L'amico che
    va a letto con tua moglie. Il marito cornuto che si fa giustizia.
    Per un attimo rimasi a pensare.
    Ma  non corrisponde all'idea che ti sei fatto di Fabre,   questo che
    pensi?.
    Tanto pi che il marito cornuto si fa  ammazzare  poco  dopo.  Non  
    stata  lei  a  ucciderlo.  N tu.  Ma dei killer.  Come  successo con
    Draoui.  E Guitou,  che ha avuto la sfortuna di trovarsi l al momento
    sbagliato.
    E credi che ci sia un'altra ragione.
    S. La morte di Draoui non  legata al fatto che  andato a letto con
    Cc. E' pi grave.
    Grave  al  punto che due killer vengono da Tolone apposta per questo.
    Per uccidere Hocine Draoui.
    Merda! Dovevo pur dirglielo.
    Non batt ciglio.  I suoi occhi erano fissi su di me.  Ebbi la  strana
    sensazione  che  sapesse  gi ci che gli avevo appena confessato.  Il
    numero dei killer.  Il loro luogo d'origine.  Ma come  avrebbe  potuto
    saperlo?
    E come lo sai? Che sono venuti da Tolone?.
    Mi si sono attaccati al culo dal primo giorno,  Loubet.  Cercavano la
    ragazzina. Si chiama Nama. Quella che era a letto con Guitou.  Sapevo
    chi era e....
    Sei andato alla Bigotte per questo?.
    S, per questo.
    Mi guard con una violenza che non sapevo gli appartenesse. Si alz.
    Un cognac url al cameriere.
    E se ne and verso i cessi.
    Due precisai. E un altro caff.


    Capitolo diciannovesimo.
    Nel quale quando la morte arriva  gi troppo tardi.

    Loubet   torn   che  era  pi  calmo.   Dopo  aver  pisciato,   aveva
    semplicemente detto: Hai la fortuna  di  starmi  simpatico,  Montale.
    Perch ti avrei volentieri spaccato la faccia!.
    Gli  sciorinai  tutto  quel  che sapevo.  Guitou,  Nama,  la famiglia
    Hamoudi. Poi tutto quello che mi aveva raccontato Cc quella notte,  e
    che non gli avevo ancora detto. Nei dettagli. Come un bravo scolaro.
    Nama era andata da Mathias ad Aix.  Luned sera.  Il giorno prima, al
    telefono, gli aveva raccontato l'essenziale. Mathias aveva chiamato la
    madre. Spaventato e furibondo al tempo stesso.  Cc,  ovviamente,  era
    andata ad Aix. Nama aveva raccontato di quella drammatica notte.
    Adrien Fabre era presente.  Lei non lo aveva visto. Aveva solo sentito
    urlare il suo nome.  Dopo che avevano ucciso Guitou.  Cazzo!  Cosa ci
    faceva  qui  questo ragazzino?  Fabre! aveva urlato un tizio.  Vieni
    qui!. Si ricordava le parole. Non avrebbe mai potuto dimenticarle.
    Lei  si  era  nascosta  nella   doccia.   Accovacciata   sul   piatto.
    Terrorizzata. Se era riuscita a non urlare, aveva spiegato, era perch
    una  goccia  d'acqua  le  cadeva  sul ginocchio.  Il sinistro.  Si era
    concentrata su questo. Fino a quanto poteva contare prima che un'altra
    goccia le cadesse addosso.
    C'era stata una discussione tra gli uomini,  davanti  alla  porta  del
    monolocale.  Tre voci,  con quella di Fabre.  L'avete ucciso! L'avete
    ucciso! gridava. Quasi piangendo.  Quello che sembrava essere il capo
    lo  aveva trattato da stronzo.  Poi c'era stato un rumore secco,  come
    uno schiaffo. Fabre,  allora,  si era messo a singhiozzare.  Una delle
    voci,  con un forte accento corso, aveva chiesto cosa si dovesse fare.
    Il capo aveva risposto di darsi una mossa per trovare  un  furgoncino.
    Con  tre  o  quattro traslocatori.  Per svuotare la casa.  Del grosso.
    Dell'essenziale.   Lui  avrebbe  portato  via  l'altro,   prima  che
    crollasse del tutto.
    Quanto tempo avesse passato nella doccia,  a contare le gocce d'acqua,
    Nama lo ignorava.  L'unica cosa che ricordava era  che,  a  un  certo
    punto,   ci  fu  il  silenzio.   Nessun  rumore.   Soltanto  lei,  che
    singhiozzava e tremava.  Il freddo le era entrato nella pelle.  Non il
    freddo delle gocce d'acqua.  Il freddo dell'orrore che la circondava e
    che immaginava.
    Aveva salvato la pelle, questo lo aveva capito.  Ma rest l,  a occhi
    chiusi,  sotto la doccia.  Senza muoversi.  Senza poter fare il minimo
    gesto. A singhiozzare. A tremare.  A sperare che quell'incubo finisse.
    Guitou  avrebbe  posato un bacio sulle sue labbra.  Lei avrebbe aperto
    gli occhi e lui le  avrebbe  detto:  Di,    tutto  finito.  Ma  il
    miracolo  non  avvenne.  Un'altra  goccia le era caduta sul ginocchio.
    Reale, come ci che aveva vissuto. Si alz, penosamente. Rassegnata. E
    si vest. La cosa pi terribile, aveva pensato,  l'aspettava dietro la
    porta.  Doveva  scavalcare il corpo di Guitou.  Si avvicin girando la
    testa per non vederlo.  Ma non  ci  riusc.  Era  il  suo  Guitou.  Si
    accovacci davanti a lui, per guardarlo un'ultima volta. Dirgli addio.
    Non  tremava  pi.  Non  aveva  pi  paura.  Pi  niente avrebbe avuto
    importanza, ora, aveva pensato, alzandosi, e...
    E dove sono ora lei e Mathias?.
    Assunsi l'aria pi angelica possibile e risposi:
    Beh,  proprio questo il problema. Non lo sappiamo.
    Mi prendi per il culo o cosa?.
    Te lo giuro.
    Mi guard con cattiveria.
    Ti metto al gabbio, Montale. Per due o tre giorni.
    Non dire stronzate!.
    Mi hai rotto le palle! E non ti voglio pi tra i piedi.
    Anche se pago il conto? dissi, con la mia espressione pi idiota.
    Loubet scoppi a ridere. Una bella risata franca.  Una risata da uomo.
    Capace di tenere testa a tutte le bassezze del mondo.
    Hai avuto strizza, eh?.
    Eccome! Sarebbero venuti tutti a vedermi. Come allo zoo. Anche Pertin
    mi avrebbe portato le noccioline.
    Il conto si divide riprese,  serio. Rilascer un mandato di arresto
    per Balducci e l'altro.  Narni.  Pronunci quel nome lentamente.  Poi
    piant i suoi occhi nei miei. Come lo hai identificato?.
    Narni. Narni ripetei. Ma....
    Una porta si apr sulla peggiore e pi inimmaginabile delle porcherie.
    Sentii il mio stomaco contrarsi. Ebbi un conato di vomito.
    Cos'hai, Montale? Non ti senti bene?.
    Tieni duro,  pensai. Tieni duro. Non vomitare sul tavolo. Trattieniti.
    Concentrati.  Respira.  Di,  respira.  Lentamente.   Come  se  stessi
    camminando nelle calanche.  Respira.  Ecco, va meglio. Respira ancora.
    Soffia. Bene. S, ci siamo... Vedi, si digerisce tutto. Anche la merda
    allo stato puro.
    Mi asciugai la fronte coperta di sudore.
    Va bene, va bene. Solo un fastidio allo stomaco.
    Hai una faccia che fa paura.
    Non vedevo pi Loubet. Davanti a me c'era l'altro.  Il bell'uomo.  Con
    le tempie brizzolate e i baffi sale e pepe. Con il grosso anello d'oro
    sulla mano destra. Alexandre. Alexandre Narni.
    Ebbi un altro conato, ma il peggio era passato. Come aveva fatto Glou
    a ritrovarsi nel letto di un omicida? Dieci anni, per Dio!
    Non  niente dissi. Passer. Che ne dici di un altro cognac?.
    Sicuro di star bene?.
    Mi sarei ripreso.
    Narni dissi con tono scherzoso, non so chi sia. Solo un nome che mi
     venuto in mente prima.  Boudjema Ressaf,  Narni...  Volevo far scena
    con Pertin. Fargli credere che eravamo d'accordo, io e te.
    Ah! disse.
    Loubet non mi lasciava con gli occhi.
    E chi ,  allora,  questo Narni?  Di,  quel nome non ti  venuto  in
    mente  per  caso.  Ne  hai  sicuramente sentito parlare di Narni.  Per
    forza.  Una delle guardie del corpo di Jean-Louis Fargette.  Ebbe  un
    sorriso ironico. Di, ti ricordi di Fargette? Eh? La Mafia....
    S, certo.
    Nel  corso  degli  anni,  il tuo Narni si  distinto come padrone del
    racket su tutta la Costa.  Si  parlato di lui,  quando Fargette si  
    fatto ammazzare a Sanremo. Forse  stato proprio lui a fare il lavoro.
    Il  capovolgimento delle alleanze tra famiglie,  sai come succede.  Da
    allora, Narni si  fatto dimenticare.
    E cosa fa, ora che Fargette  morto?.
    Loubet sorrise.  Il sorriso di chi sa che ti stupir.  Mi aspettavo il
    peggio.
    E'  consulente finanziario di una societ internazionale di marketing
    economico.  La societ che gestisce il secondo conto  dell'azienda  di
    Cc.  Che gestisce anche il secondo conto dello studio di architettura
    di Fabre.  E altri ancora...  Non ho avuto il tempo  di  spulciare  la
    lista.  C' dietro la Camorra napoletana, ne ho avuto la conferma poco
    fa,  prima di incontrarti.  Come vedi Fabre era coinvolto alla grande.
    Ma non come pensi.
    Addirittura! dissi evasivamente.
    Non ascoltavo quasi pi.  Avevo un nodo allo stomaco.  L dentro,  era
    tutto un sali e scendi.  I ricci,  le uova di mare,  le  ostriche.  Il
    cognac non mi era stato di nessun aiuto.  E avevo voglia di mettermi a
    piangere.
    Secondo te, per quei tizi, cos' il marketing economico?.
    Lo sapevo. Babette me lo aveva spiegato.
    L'usura.  Prestano soldi alle imprese in difficolt.  Denaro  sporco,
    ovviamente.  A tassi folli. Quindici, venti per cento. Ma tanti soldi.
    In Italia funziona gi cos. Lo fanno anche le banche!  La Mafia aveva
    attaccato  il  mercato  francese.   L'affare  Schneider,  con  le  sue
    appendici belghe,  stato il primo esempio.
    Ebbene,  il  tizio  che  gestisce  tutto  quanto  si  chiama  Antonio
    Sartanario. Narni lavora per lui. Si occupa, in particolare, di chi ha
    difficolt  a  restituire  i  prestiti.  O di chi tenta di cambiare le
    regole del gioco.
    Fabre c'entrava in questo?.
    Ha iniziato a chiedere prestiti per avviare il  suo  studio.  Poi  ha
    chiesto sempre di pi,  per aiutare Cc a lanciarsi nella moda. Era un
    cliente abituale.  Ma,  in questi ultimi mesi,  si era fatto pi volte
    tirare  le  orecchie.  Spulciando  le sue carte,  abbiamo scoperto che
    passava grandi quantit di denaro su un conto titoli.  Un conto aperto
    a nome di Mathias.  Vedi, Hocine Draoui era un avvertimento per Fabre.
    Il primo. Lo hanno ucciso, l a casa sua,  davanti a lui,  proprio per
    questo. Il luned seguente, Fabre ha ritirato una grossa somma.
    Ma lo hanno comunque ammazzato.
    La  morte  del  ragazzino  deve essere stato un colpo duro per Fabre.
    Allora, invece di restituire i soldi, cosa ha fatto? Cosa gli  venuto
    in mente?  Di sputare l'osso?  Di ricattare  per  essere  lasciato  in
    pace?... Ehi! Mi ascolti, Montale?.
    S, s.
    Hai capito di che merdaio si tratta?  Balducci,  Narni. Quei tipi non
    scherzano.  Mi  senti,  Montale?.  Guard  l'ora.  Cazzo,   sono  in
    ritardo.  Si alz.  Io no.  Non mi reggevo ancora in piedi. Loubet mi
    pos la mano  sulla  spalla,  come  la  volta  scorsa,  da  Ange.  Un
    consiglio,  se hai notizie dei ragazzini non dimenticare di chiamarmi.
    Non vorrei gli succedesse qualcosa. Neppure tu, credo.
    Annuii.
    Loubet dissi, ti voglio bene.
    Si chin verso di me.
    Allora, fammi un piacere, Fabio. Vai a pescare. E' pi sano... per il
    tuo stomaco.
    Mi feci servire un terzo cognac. Lo bevvi tutto di un fiato. Scese con
    la forza che speravo. Capace di scatenare la tempesta nel mio stomaco.
    Mi alzai, penosamente, e mi diressi verso il bagno.
    In ginocchio,  tenendo la tazza del cesso con le  due  mani,  vomitai.
    Tutto.  Fino  all'ultima  vongola.  Non  volevo tenermi niente di quel
    fottuto pranzo.  Con lo  stomaco  contratto  dal  dolore,  mi  misi  a
    singhiozzare piano.  Ecco,  pensai, le cose finiscono sempre cos. Per
    mancanza di equilibrio.  Perch cos sono iniziate.  Si  vorrebbe  che
    tutto si sistemasse, alla fine. Ma no, non succede mai.
    Mai.
    Mi   rialzai  e  tirai  lo  sciacquone.   Come  si  tira  la  maniglia
    dell'allarme.
    Fuori c'era un tempo splendido.  Avevo  dimenticato  che  esisteva  il
    sole. Inondava il cours d'Estienne d'Orves. Mi lasciai trasportare dal
    dolce  calore.  Con  le  mani in tasca andai fino a place Huiles.  Sul
    Vieux-Port.
    Un forte odore saliva dall'acqua.  Un misto di olio,  morchia e  acqua
    salata.  Certamente  non  un buon odore.  Puzza,  avrei detto un altro
    giorno. Ma ora mi faceva un gran bene.  Un profumo di felicit.  Vero,
    umano. Era come se Marsiglia mi prendesse alla gola. Mi venne in mente
    il brum brum della mia barca. Mi vidi in mare a pescare. Sorrisi. La
    vita mi si stava risvegliando dentro. Grazie alle cose pi semplici.
    Arriv il ferry-boat.  Mi regalai un'andata e ritorno per il pi corto
    e pi bello dei viaggi. La traversata di Marsiglia.  Quai du Port-Quai
    de Rive Neuve. C'era poca gente a quell'ora. Alcuni vecchi e una madre
    che dava il biberon al suo bambino. Mi sorpresi a canticchiare "Chella
    lla".  Una vecchia canzone napoletana di Renato Carosone. Ritrovavo le
    mie origini.  Con i ricordi che le accompagnavano.  Mio padre mi aveva
    fatto sedere sul bordo della finestra del ferry boat e mi aveva detto:
    Guarda, Fabio. Guarda. E' l'ingresso del porto. Vedi, il forte Saint-
    Nicolas.  Il forte Saint-Jean.  E l,  il Pharo. Dopo, c' il mare. Al
    largo.  Sentivo le sue grosse mani che mi tenevano sotto le  ascelle.
    Quanti anni potevo avere?  Sei o sette, non di pi. Quella notte avevo
    sognato di essere un marinaio.
    Place de la Mairie,  i vecchi che scesero furono sostituiti  da  altri
    vecchi.  La  madre  di  famiglia mi guard prima di lasciare il ferry-
    boat. Le sorrisi.
    Sal una liceale.  Il tipo di ragazza che fiorisce meglio a  Marsiglia
    che altrove. Padre o madre antillesi, forse. Capelli lunghi e ricci. I
    seni belli dritti.  La gonna lunga fino ai piedi. Venne a chiedermi da
    accendere, perch l'avevo guardata.  Mi lanci un'occhiata alla Lauren
    Bacall,  senza sorridere.  Poi and dall'altra parte della cabina. Non
    ebbi il tempo di ringraziarla. Per il piacere di quello sguardo.
    Al ritorno,  costeggiai il  lungomare,  per  andare  da  Glou.  Avevo
    chiamato  in  albergo prima di lasciare l'Oursin.  Mi aspettava al New
    York. Non sapevo cosa avrei fatto se Narni fosse stato l.  Forse,  lo
    avrei strangolato sul posto.
    Ma Glou era sola.
    Non c' Alexandre? dissi, baciandola.
    Sar qui tra mezz'ora. Avevo voglia di vederti senza di lui. Per ora.
    Cosa succede Fabio? Con Guitou.
    Glou  aveva  le  occhiaie.   Era  segnata  dall'ansia.  L'attesa,  la
    stanchezza, e tutto il resto. Ma era bella, mia cugina. Sempre. Volevo
    ancora approfittare del suo viso, cos com'era ora. Perch la vita non
    le aveva sorriso?  Si era  aspettata  troppo  da  se  stessa?  Sperato
    troppo?  Ma non siamo tutti cos,  appena apriamo gli occhi sul mondo?
    Esistono persone che non chiedono niente alla vita?
    E' morto dissi, piano.
    Le presi le mani.  Erano ancora calde.  Poi alzai gli occhi  verso  di
    lei.  Misi nello sguardo tutto l'amore che avevo in riserva per i mesi
    invernali.
    Cosa? balbett.
    Sentii il sangue rifluire dalle sue mani.
    Vieni dissi.
    E la obbligai ad alzarsi, a uscire. Prima del crollo.  La presi per le
    spalle,  come  un'innamorata.  Il suo braccio scivol intorno alla mia
    vita.   Attraversammo  in  mezzo  al  flusso  delle  macchine.   Senza
    preoccuparci delle frenate.  Dei clacson.  Degli insulti che volavano.
    C'eravamo solo noi. Noi due. E quel dolore comune.
    Camminammo sul lungomare.  In  silenzio.  Stretti  uno  all'altra.  Mi
    chiesi  dove  fosse  quell'uomo  di merda.  Non doveva essere lontano,
    Narni.  A spiarci.  A chiedersi  quando,  finalmente,  avrebbe  potuto
    spararmi  una  pallottola  in  testa.  Doveva sognarlo.  Anche io.  La
    pistola che mi portavo in macchina, dalla sera prima, doveva servire a
    quello. E avevo un vantaggio su Narni.  Ora sapevo che essere schifoso
    fosse.
    Sentii sussultare la spalla di Glou. Le lacrime stavano arrivando. Mi
    fermai e la feci voltare verso di me. L'abbracciai. Tutto il suo corpo
    si strinse al mio.  Sembravamo due amanti,  folli di desiderio. Dietro
    il campanile di Accoules, il sole si nascondeva gi.
    Perch? chiese tra le lacrime.
    Non hanno pi importanza le domande. N le risposte. E' cos,  Glou.
    E' cos, ecco tutto.
    Sollev  il  viso verso di me.  Un viso sfatto.  Il rimmel era colato.
    Lunghe tracce blu.  Le guance sembravano piene di crepe,  come dopo un
    terremoto.  Vidi  il suo sguardo ritirarsi dentro di lei.  Per sempre.
    Glou se ne andava. Altrove. Nel paese delle lacrime.
    Gli occhi e le mani,  malgrado tutto,  si aggrappavano  ancora  a  me,
    disperatamente.  Per restare al mondo. E mantenersi a tutto ci che ci
    univa fin dall'infanzia.  Ma non le ero di alcun aiuto.  La mia pancia
    non  aveva  spinto  un  bambino  verso la luce.  Non ero una madre.  E
    neppure un padre.  E tutte le parole che potevo dire appartenevano  al
    dizionario  della  stronzaggine umana.  Non c'era niente da dire.  Non
    avevo niente da dire.
    Sono qui le mormorai, vicino all'orecchio.
    Ma era troppo tardi.
    Quando la morte arriva,  gi troppo tardi.
    Fabio....
    Tacque.  La sua fronte venne a posarsi  sulla  mia  spalla.  Si  stava
    calmando.  Il  peggio sarebbe venuto dopo.  Le accarezzai dolcemente i
    capelli, poi feci scivolare la mano sotto il suo mento, per alzarle il
    viso.
    Hai un Kleenex?.
    Annu.  Si stacc da me,  apr la borsa,  tir fuori un Kleenex e  uno
    specchietto. Asciug le tracce di rimmel. Non fece altro.
    Dov' la tua macchina?.
    Al parcheggio dell'albergo. Perch?.
    Non farmi domande, Glou. A che livello? Primo? Secondo?.
    Primo. Sulla destra.
    La  presi nuovamente per le spalle e ripartimmo verso il New York.  Il
    sole stava sparendo dietro le case della collina del Panier.  Dietro a
    s  lasciava una bella luce che colorava di rosa i palazzi del Quai di
    Rive-Neuve. Era splendido. E ne avevo bisogno. Di aggrapparmi a questi
    momenti di bellezza.
    Parlami disse.
    Eravamo di fronte a  uno  degli  ingressi  del  metr  Vieux-Port.  Ce
    n'erano tre.  Questo.  Uno sotto la Canabire. L'altro a place Gabriel
    Pri.
    Pi tardi.  Ora vai in macchina.  Sali e aspetta che  arrivi  io.  Ti
    raggiungo tra meno di dieci minuti.
    Ma....
    Lo puoi fare?
    S.
    Bene.  Ti  lascio  qui.  Tu  torna verso l'albergo.  Quando ci sei di
    fronte,  fermati per  qualche  secondo.  Come  se  stessi  pensando  a
    qualcosa.  Qualcosa  che  hai  dimenticato,  per esempio.  Poi,  senza
    fretta, ti dirigi verso il parcheggio. D'accordo?.
    S disse meccanicamente.
    L'abbracciai  come  se  la  stessi  salutando.   Stringendola  a   me.
    Teneramente.
    Devi  fare  esattamente  ci  che  ti  ho  detto,   Glou  le  dissi
    dolcemente, ma con fermezza. Hai capito?.  La sua mano scivol nella
    mia. Forza, vai.
    And. Rigida. Come un automa.
    La  guardai  attraversare.  Poi  scesi  nel metr,  prendendo la scala
    mobile.  Senza fretta.  Arrivato nel  corridoio,  iniziai  a  correre.
    Attraversai  tutta  la stazione per raggiungere l'uscita Gabriel Pri.
    Salii le scale due a due,  e mi ritrovai sulla piazza.  Girai a destra
    per  raggiungere  la  Canabire,  davanti  al Palazzo della Borsa.  Il
    parcheggio era l di fronte.
    Se Narni,  o l'altro,  Balducci,  mi stavano  sorvegliando,  avevo  un
    bell'anticipo.  L,  dove  Glou  e  io  stavamo andando,  non avevamo
    bisogno di nessuno.  Attraversai senza aspettare l'omino  verde  e  mi
    tuffai nel parcheggio.
    Ci fu un lampeggiamento di fari e riconobbi la Saab di Glou.
    Spostati dissi, aprendo lo sportello. Guido io.
    Dove andiamo, Fabio? Spiegami!.
    Aveva urlato.
    Andiamo solo a farci una passeggiata dissi piano. Dobbiamo parlare,
    no?.

    Non parlammo fino all'imbocco dell'autostrada Nord.  Avevo gironzolato
    per Marsiglia con l'occhio fisso  sullo  specchietto  retrovisore.  Ma
    nessuna macchina ci seguiva.  Rassicurato,  raccontai a Glou cosa era
    successo.  Le dissi che il commissario che seguiva l'inchiesta era  un
    amico.  Che gli si poteva dare fiducia. Mi aveva ascoltato, senza fare
    domande. Aveva solo detto:
    Tanto, ora, non cambia niente.
    Presi l'uscita Les Arnavaux e iniziai ad attraversare  le  strade  che
    salgono verso Sainte-Marthe.
    Come hai conosciuto Narni?.
    Cosa?.
    Dove hai conosciuto Alexandre Narni?.
    Al  ristorante che avevo con Gino.  Era un cliente.  Un buon cliente.
    Veniva spesso. Con amici, a volte solo. Amava la cucina di Gino.
    Anche io.  Mi ricordavo ancora di un piatto di "lingue di passero"(10)
    al  tartufo.  Non  ne  avevo  pi  mangiate di cos buone.  Neppure in
    Italia.
    Ti faceva il filo?.
    No. Insomma, dei complimenti....
    Come un bell'uomo pu fare a una bella donna.
    Se vuoi,  s...  Ma ero con lui come con tutti gli altri clienti.  N
    pi n meno.
    Ah... E lui?.
    Lui  cosa?  Fabio,  cosa sono tutte queste domande?  Sono legate alla
    morte di Guitou?.
    Alzai le spalle.
    Ho bisogno di sapere delle cose sulla tua vita. Per capire.
    Capire cosa?.
    Come ha fatto Glou,  la mia  cara  cugina,  a  incontrare  Alexandre
    Narni, killer professionista della Mafia. E come, nei dieci anni che 
    andata a letto con lui, non ha mai intuito niente.
    E  all'improvviso,  frenai.  Per  parcheggiare.  Prima di ricevere uno
    schiaffo.












    Capitolo ventesimo.
    Nel quale viene proposta una visione limitata del mondo.

    Narni divent uno dei migliori clienti del  ristorante  soltanto  dopo
    pochi  mesi  dall'apertura.  Ogni  volta  veniva  con  persone famose.
    Sindaci, deputati. Persone elette nella regione. Ministri. Gente dello
    spettacolo. Del cinema.
    Ecco i miei amici,  sembrava dire.  Siete fortunati  che  apprezzo  la
    vostra cucina e che veniamo dallo stesso posto.  Narni, come Gino, era
    originario dell'Umbria.  Senz'altro la regione d'Italia dove si mangia
    meglio.  Anche  pi della Toscana.  Questa era una fortuna.  Bisognava
    riconoscerlo.  Il ristorante era sempre pieno.  Alcuni ci  venivano  a
    cena solo per vedere questa o quest'altra personalit.
    Le  pareti  erano  piene  di  cornici  con le foto di tutti coloro che
    passavano al ristorante.  Glou posava con ognuno di  loro.  Come  una
    star. La star delle star, in quel ristorante. Un regista italiano, non
    si ricordava pi quale,  le aveva addirittura proposto,  un giorno, di
    recitare nel suo prossimo film. Aveva riso di cuore.  Amava il cinema,
    ma non si era mai immaginata davanti a una cinepresa. E poi Guitou era
    appena nato. Dunque, il cinema...
    I  soldi  entravano.   Un  periodo  felice.  Anche  se,  la  sera,  si
    ritrovavano a letto esausti. Soprattutto nelle sere dei week-end. Gino
    aveva assunto un aiuto cuoco e due cameriere. Glou non serviva pi ai
    tavoli.  Accoglieva gli ospiti importanti e prendeva un aperitivo  con
    loro.  Ecco.  Narni la invitava ai ricevimenti ufficiali, le serate di
    gala. Diverse volte anche al festival di Cannes.
    Ci andavi sola?.
    S, senza Gino. Il ristorante doveva andare avanti. E lo sai, lui non
    amava molto le mondanit.  Non c'era niente che gli facesse perdere la
    testa,  a parte me disse,  con un sorrisetto triste.  N i soldi, n
    gli onori.  Era un vero contadino,  con i piedi per terra.  Per questo
    l'ho amato.  Mi ha dato equilibrio.  Mi ha insegnato la differenza tra
    il vero e il falso.  Le apparenze.  Ti ricordi com'ero  da  ragazzina?
    Correvo  dietro  a  tutti  i  ragazzi che facevano gli sbruffoni con i
    soldi di pap.
    Volevi addirittura sposarti con il figlio di un fabbricante di scarpe
    marsigliese. Era un buon partito.
    Era brutto.
    Gino....
    Si perse nei suoi pensieri. Eravamo rimasti fermi sulla strada dopo la
    mia brusca frenata.  Glou non mi aveva  schiaffeggiato.  Non  si  era
    neppure  mossa.   Frastornata.   Poi  si  era  voltata  verso  di  me,
    lentamente.  I suoi occhi lanciavano segnali di  sgomento.  Non  avevo
    osato guardarla subito.
    E' cos che hai trascorso il tempo? aveva detto. A spulciare la mia
    vita?.
    No, Glou.
    E  le  avevo raccontato tutto.  Insomma,  non tutto.  Soltanto ci che
    aveva diritto di sapere. Poi fumammo, in silenzio.
    Fabio riprese.
    S.
    Cosa vuoi sapere?.
    Non lo  so.  E'  come  se  mancasse  un  pezzo  al  puzzle.  Si  vede
    l'immagine, ma quel pezzo che manca, manda tutto per aria. Capisci?.
    La notte era scesa.  Malgrado i finestrini aperti, il fumo riempiva la
    macchina.
    Non ne sono sicura.
    Glou,  quel tizio vive con te.  Ti aiuta a crescere  i  tuoi  figli.
    Patrice,  Marc  e Guitou.  Ha visto crescere Guitou...  Ha giocato con
    lui. Ci sono stati i compleanni, Natale....
    Come ha potuto,  questo?.
    S, come ha potuto. E come... Supponi che non avessimo saputo niente.
    Se tu non fossi venuta da me,  eh?  Narni viene,  ammazza  quell'uomo,
    Hocine Draoui.  Poi Guitou,  che sfortunatamente si trovava l.  Passa
    attraverso le maglie degli sbirri.  Come sempre.  Torna a Gap...  Come
    avrebbe potuto...  infilarsi il pigiama,  pulito e stirato, e venire a
    letto con te e....
    Credo che...  morto Guitou,  non avrei pi sopportato nessun uomo nel
    mio letto. Alex o chiunque altro.
    Ah feci, sconcertato.
    Avevo bisogno di un uomo per essere sicura di poter riuscire a tirare
    su i bambini, Guitou soprattutto. Di un... di un padre, s. Glou era
    sempre pi nervosa.  Oh,  Fabio,  sono confusa. Capisci, ci sono cose
    che una donna si aspetta da un uomo. La gentilezza.  La tenerezza.  Il
    piacere.  Il piacere, conta, sai? E poi, c' tutto il resto. Che fa s
    che un uomo  sia  veramente  un  uomo.  La  stabilit  che  offre.  La
    sicurezza.  Un'autorit, diciamo. Su cui appoggiarsi... Madre sola con
    tre figli, no, non ho avuto il coraggio. La verit  questa.  Accese,
    automaticamente,   un'altra   sigaretta.   Pensierosa.   Non    cos
    semplice.
    Lo so, Glou. Dimmi, non ha mai desiderato avere un figlio da te?.
    S, lui s. Io no. Tre bastavano. Non credi?.
    Sei stata felice in questi ultimi anni?.
    Felice?  S,  penso di s.  Andava  tutto  bene.  Hai  visto  la  mia
    macchina?.
    S, l'ho vista, ma questo non significa essere felici.
    Lo so. Ma cosa vuoi che ti risponda? Accendi la televisione... Quando
    vedi  cosa ti succede intorno,  o altrove...  Non posso certo dire che
    fossi infelice.
    Cosa ne pensava Gino di Narni?.
    A  lui  non  piaceva  molto.  Insomma,  all'inizio  s.   Lo  trovava
    simpatico. Parlavano del loro paese di origine. Ma Gino, lo sai, non 
    mai stato molto socievole. Per lui esisteva solo la famiglia.
    Era geloso?.
    Un  po'.  Come  ogni  buon italiano.  Ma non  mai stato un problema.
    Anche quando per il mio compleanno mi arrivava un bellissimo mazzo  di
    rose.  Gli  ricordava  soltanto  che  lui  se l'era dimenticato il mio
    compleanno. Ma non era grave. Gino mi amava e io lo sapevo.
    Allora, cos'era?.
    Non lo so.  Gino...  Ad Alex succedeva anche di venire a mangiare con
    tipi strani.  Tutti in gran tiro, ma... accompagnati da... guardie del
    corpo.  Con loro,  niente fotografie!  A Gino non  piaceva  averli  al
    ristorante.  Diceva  che  erano della Mafia.  Con quelle facce,  li si
    riconosceva subito. Erano pi veri che al cinema!.
    Lo ha mai detto a Narni?.
    No,  vuoi scherzare!  Era un cliente.  Quando hai un ristorante,  fai
    pochi commenti. Servi da mangiare e basta.
    E' da allora che Gino ha cambiato atteggiamento con lui?.
    Spense  la  sigaretta.  Era lontano nel tempo.  E soprattutto,  era un
    periodo sul quale non aveva ancora girato  pagina.  Dieci  anni  dopo.
    Nella  sua mente,  la foto di Gino doveva senz'altro avere una cornice
    d'oro e una rosa posata accanto.
    Gino, a un certo punto,  diventato nervoso. Ansioso. Si svegliava di
    notte. Perch lavoravamo troppo,  diceva.  E' vero,  non ci si fermava
    mai.  Il  ristorante  era sempre al completo,  eppure,  non navigavamo
    nell'oro.  Vivevamo.  A volte,  avevo la sensazione che  guadagnassimo
    meno  di  prima.  Gino  diceva  che  era  una  spirale  d'inferno quel
    ristorante.  Inizi a  parlare  di  vendere.  Di  andare  altrove.  Di
    lavorare meno. E che saremmo stati ugualmente felici.
    Gino e Glou. Adrien Fabre e Cc. La Mafia riprendeva con una mano ci
    che  dava  con  l'altra.  Senza  regalare  niente.  Non si sfuggiva al
    racket.  Soprattutto se chi  lo  esercitava  aveva  costruito  la  tua
    clientela.  Qualsiasi  essa  fosse.  Funziona cos ovunque.  A livelli
    diversi.  Anche per i pi piccoli bar di  quartiere,  da  Marsiglia  a
    Mentone. Niente di che, solo un piccolo flipper non dichiarato. O due.
    Narni,  tra l'altro,  amava la proprietaria. Glou. Mia cugina. La mia
    Claudia Cardinale.  Mi ricordo che dieci anni fa era ancora pi  bella
    che d'adolescente. Una donna matura, raggiante. Come piacciono a me.
    Una sera hanno un po' litigato riprese Glou.  Ora mi ricordo.  Non
    so a che proposito.  Gino non me ne aveva  voluto  parlare.  Alex  era
    venuto a mangiare da solo,  come a volte capitava.  Gino si era seduto
    al suo tavolo,  per bere un bicchiere di vino  e  chiacchierare.  Alex
    aveva  finito  il  primo  e  se  n'era andato.  Senza mangiare altro e
    salutando appena. Ma mi aveva guardata, a lungo. Prima di uscire.
    Quando  successo?.
    Un mese prima che uccidessero Gino... Fabio! url,  non vorrai dire
    che....
    Non volevo dire niente, appunto.

    Da  quella  sera,  Narni  non  rimise pi piede al ristorante.  Chiam
    Glou, una volta. Per dirle che andava via per lavoro,  ma che sarebbe
    tornato presto.  Riapparve solo due giorni dopo la morte di Gino.  Per
    il funerale,  pi  precisamente.  Fu  molto  presente  in  tutto  quel
    periodo, aiutando Glou in ogni momento, consigliandola.
    Lei  gli  parl  della  sua  intenzione  di  vendere  e di lasciare la
    regione. Di ricominciare da un'altra parte.  Anche in questo caso,  la
    aiut.  Fu  lui  a  occuparsi  della vendita del ristorante e riusc a
    ottenere un ottimo prezzo.  Da un suo  parente.  Glou,  un  po'  alla
    volta,  si appoggi pi a lui che alla sua famiglia, la quale, passata
    la  disgrazia,  era  tornata  a  occuparsi  degli  affari  propri.  Io
    compreso.
    Avresti potuto chiamare protestai.
    S,  forse.  Se  fossi  stata sola.  Ma c'era Alex e...  non ho avuto
    bisogno di chiedere aiuto.
    Un giorno,  circa un anno dopo,  Narni le propose di portarla  a  Gap.
    Aveva  trovato  una piccola attivit che le sarebbe piaciuta.  E anche
    una villa sulle prime scarpate del colle Bayard.  La vista sulla valle
    era magnifica. I bambini sarebbero stati felici l. Un'altra vita.
    Visitarono  la  casa,  come  una giovane coppia che si deve sistemare.
    Ridendo. Facendo progetti,  timidamente.  La sera,  invece di tornare,
    rimasero a cenare a Gap.  Si fece tardi.  Narni sugger di dormire l.
    Il ristorante aveva anche un albergo e aveva due camere libere.  Glou
    si  era  ritrovata  tra  le sue braccia,  senza sapere come.  Ma senza
    rimpianti.
    Era passato troppo tempo...  Non...  non potevo vivere senza un uomo.
    All'inizio  avevo creduto di s.  Ma...  avevo trentotto anni,  Fabio
    precis,   come  per  scusarsi.   Alle  persone  che  avevo  accanto,
    soprattutto alla mia famiglia, la cosa non piacque. Ma non si vive con
    la famiglia.  Non c',  la sera, quando hai messo a letto i bambini, e
    sei sola davanti alla televisione.
    E, invece, c'era quell'uomo, che conosceva da cos tanto tempo,  e che
    aveva  saputo  aspettarla.  Quell'uomo elegante,  sicuro di s,  senza
    preoccupazioni  economiche.   Le  aveva  detto  che  era   consigliere
    finanziario   in  Svizzera.   S,   Narni  era  rassicurante.   Le  si
    riprospettava un futuro.  Non quello che aveva sognato sposando  Gino.
    Ma migliore di quello che aveva previsto dopo la sua morte.
    Poi,  vedi,  spesso  partiva per lavoro.  In Francia,  in Europa.  E,
    precis Glou,  anche questo andava bene.  Ero  libera.  Di  andare  e
    venire.  Di  essere sola con i miei figli,  a loro disposizione.  Alex
    tornava proprio quando la sua assenza iniziava a pesarmi.  No,  Fabio,
    in questi ultimi dieci anni, non sono stata infelice.
    Narni  aveva ottenuto ci che desiderava.  Questa era l'unica cosa che
    non potevo  rimproverargli.  Che  avesse  amato  Glou,  al  punto  da
    allevare i figli di Gino.  Lo aveva ucciso solo per questo? Per amore?
    O perch Gino aveva deciso  di  non  dargli  pi  un  centesimo?  Poco
    importa.  Quel  tizio era un assassino.  Avrebbe ucciso Gino comunque.
    Perch Alexandre Narni era come tutta la gente della  Mafia.  Ci  che
    volevano se lo prendevano,  prima o poi. Il potere, i soldi, le donne.
    Glou. Odiavo Narni ancora di pi, per questo.  Per aver osato amarla.
    Per  averla sporcata,  fregandola con tutti i suoi crimini.  Con tutta
    quella morte che gli aleggiava intorno.
    Cosa succeder, adesso? chiese Glou, con un filo di voce.
    Era una persona forte. Ma era comunque tanto,  per una sola donna,  in
    una   sola   giornata.   Doveva  riposarsi  per  evitare  di  crollare
    definitivamente.
    Andrai a riposarti.
    In albergo? url, terrorizzata.
    No. L non ci torni. Narni,  ora,  sar come un cane rabbioso.  Ormai
    sapr  che  sono  al  corrente di tutto.  Non vedendoti tornare,  avr
    immaginato che ti ho raccontato  ogni  cosa.  E'  capace  di  uccidere
    chiunque. Anche te.
    Mi  guard.  Non  la  vedevo.  Solo per un attimo,  scorsi il suo viso
    illuminato dal passaggio di una macchina. Nei suoi occhi non ci doveva
    essere granch. Il deserto. Come dopo il passaggio di un tornado.
    Non ci credo disse piano.
    A cosa non credi?.
    Che possa uccidermi. Riprese fiato. Una notte, avevamo appena fatto
    l'amore. Era stato via a lungo. E' tornato molto stanco. Abbattuto. Un
    po' triste. Mi ha preso tra le braccia,  con tenerezza.  Sapeva essere
    tenero e mi piaceva. "Vedi" aveva mormorato, "preferirei perdere tutto
    piuttosto che perdere te". Aveva le lacrime agli occhi.
    Che  cazzo!  pensai.  Avevo sentito veramente tutto in questa merda di
    vita. Anche questo. Storie di assassini teneri. Glou,  Glou,  perch
    mi hai lasciato la mano, quella domenica, al cinema?
    Ci saremmo dovuti sposare, noi due.
    Non so neppure io cosa stavo dicendo.
    Scoppi  a  piangere  e si rifugi tra le mie braccia.  Le sue lacrime
    m'impregnavano la camicia e la pelle.  Sapevo che  avrebbero  lasciato
    una macchia indelebile.
    Non so neppure io cosa dico, Glou. Ma sono qui. E ti voglio bene.
    Anch'io disse piangendo. Ma non ci sei stato sempre.
    Narni   un assassino.  Uno pericoloso.  Forse gli piaceva la vita di
    famiglia.  E senz'altro ti ama.  Ma non cambia niente.  E'  un  killer
    professionista.  Pronto a tutto.  In questo mestiere, non puoi tirarti
    indietro,  cos,  come se niente fosse.  Uccidere   un  lavoro.  Deve
    rendere  conto  a chi sta sopra di lui.  A tizi ancora pi pericolosi.
    Persone che non uccidono come lui, con delle armi.  Ma che controllano
    uomini politici,  industriali, militari. Persone per cui la vita umana
    non conta niente...  Narni non pu permettersi di lasciarsi dei feriti
    alle  spalle.  Non  poteva  lasciare vivere Guitou.  E neppure te.  N
    me....
    La mia frase rimase sospesa.  Io,  non mi aspettavo pi  niente  dalla
    vita.  L'avevo solo prevista cos com'era,  un giorno.  E avevo finito
    per amarla. Senza colpa, senza rimorsi,  senza timore.  Semplicemente.
    La  vita   come la verit.  Si prende ci che ci si trova.  Spesso si
    trova ci che si  dato. Non  poi cos complicato. Rosa, la donna che
    per tanti anni aveva vissuto con me,  prima di lasciarmi mi disse  che
    avevo una visione limitata del mondo.  Era vero.  Ma ero ancora vivo e
    bastava niente  per  rendermi  felice.  Morto,  non  sarebbe  cambiato
    granch.
    Feci  scivolare  il  braccio  intorno  alle spalle di Glou.  Ripresi:
    Glou, ti voglio bene e voglio proteggerti da lui.  Fino a quando non
    sar tutto sistemato. Ma ho bisogno che tu, prima, lo uccida nella tua
    testa.  Che  tu distrugga anche l'ultima briciola di tenerezza che hai
    per lui. Altrimenti non posso aiutarti.
    E' il secondo uomo che perdo, Fabio disse, implorando.
    Il peggio dovevo ancora dirlo. Avevo sperato di potermelo risparmiare.
    Glou, immagina Guitou. Ha appena vissuto la prima notte d'amore, con
    una bella ragazzina.  Poi,  ci sono strani rumori in casa.  Un  grido,
    forse. Un grido di morte. Terrorizzante per chiunque. A qualsiasi et.
    Forse  dormivano,  Guitou  e  Nama.  Forse  stavano  di nuovo facendo
    l'amore. Immagina il loro panico.
    Allora, si alzano. E lui, Guitou, tuo figlio,  che  appena diventato
    uomo, fa quello che probabilmente un uomo non avrebbe fatto. Ma lo fa.
    Perch Nama lo sta guardando. Perch Nama  preoccupatissima. Perch
    ha paura per lei. Apre la porta. E cosa vede? Quello stronzo di Narni.
    Quello che gli d lezioni sui bianchi,  sui neri,  sugli arabi. Quello
    capace di picchiare tuo figlio,  con  tale  violenza  e  brutalit  da
    lasciargli  dei  lividi  per  pi di quindici giorni.  Quello che va a
    letto con sua madre.  Che fa con sua madre ci che lui ha appena fatto
    con Nama.
    Immagina,  Glou,  gli  occhi di Guitou in quel momento.  L'odio e la
    paura, anche. Perch sa di non avere pi nessuna possibilit. Immagina
    anche gli occhi di Narni.  Vedendo quel ragazzino davanti a  s.  Quel
    ragazzino  che lo sfida da anni,  che lo disprezza.  Immagina,  Glou.
    Voglio che tu abbia bene in mente queste schifose immagini! Tuo figlio
    in mutande.  E Narni con  la  pistola.  Che  sta  per  sparare.  Senza
    esitazione.  Senza tremare.  Una sola pallottola, Glou. Una sola, per
    Dio!.
    Smettila! singhiozz.
    Con le dita mi  stringeva  la  camicia.  Stava  per  avere  una  crisi
    isterica. Ma dovevo continuare.
    No,  devi  ascoltarmi,  Glou.  Immagina  ancora Guitou che cade e si
    fracassa la fronte sulla pietra della scala Il sangue  cola.  Chi  dei
    due,  in quel momento,  ha pensato a te? In quella frazione di secondo
    in cui la pallottola  partita per andarsi a  infilare  nel  cuore  di
    Guitou.  Voglio  che  ti  ficchi tutto questo in testa,  una volta per
    tutte.  Senn,  non potrai  pi  dormire.  Per  tutta  la  vita.  Devi
    immaginartelo,  Guitou.  E  anche  lui,  Narni,  te lo devi immaginare
    mentre spara. Lo uccider, Glou.
    No! url tra i singhiozzi. No, non tu!
    Qualcuno lo deve pur fare. Per cancellare tutto. Non per dimenticare,
    no.  Questo,  non lo potrai mai fare.  E  neppure  io.  No,  solo  per
    togliere la sporcizia. Fare un po' di pulizia. Nelle nostre menti. Nei
    nostri  cuori.  Allora,  solo  allora,  potremo  fare degli sforzi per
    sopravvivere.
    Gelou si strinse a me. Eravamo l, come durante la nostra adolescenza,
    stretti uno all'altra, a letto,  a raccontarci storie incredibili.  Ma
    le  storie  terrorizzanti  ci avevano raggiunti.  Erano pi che reali.
    Potevamo addormentarci certo,  uno accanto all'altra,  come prima.  Al
    caldo. Ma sapevamo che al risveglio l'orrore non sarebbe scomparso.
    Aveva un nome. Un viso.
    Narni.
    Ingranai la marcia.  Senza pi dire una parola. Adesso ero arrivato al
    punto di non poter  pi  aspettare.  Andavo  piuttosto  veloce,  nelle
    stradine quasi deserte a quell'ora.
    Attraversammo  un  villaggio,  con  vecchie  case,  alcune  dell'epoca
    coloniale. Ce n'era una, in stile moresco, che mi piaceva molto.  Come
    se ne vedono a El Biar, sulle colline di Algeri. Era abbandonata, cos
    come molte altre.  Le finestre non si aprivano pi, come una volta, su
    grandi parchi verdeggianti, su giardini, ma su palazzi di cemento.
    Salimmo ancora.  Glou si lasciava trasportare.  L dove  la  portavo,
    sarebbe andato tutto bene.  Poi,  comparve l'immenso Buddha d'oro, sul
    fianco della collina.  La luna lo  illuminava.  Dominava  maestosa  la
    citt,  serena.  Il tempio, costruito recentemente, ospitava un centro
    di studi buddhisti. Cc ci stava aspettando. Con Nama e Mathias.
    Li aveva nascosti l.  Era il giardino segreto di Cc.  Dove veniva  a
    rifugiarsi,  quando  le  cose andavano male.  Ci veniva a meditare,  a
    pensare. A ricaricarsi.  Nel posto dove era il suo cuore.  Per sempre.
    Il Vietnam.
    Non credevo in nessun Dio.  Ma era un luogo sacro.  Un luogo puro.  E,
    pensai,  non c' niente di male se ogni tanto si respira un po' d'aria
    buona.  Sarebbe stata bene qui,  Glou.  Con loro. Tutti avevano perso
    qualcosa in questa storia. Cc un marito. Mathias, un amico. Nama, un
    amore.  E Glou,  tutto.  Avrebbero saputo occuparsi di lei e di  loro
    stessi. Curarsi le ferite.
    Un monaco ci accolse all'ingresso.  Glou si strinse a me. Le posai un
    bacio sulla fronte. Alz il viso verso di me.  Nei suoi occhi c'era un
    velo, che stava per strapparsi.
    Devo dirti ancora una cosa.
    E seppi che quella cosa non avrei mai voluto sentirla.









    Capitolo ventunesimo.
    Nel quale si sputa nel vuoto, per disgusto e con stanchezza.

    Tornai  con  la  Saab.  Avevo  acceso  la radio ed ero capitato su una
    stazione di tango.  Edmundo Riveiro  cantava  "Garuffa".  Era  proprio
    quello di cui avevo bisogno.  Avevo il cuore a pezzi,  dopo ci che mi
    aveva detto Glou.  Ma non volevo pensarci.  Volevo allontanare quelle
    ultime parole. Dimenticarle, addirittura.
    Avevo  l'impressione  di  fare  lo zapping nella vita degli altri.  Di
    seguire storie gi iniziate.  Glou e Gino.  Guitou e Nama.  Serge  e
    Redouane.  Cc  e  Fabre.  Pavie e Saadna.  Arrivavo sempre alla fine.
    Quando si uccide. Quando si muore.  Sempre in ritardo di una vita.  Di
    una felicit.
    Sarei  invecchiato  cos.  Esitando  troppo  e  facendomi  sfuggire la
    felicit.  Non avevo  mai  saputo  prendere  decisioni,  n  assumermi
    responsabilit. Su niente che potesse impegnarmi nella vita. Per paura
    di perdere. Ma perdevo ugualmente. Ero un perdente.
    Con Magali c'eravamo dati appuntamento a Caen.  In un piccolo albergo.
    Tre giorni prima della mia partenza per Gibuti. Avevamo fatto l'amore.
    Lentamente,  a lungo.  Tutta la notte.  La mattina,  prima di fare  la
    doccia,  mi aveva chiesto: Cosa ti piacerebbe che facessi nella vita?
    L'insegnante o la modella?. Avevo alzato le spalle, senza rispondere.
    Era uscita dal bagno gi vestita, pronta per uscire.
    Ci hai pensato?.
    Fa' ci che vuoi avevo risposto. Mi piaci cos come sei.
    Furbo! mi rispose,  posandomi un rapido bacio sulle labbra.  L'avevo
    abbracciata. La desideravo, ancora. Far tardi a lezione.
    A stasera.
    La  porta  si  era richiusa.  Non era pi tornata.  Non l'avevo potuta
    rivedere per dirle che,  prima di tutto,  volevo che fosse mia moglie.
    Ero  scappato davanti alla domanda essenziale.  Alla scelta.  E non mi
    era servito a niente.  Non sapevo cosa ne sarebbe stato di Magali e di
    me.  Ma Fonfon, ne ero sicuro, sarebbe stato fiero di saperci insieme,
    felici. Oggi, non sarebbe stato solo. E io neppure.
    Spensi la radio quando Carlos Gardel attacc "Volver".  Il  tango,  la
    nostalgia,  meglio  spegnere.  Avrei  potuto  crollare e invece dovevo
    tenere i nervi saldi. Per affrontare Narni.  C'erano ancora delle zone
    d'ombra,  che non riuscivo a chiarire. Perch era uscito allo scoperto
    proprio ieri,  quando avrebbe potuto restare nascosto e  continuare  a
    inseguire  Nama?  Forse  pensava di chiudermi in trappola,  una volta
    rispedita Glou a Gap? Non aveva importanza ormai. Erano fatti suoi.
    Imboccai l'autostrada del Littoral. Dalla parte dei porti. Solo per il
    piacere  di  vedere  le  banchine  dall'alto  della   passerella.   Di
    costeggiare le darsene.  Di offrirmi il lusso delle luci dei traghetti
    all'ormeggio. I miei sogni erano ancora l. Intatti.  In quelle barche
    pronte a tirare su l'ancora.  Per altri lidi.  Forse avrei dovuto fare
    proprio questo. Stasera. Domani. Partire. Finalmente.  Lasciare tutto.
    Andare  in  quei  paesi  che  Ugo  aveva visitato.  L'Africa,  l'Asia,
    l'America del sud.  Fino a Puerto Escondido.  Aveva  ancora  una  casa
    laggi.  Una casetta di pescatori.  Come la mia, a Les Goudes. E anche
    una barca.  Lo aveva detto a Lole,  quando era tornato  per  vendicare
    Manu.  Ne avevamo parlato spesso con lei.  Di andarci. In quella casa,
    in capo al mondo.
    Troppo tardi, ancora una volta.  Uccidendo Narni,  mi sarei finalmente
    messo  in  regola  con  la  vita?  No,  sistemare  i conti non avrebbe
    azzerato tutti i miei fallimenti.  E come potevo essere cos sicuro di
    uccidere Narni?  Perch non avevo niente da perdere.  Per neppure lui
    aveva pi niente da perdere.
    E loro erano in due.
    Imboccai il tunnel del Vieux-Port,  per uscire sotto il  forte  Saint-
    Nicolas.  Di fronte al vecchio bacino di carenaggio costeggiai il quai
    de Rive-Neuve.  Era l'ora in cui Marsiglia si  agita.  In  cui  ci  si
    chiede  quale  zuppa  si  manger,  la  sera.  Antillese.  Brasiliana.
    Africana. Araba. Greca. Armena.  Vietnamita.  Indiana.  Provenzale.  O
    delle isole Runion. C' di tutto nel calderone marsigliese. Per tutti
    i gusti.
    Rue  Francis-Davso,  parcheggiai  in doppia fila,  vicino alla mia R5.
    Portai nella Saab alcune cassette e la pistola di Redouane.  Rimisi in
    moto e imboccai rue Molire,  costeggiando l'Opra, rue Saint-Saens, a
    sinistra,  rue Glandeves.  Di nuovo al porto.  A due passi  dall'hotel
    Aliz.  C'era  un  parcheggio  che  mi  tendeva le braccia.  Perfetto.
    Strisce pedonali e marciapiede.  Doveva costare caro,  perch  nessuno
    l'aveva occupato. Ma mi sarebbero bastati cinque minuti, non di pi.
    Entrai  in una cabina telefonica,  quasi davanti all'albergo e chiamai
    Narni.  Fu allora che vidi la  Safrane,  posteggiata  in  doppia  fila
    davanti  al  New  York.  Data  la  quantit  di  fumo  che  usciva dal
    finestrino,  doveva  esserci  Balducci  al  posto  di  guida.   Giorno
    fortunato,  pensai.  Preferivo  vederli qui,  piuttosto che saperli ad
    aspettarmi davanti a casa mia.
    Narni rispose immediatamente.
    Montale dissi. Non ci siamo ancora presentati, io e te. Ma potremmo
    farlo ora, no?.
    Dov' Glou? aveva una bella voce, calda, grave, che mi sorprese.
    Troppo tardi per preoccuparti di lei,  vecchio mio.  Non penso che la
    rivedrai pi.
    Lo sa?.
    Lo sa.  Tutti lo sanno. Anche gli sbirri. Non c' pi molto tempo per
    sistemare le cose tra noi.
    Dove sei?.
    A casa mia mentii.  Posso essere l tra tre quarti d'ora.  Va bene,
    al New York?.
    O.k., ci sar.
    Solo mi divertii a dire.
    Solo.
    Misi gi e aspettai.
    Gli ci vollero meno di dieci minuti per scendere dalla stanza e salire
    sulla Safrane. Recuperai la Saab di Glou. Via!, pensai.
    Avevo un'idea in mente.  Non mi restava altro che sperare fosse quella
    giusta.
    Grazie agli ingorghi raggiunsi  la  Safrane  in  quai  de  Rive-Neuve.
    Avevano deciso di passare dalla Corniche. Perfetto, andava bene pure a
    me.
    Mi  tenevo  a  una  certa  distanza  da  loro.  Dovevo solo cercare di
    raggiungerli al David. Al Rond-Point de la Plage. E feci cos.  Mentre
    si  avviavano verso la Pointe-Rouge,  mi avvicinai e lampeggiai.  Poi,
    senza fermarmi, girai intorno alla statua e presi avenue du Prado. Non
    avrebbero potuto fare inversione fino  all'avenue  de  Bonneveine.  Si
    sarebbero  incazzati  e  io  avrei avuto il tempo di arrivare sotto il
    Pharo.  Senza rischi.  Li  avrei  aspettati  l.  All'incrocio  Prado-
    Michelet. Dopo sarebbe iniziato il rodeo.
    Tirai fuori pistola e pallottole dal sacchetto di plastica. La caricai
    e  l'appoggiai  sul  sedile.  Con  il calcio verso di me.  Infilai una
    cassetta degli Z.Z.  TOP.  Avevo bisogno di loro.  L'unico gruppo rock
    che  amavo.   L'unico  vero.   Vidi  la  Safrane.  Le  prime  note  di
    "Thunderbird".  Partii.  Si stavano  probabilmente  chiedendo  a  cosa
    stessi  giocando.  Mi  divertiva  sapere  che non avevano il controllo
    della situazione.  Il loro nervosismo  era  il  mio  punto  di  forza.
    L'intero  piano  si  basava  su un loro errore.  Un errore che speravo
    fatale.
    Semaforo verde. Semaforo arancione. Semaforo rosso. Percorsi boulevard
    Michelet  senza  fermarmi  mai.   Poi  ad  alta  velocit  attraversai
    l'incrocio  di  Mazargues.  Dopo  Redon  e  Luminy  imboccai la D 559.
    Direzione Cassis.  Passando dal  colle  de  la  Gineste.  Il  classico
    percorso dei ciclisti marsigliesi. Una strada che conoscevo a memoria.
    Da l partivano diversi sentieri per le calanche.
    Una strada piena di curve, la D 559. Stretta e pericolosa.
    Gli Z.Z.  TOP attaccarono con "Long distance boogie".  Benedetto Billy
    Gibbons!  Affrontai la costa a 110,  con la Safrane attaccata al culo.
    La  Saab  mi  sembrava un po' molle,  ma rispondeva bene.  Sicuramente
    Glou non l'aveva mai spinta cos.
    Dopo il primo curvone, provarono a sorpassarmi.  Avevano fretta.  Vidi
    il  muso  della  Safrane puntare la mia macchina e il braccio di Narni
    spuntare dal finestrino. Con una pistola in mano.  Ingranai la quarta.
    Ero  vicino  ai 100 e imboccai la seconda curva con grande difficolt.
    Anche loro.
    Recuperai il vantaggio.
    Iniziavo a dubitare delle mie possibilit.  Balducci era un  asso  del
    volante.  Hai  poche  speranze  di  assaggiare  bottarga  di Honorine,
    pensai. Merda! Avevo fame. Che stronzo! Avrei dovuto mangiare prima di
    scatenare questo casino.  Tipico  mio.  Tuffarmi  senza  neanche  aver
    respirato.  Dopotutto,  Narni non aveva cos tanta fretta.  Mi avrebbe
    aspettato. O sarebbe venuto a cercarmi. So che lo avrebbe fatto.
    Un bel piatto di spaghetti "all'amatriciana" (11) con  un  bicchierino
    di rosso.  Un Tempier rouge,  per esempio.  Di Bandol.  Forse lo avrei
    trovato, all'altro mondo.  Che cavolo dici,  coglione!  Dopo,  non c'
    niente.
    S,  dopo non ci sar pi niente.  Il buio. E basta. E poi, neanche lo
    sai, che c' buio. Perch sei morto.
    La Safrane mi stava ancora appiccicata al culo. Non poteva fare altro.
    Per ora. Dopo la curva avrebbe di nuovo cercato di sorpassarmi.
    Dunque,  Montale,  hai un'unica  possibilit:  cavartela.  O.k.?  Cos
    potrai  strafogarti  di tutto ci che vuoi.  Ecco,  per esempio,   da
    tanto che non mangi una zuppa di carciofi con fette di pane  grigliato
    e olio d'oliva.  Niente male.  Accelerai un altro po'.  O uno stufato.
    Buono,  anche questo.  Avresti dovuto dire a Honorine di preparare una
    marinata.  Come ci sarebbe stato il Tempier? Penso bene. Me lo sentivo
    in bocca...
    Una macchina stava scendendo sulla corsia opposta. Lampeggi. Il tizio
    al volante sembrava terrorizzato dalla nostra velocit.  Arrivato alla
    mia  altezza,  si  attacc  al  clacson come un pazzo.  Se l'era vista
    brutta.
    Scossi  la  testa,   per  cacciare  via  gli  odori  di  cucina.   Per
    tranquillizzare  il  mio  stomaco.  Ne riparliamo dopo,  Montale.  Non
    eccitarti. Sta' calmo.
    Restiamo calmi.
    E' una parola riuscirci a 110 all'ora, su questa cazzo di strada!
    Stavamo salendo sopra la baia di Marsiglia.  Da qui il panorama  della
    citt    sublime.  Pi in alto,  proprio prima di iniziare la discesa
    verso Cassis,  ancora meglio. Ma non eravamo l per fare turismo.
    Ingranai di nuovo la quinta. Per ridarmi forza. Calai a 90. La Safrane
    mi tallonava. Quello stronzo voleva sorpassarmi.  Scalai in terza.  La
    macchina fece un salto in avanti. Risalii a 100, fino all'uscita della
    curva.  Quarta. Davanti a me, un rettilineo di novecento, mille metri.
    Non di pi.  Poi,  la strada curvava a destra.  Non a  sinistra,  come
    quelle incontrate finora.
    Accelerai. Con la Safrane sempre attaccata al culo.
    110.
    Prov  a  sorpassarmi.  Aumentai il volume al massimo.  Nelle orecchie
    avevo solo l'elettricit delle chitarre.
    Mi raggiunsero e si accostarono alla mia macchina.
    Accelerai.
    120.
    La Safrane acceler ancora.
    Vidi la pistola di Narni puntare il mio finestrino.
    L! urlai.
    L!
    L!
    Frenai di botto.
    110. 100. 90.
    Mi sembr di sentire uno sparo.
    La Safrane sorpass e and contro il guardrail in cemento. Cappott. E
    se ne and per aria.  Le quattro ruote  verso  il  cielo.  Cinquecento
    metri  pi gi,  gli scogli e il mare.  In questo punto nessuno si era
    mai salvato.
    "Nasty dogs and funky kings", urlavano gli Z.Z. TOP.
    Il piede sul pedale era molle.  Rallentai ancora e mi fermai vicino al
    guardrail.  Tremavo dalla testa ai piedi.  Cazzo,  che sete! Sentii le
    lacrime scorrermi sulle guance. La strizza. La gioia.
    Scoppiai a ridere. Una bella risata nervosa.
    Alle mie spalle apparvero i fari di una macchina.  Inserii le  quattro
    frecce.  La macchina mi sorpass.  Una R21. Rallent e and a fermarsi
    cinquanta metri pi avanti.  Scesero due tizi.  Due fusti.  In jeans e
    giubbotto di pelle. Si avvicinarono.
    Merda.
    Troppo tardi per capire che avevo fatto una cazzata a fermarmi.
    Posai  la mano sul calcio della pistola.  Tremavo ancora.  Sarei stato
    incapace  di  alzarla,   quella  fottuta  pistola.   Ancora  meno   di
    puntargliela contro. E sparare...
    Eccoli qui.
    Uno dei due buss al finestrino. Lo abbassai lentamente. E vidi la sua
    faccia.
    Ribero. Uno degli ispettori di Loubet.
    Sospirai.
    Hanno fatto un bel salto. Eh? Come va?.
    Cazzo, mi avete fatto paura.
    Risero. Riconobbi l'altro, Vernet.
    Scesi dalla macchina.  E feci alcuni passi verso il punto dove Narni e
    Balducci avevano fatto il tuffo. Barcollavo.
    Non finire di sotto disse Ribero.
    Vernet si avvicin e guard in basso.
    Un ottimo lavoro. Non deve esserci rimasto granch.
    Si divertivano, quei coglioni.
    Mi stavate dietro da tanto? chiesi, tirando fuori una sigaretta.
    Ribero mi allung l'accendino. Tremavo troppo per poter accendere.
    Da oggi pomeriggio. Ti aspettavamo all'uscita del ristorante.  Loubet
    ci aveva chiamati.
    Quando era andato a pisciare, lo stronzo!
    Ti vuole bene riprese Vernet, ma non si fida molto....
    Mi avete seguito dappertutto?.
    Sul ferry-boat.  All'appuntamento con tua cugina.  Dal Buddha. E qui,
    come vedi...  e avevamo messo due uomini a sorvegliare casa  tua.  Nel
    caso in cui....
    Mi sedetti sul pezzetto di guardrail scampato al massacro.
    Ehi! Attento a non cadere proprio ora disse Ribero, ridendo.
    Non avevo intenzione di precipitare.  No. Pensavo a Narni, il padre di
    Guitou.  Narni aveva ucciso Guitou.  Ma ignorava che fosse suo figlio.
    Glou non glielo aveva mai detto.  N a lui,  n a nessuno. Solo a me.
    Prima.
    Era successo una sera, a Cannes. La sera di una prima. C'era stata una
    cena sontuosa. Incantevole,  per lei.  La ragazza cresciuta nei vicoli
    del Panier.  Alla sua destra c'era De Niro.  Alla sua sinistra, Narni.
    Intorno, non ricordava pi. Altre star. E lei,  in mezzo.  Narni aveva
    posato  la  mano  sulla  sua.  Sei  felice?  aveva chiesto.  Le loro
    ginocchia si toccavano.  Sentiva il proprio calore.  Un calore che  si
    era impadronito del suo corpo.
    Pi tardi,  erano andati tutti a finire la serata in un locale.  Glou
    si era lasciata andare tra le braccia di Narni.  A ballare.  Come  non
    succedeva  da  anni.   Ballare.   Bere.   Divertirsi.  L'ebbrezza  dei
    vent'anni.  Aveva perso la testa.  Dimenticato  Gino,  i  bambini,  il
    ristorante.
    L'albergo era un castello. Il letto, immenso. Narni l'aveva spogliata.
    L'aveva presa con passione.  Pi volte.  Di colpo, la sua giovent era
    riaffiorata. Anche questo aveva dimenticato.  E altre cose ancora.  Ma
    lo  seppe  solo  pi  tardi.  Che  era  il suo periodo fertile.  Glou
    apparteneva a un'altra generazione.  Non prendeva la  pillola.  E  non
    sopportava  la spirale.  Ma non c'erano rischi.  Con Gino era da tanto
    che non facevano pi follie, la sera, dopo la chiusura del ristorante.
    Quella notte  avrebbe  potuto  ricordarla  per  tutta  la  vita.  Come
    qualcosa di meraviglioso. Il suo segreto. Ma c'era stato l'annuncio di
    quel bambino. E la gioia di Gino, che la sconvolse. Un po' alla volta,
    sovrappose  le immagini della felicit.  Quelle dei due uomini.  Senza
    sensi di colpa.  E quando partor,  coccolata da Gino  come  non  mai,
    offr  a  quell'uomo  che l'amava,  all'uomo della sua vita,  un terzo
    maschio. Guitou.
    Ridivent madre e ritrov l'equilibrio. Si dedic ai figli, a Gino. Al
    ristorante. Vedere Narni non l'emozionava pi. Apparteneva al passato.
    Alla sua giovent.  Fino alla tragedia.  E fino a quando Narni non  le
    tese la mano, nella sua disperazione e solitudine.
    Perch   avrei   dovuto   confessarglielo?   disse  Glou.   Guitou
    apparteneva a Gino. Al nostro amore.
    Avevo preso il viso di Glou tra le mani.
    Glou....
    Dalle labbra le usc quella domanda che non avrei mai  voluto  che  mi
    facesse.
    Credi  che  sarebbe  stato tutto diverso se avesse saputo che era suo
    figlio?.
    Il monaco era  l.  Gli  avevo  fatto  un  cenno.  Aveva  preso  Glou
    sottobraccio e io me ne ero andato,  senza voltarmi. Come Mourad. Come
    Cc. E senza rispondere.
    Perch non c'erano risposte.
    Sputai nel vuoto. Proprio dove Narni e Balducci erano precipitati. Per
    sempre. Un grosso sputo di disgusto. E di enorme stanchezza.

    Ora,  non tremavo quasi pi.  Avevo solo voglia di un bel bicchiere di
    whisky. Del mio Lagavulin. Una bottiglia, s. Ecco cosa mi andava.
    Non avete niente da bere?.
    Neppure una birra,  vecchio mio.  Ma andiamo a prenderci qualcosa, se
    vuoi. Basta tornare sulla terra disse ridendo.
    Iniziavano a rompermi i coglioni, quei due.
    Accesi un'altra sigaretta, stavolta senza il loro aiuto.  Con la cicca
    che non avevo ancora spento. Feci un lungo tiro e li guardai.
    Perch non siete intervenuti prima?.
    Loubet  ha  detto che erano affari tuoi.  Un affare di famiglia.  Hai
    giocato secondo le tue regole,  e anche noi.  Perch no,  eh?  Non  li
    rimpiangeremo quei due pezzi di merda. Non credi?.
    E se fossi stato io a fare il salto? Al loro posto?.
    Beh,  li avremmo raccolti.  Come fiori. C'era un posto di blocco in
    fondo alla strada.  Non  sarebbero  riusciti  a  passare.  A  meno  di
    scappare a piedi,  attraverso la montagna.  Ma non credo fosse il loro
    sport preferito... li avremmo beccati comunque.
    Grazie.
    Di niente.  Quando ci siamo accorti che prendevi la  Gineste  abbiamo
    capito  subito.  Non  so  se  hai  notato  come ti abbiamo spianato la
    strada.
    Addirittura!.
    Solo una macchina  riuscita a sfuggirci.  Non abbiamo capito da dove
    sia spuntata. Se quei due innamorati hanno sentito lo sparo si saranno
    raffreddati!.
    Dov' Loubet?.
    Sta mettendo sotto torchio due ragazzi disse Ribero Li conosci, tra
    l'altro.  Nacer  e  Redouane.  Li  hanno beccati nel pomeriggio.  Quei
    coglioni se ne andavano ancora in giro con la B.M.W. nera.  Erano alla
    "cit"  La  Paternelle.  Boudjema  Ressaf li ha raggiunti l.  Avevamo
    piazzato degli uomini vicino a casa sua. Ci siamo tenuti in contatto e
    cos li abbiamo incastrati. Bel colpo. Quel buco dove pregavano era un
    vero arsenale.  Stavano per portare via tutto e  spedire  le  armi  in
    Algeria. Se ne sarebbe occupato Ressaf.
    Domani, all'alba continu Vernet, ci sar una retata. Ne vedremo di
    tutti i colori. Eccezionale il tuo quadernino, ha detto Loubet.
    E cos eravamo alla fine. Con un lotto di sconfitti. Mentre gli altri,
    tutti gli altri,  la gente felice, dormiva nel proprio letto. E' cos,
    inesorabilmente. Qui, e ovunque, sulla terra.
    Mi alzai.
    Con difficolt.  Perch mi sentivo a pezzi.  Mi  tirarono  su  proprio
    mentre stavo per svenire.





    Epilogo.
    La  notte    la  stessa e l'ombra,  nell'acqua,   l'ombra di un uomo
    consumato.

    Ribero,  Vernet e io eravamo andati a bere.  Ribero aveva  guidato  la
    Saab  fino  al  David del Rond-Point de la Plage.  Ora,  con un whisky
    caldo nello stomaco, andava tutto meglio. Era solo un Glenmorangie, ma
    non era male. Loro si erano presi uno sciroppo di menta.
    Vernet vuot il suo bicchiere,  si alz e indic a sinistra: Casa tua
     laggi. Hai ancora bisogno degli angeli custodi?.
    No,  a posto cos.
    Per noi non  finita qui. Abbiamo altre gatte da pelare. Gli strinsi
    la mano.
    A proposito, Loubet ti raccomanda di andare a pesca. Dice che non c'
    niente di meglio per i tuoi disturbi.
    E risero, di nuovo.
    Parcheggiai  davanti  alla  porta di casa e vidi Honorine uscire dalla
    sua. In vestaglia. Non l'avevo mai vista in vestaglia.  O forse quando
    ero molto piccolo.
    Vieni, vieni disse a bassa voce.
    La seguii dentro casa.
    C'era Fonfon.  Seduto al tavolo di cucina.  Davanti un mazzo di carte.
    Stavano giocando a ramino.  Appena voltavo le spalle,  quei due se  la
    spassavano.
    Come va? chiese, abbracciandomi.
    Hai mangiato?.
    Mangerei volentieri lo stufato.
    Senti  che  pretese  s'innervos  Fonfon.  Lo stufato.  Come se non
    avessimo niente da fare.
    Era cos che li amavo.
    Ti faccio subito una "bruschetta" (12) se vuoi.
    Lascia stare, Honorine. Ho soprattutto voglia di bermi qualcosa. Vado
    a prendere una bottiglia da me.
    No, no. Sveglierai tutti. Per questo ti aspettavamo con Fonfon.
    Tutti chi?.
    Beh, nel tuo letto ci sono Glou, Nama e...  non mi ricordo il nome.
    La signora vietnamita.
    Cc.
    Ecco, s. Sul divano c' Mathias. E su un piccolo materasso che avevo
    in casa, c' il fratello di Nama. Mourad giusto?.
    Giusto. E cosa ci fanno qui?.
    Non lo so.  Forse pensavano di stare meglio qui che altrove.  Cosa ne
    dici, Fonfon?.
    Beh, dico che hanno fatto bene. Vuoi venire a dormire da me?.
    Grazie, sei gentile. Ma credo di non avere pi sonno. Andr a fare un
    giro in mare. Mi sembra una buona nottata.
    Li abbracciai.
    Entrai in casa come un ladro. Afferrai una bottiglia di Lagavulin,  un
    giubbotto e una coperta calda. Mi infilai in testa un vecchio berretto
    da pescatore e scesi verso la barca.
    La mia fedele amica.
    Vidi la mia ombra riflessa nell'acqua. L'ombra di un essere consumato.
    Uscii a remi, per non fare rumore.
    Sulla terrazza credetti di vedere Honorine e Fonfon abbracciati.
    Allora mi misi a piangere.
    Cazzo, ci voleva proprio.










    Nota sull'Autore.

    Jean-Claude  Izzo    nato  nel  1945  a  Marsiglia.  E' stato a lungo
    giornalista.  Sceneggiatore per il cinema e la televisione,    giunto
    tardi  alla  narrativa  ed  diventato famoso per i romanzi pubblicati
    nella "Srie Noire" di Gallimard: "Casino totale" (Edizioni e/o 1998),
    "Chourmo",   e  "Solea"  (di  prossima  pubblicazione  per  le  nostre
    edizioni),  che  chiude  la  trilogia  che  ha  per protagonista Fabio
    Montale.
    Ha  anche  scritto  il  romanzo   "Marinai   perduti",   di   prossima
    pubblicazione per le nostre edizioni.











    NOTE.

    Nota 1. Persona nata in Francia da genitori arabi immigrati.
    Nota 2. Sezione francese dell'Internazionale operaia. Nome del partito
    socialista in Francia dal 1905 al 1969.
    Nota  3.  Gaston Defferre (1911-1986),  personaggio di primo piano del
    socialismo francese, pi volte ministro e sindaco di Marsiglia.
    Nota 4. Fronte islamico di salvezza, organizzazione di fondamentalisti
    islamici.
    Nota 5. Napoletani.
    Nota  6.   Agglomerato  urbano,   popolare,   perlopi  abitato  dagli
    immigrati.
    Nota 7. Ambienti della malavita.
    Nota 8. Informazioni Generali, ripartizione politica della polizia.
    Nota 9. Francesi d'Algeria.
    Nota 10. In italiano nel testo.
    Nota 11. In italiano nel testo.
    Nota 12. In italiano nel testo.
